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02/12/2016
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7 Settembre 2009 16:30 | Aula del Collegium Maius UJ

Contributo



Paul Poupard


Cardinale, Santa Sede

Intervento di Sua Eminenza il Cardinal Paul Poupard Presidente Emerito del Consiglio Pontificio della Cultura e del Consiglio pontificio per il dialogo interreligioso.

Cracovia, lunedì 7 settembre 2009

FEDE E SCIENZA


Nella mia posizione di Presidente del Consiglio Pontificio della Cultura, ho avuto il privilegio di partecipare da vicino a due avvenimenti che possono, a titolo diverso, essere considerati delle pietre miliari nella storia dei rapporti tra scienza e religione, almeno per quel che riguarda la Chiesa cattolica.
Il primo è stato la Commissione pontificia per lo studio della Controversia Tolomeo-Copernicana nel XVI-XVII secolo, più conosciuta come Commissione Galileo. Ho dovuto consacrarvi circa 11 anni di un lavoro d’approfondimento interdisciplinare per una migliore comprensione di questo fatto emblematico. Ho avuto l’onore di presentare le conclusioni di quei lavori al Santo Padre alla presenza del Corpo diplomatico, del Sacro Collegio e dell’Accademia Pontificia delle Scienze, il 31 ottobre 1992, rispondendo a tre domande che la commissione si è posta: cos’è successo? Com’è successo? Perché è successo? Papa Giovanni Paolo II non ha esitato a dire: “Gli avvenimenti che soggiacciono a questa vicenda concernono la natura stessa della scienza come quella del messaggio della fede. Non possiamo perciò escludere di trovarci un giorno in una situazione analoga, che richiederà agli uni e agli altri una coscienza avvertita del campo e dei limiti delle proprie competenze”. In linea con questi lavori, ho pubblicato un’opera cui ho tenuto a dare il titolo significativo: Dopo Galileo. Scienza e Fede. Nuovo dialogo (Desclée de Brouwer, Paris, 1994).

Inoltre, nell’anno 2000, ho avuto l’onore di presiedere il Giubileo degli Scienziati: evento unico nella storia della Chiesa, nel quale degli scienziati sono venuti insieme a Roma per professare la loro fede in Gesù Cristo. A questi uomini di scienza e di fede, si sono uniti anche scienziati appartenenti ad altre religioni – e anche alcuni non-credenti –per manifestare il loro impegno a favore dello sviluppo delle scienze al servizio dell’uomo. Questo Giubileo è stato un momento importante nel processo di “disgelo” fra due mondi che malauguratamente sono stati messi troppo spesso in contrapposizione, a volte anche dichiarati completamente estranei l’uno all’altro. Nel suo discorso ai partecipanti Giovanni Paolo II ha dichiarato con forza: “La fede non teme la ragione, la Chiesa non teme la scienza”, nella convinzione che nessuna verità si oppone alla verità, e che tra la scienza e la fede non può esserci incompatibilità, ma solo dei malintesi, talvolta drammatici, da chiarire e superare. Per contribuire a questo dibattito io ho creato, nell’ambito del Consiglio pontificio della cultura di cui ero presidente, con il supporto della Fondazione Templeton e con il concorso di tre, oggi sei Università Pontificie, lo STOQ PROJECT, Scienza, Teologia e Ricerca Ontologica, per sviluppare il dialogo tra scienza, filosofia e teologia, per confrontare la visione cristiana del mondo, dell’uomo e della società con le numerose sfide teoriche, etiche e culturali sollevate dal progresso delle scienze.
La Chiesa Cattolica si è a lungo interrogata riguardo al suo rapporto e i conflitti con la scienza. Il Concilio Vaticano II ha riaffermato la legittima autonomia delle scienze nel campo della ricerca che è loro, avendo come unico limite la dignità dell’uomo, cui i progressi spettacolari delle nuove tecniche danno un potere che non mancherà di porre dei gravi interrogativi. Perché il progresso tecnico non va sempre di pari passo con il progresso dei valori morali: basta evocare Auschwitz, dove i medici conducevano degli esperimenti sui deportati, considerati nella logica nazista come degli esseri inferiori, e non più come persone.
Ora, nell’immaginario dei nostri tempi, le scienze spesso non si presentano  più solo come ricerca e conoscenza della realtà, ma soprattutto come strumento di potere e di trasformazione di questa stessa realtà. La nuova cultura tecnologica, questa “terza cultura”, come la si chiama, tende ad affermarsi come la sola risposta infallibile ai bisogni e alle attese dell’uomo. Gli uomini politici e i governanti, benché detentori di un potere innegabile, non sono forse ormai propensi ad affidarsi alle mani di esperti e tecnici - pensiamo all’influenza degli economisti – ritenuti capaci di garantir loro il successo e, di conseguenza, l’ambita elezione - anziché consultare uomini o donne di rinomata saggezza? Nella nuova cultura, il sapere scientifico acquisisce le caratteristiche di una gnosi dei tempi moderni. Ho ripreso in mano la mia copia ingiallita del libro di Raymond Ruyer La Gnosi di Princeton. Dei saggi alla ricerca di una religione (Fayard), e ho riletto la prima frase: “L’espressione gnosi di Princetone è molto recente negli USA, risale al 1969”. In effetti il libro è stato pubblicato nel 1974. Ma oggi siamo agli albori del Terzo Millennio e l’espressione è diventata d’uso comune.
Gli uomini e le donne del nostro tempo ripongono le loro speranze oggi più che mai nelle scienze e i loro risvolti pratici. Questo aspetto del progresso è senza dubbio il punto d’arrivo di uno straordinario sviluppo delle capacità affidate all’uomo creato da Dio creatore a sua immagine.  Ma quando l’uomo perde la consapevolezza del suo essere creatura e pretende erigersi a padrone assoluto del bene e del male grande è il rischio di rimettere in discussione il fondamento stesso della nostra civiltà.

La frenesia del progresso tecnologico e scientifico.

Una delle sfide più temibili dello sviluppo della scienza deriva dal ritmo vorticoso dei suoi progressi la cui conseguenza è l’incredibile rapidità a lasciare il vecchio per abbracciare il nuovo – diventato a priori sinonimo di “migliore”. Lo slancio potente verso il futuro impone tutto ciò come se fosse il bene, provocando un rifiuto del passato che viene considerato imperfetto e superato. Viviamo in un mondo di cambiamenti frenetici. Non c’è da meravigliarsi perciò se gli scienziati stessi, in preda a questa vertigine, si sentono, a ragione, attori e protagonisti di questo incredibile sviluppo. Il recente completamento della decodificazione del genoma umano, che apre prospettive vertiginose, ne è un esempio evidente. Il pericolo più immediato che incombe sugli scienziati non è forse quello di credere che tutto sia loro permesso in questa corsa accelerata e irresistibile che va da una conquista all’altra? Il sapere preso come un assoluto finisce col legittimare il rifiuto dell’imposizione di qualsiasi limite al progresso, che diventa la ragione suprema. Nella lingua inglese si può distinguere: We can, We may. Il francese, che non possiede questa sfumatura, deve distinguere fra quello che possiamo tecnicamente, e quello che possiamo moralmente.  Ma molti non fanno questa distinzione fondamentale.
Se l’avvenire dell’uomo è in gioco, la nostra società reclama uno scatto d’umanità. Solo una visione d’ampio respiro, voluta tanto dagli uomini di scienza che dai sapienti, filosofi e uomini religiosi, può capovolgere la tendenza e invitare al dialogo per il bene dell’uomo. L’enorme mole delle conoscenze scientifiche acquisite chiede di essere inserita all’interno di una visione più ampia, che consideri l’uomo in tutte le dimensioni del suo essere e del suo rapporto con Dio e che dia un senso e una finalità legittima alle sue conoscenze.
Il servizio alla verità che è proprio di ogni conoscenza è perfettamente compatibile con il servizio alla Verità che è proprio della religione. L’esperienza ci insegna che le scienze hanno spesso contribuito a purificare la religione da molteplici errori e superstizioni. La religione, da parte sua, può purificare la ricerca scientifica dall’idolatria delle ideologie materialiste e riduzioniste, che alla fine si rivolterebbero contro la dignità dell’uomo. In fondo scienza e fede hanno un compito di purificazione reciproca. Le scienze aiutano il credente a purificarsi delle interpretazioni troppo frettolose, non solo della Scrittura ma anche dei fatti, delle visioni, dei sogni, etc… Quanto alla fede, elevando lo sguardo dello scienziato al di sopra del visibile, essa incita la ragione scientifica a “riconoscere che c’è del vero e del razionale ben al di là degli stretti limiti nei quali la ragione sarebbe tentata di rinchiudersi”. Essa l’aiuta a prendere coscienza dei suoi limiti e la rende più consapevole che esistono delle frontiere al di là delle quali il suo discorso perde il suo carattere scientifico.
L’autonomia che le scienze hanno raggiunto nella cultura moderna è pienamente giustificata dalle esigenze del loro metodo sperimentale. Ma questa autonomia ha una ragion d’essere: la ricerca della verità. E un senso: il servizio all’uomo. Così capiamo che le scienze possono entrare in relazione con altri percorsi per raggiungere la verità e, in particolare, con quelli che hanno come oggetto la verità sul senso della vita umana. Una scienza lontana dalla religione sarà tentata di perdere l’obiettivo di una ricerca della verità a vantaggio dell’uomo e di ridursi a un insieme di teorie, il cui valore sarà misurato unicamente dalla sua capacità di produrre reddito sul mercato.
Permettetemi di evocare a questo riguardo un lontano ricordo che è rimasto ben impresso nella mia memoria, concernente Paolo VI di cui ero giovane collaboratore. Era il 1963. Paolo Vi, che era appena stato eletto Papa, accoglieva per la prima volta i membri dell’Accademia Pontificia delle Scienze. Aveva cominciato il suo discorso esprimendo la sua gioia e la sua convinzione: “La nostra religione, non solo non oppone alcuna obiezione reale allo studio delle verità naturali, ma può, senza né uscire dai limiti della sua sfera di competenza, né superare quelli del dominio della scienza propriamente detta, aiutare la ricerca scientifica. E aggiungeva: “la religione potrebbe sembrare assente quando non solamente permette, ma ordina allo scienziato di obbedire soltanto alle leggi della verità; ma – guardando più da vicino – essa gli sarà ancora accanto per incoraggiarlo nella sua difficile ricerca, assicurandogli che la verità esiste, che essa è intelligibile, che essa è magnifica, che essa è divina”. La religione potrebbe sembrare assente, ma non lo è.” Non lo è stata neanche nel caso Galileo, quando entrambe le parti, Galileo e i giudici, cercavano onestamente la verità, mentre dei motivi di ordine culturale impedivano loro di incontrarsi.
E’ precisamente sulla questione della verità che scienza e fede devono unirsi. Le scienze si fondano sulla certezza che la realtà è conoscibile e comprensibile per l’uomo, e che è possibile avere una conoscenza vera , anche se limitata, del mondo. Senza questa convinzione le scienze scompaiono. Questa convinzione è rinforzata dalla Rivelazione quando essa afferma con forza l’intelligibilità di un mondo creato dal Logos, non come un chaos, ma come un cosmos, e che l’uomo, con il suo logos, immagine dell’intelletto divino, ha la capacità di comprenderlo.

La dimensione sapienziale della scienza

Per concludere, vorrei riprendere il vigoroso appello di Giovanni Paolo II agli scienziati e agli uomini di cultura, a sviluppare la dimensione sapienziale della scienza, cioè: essere capaci di accogliere ogni progresso delle scienze difendendo al tempo stesso l’irriducibile singolarità della persona umana. Ogni uomo, ogni donna è una persona  creata a immagine di Dio. Di conseguenza, non la si può ridurre a semplice oggetto di analisi esclusivamente tecnico-scientifiche.
Era il 2 giugno 1980, a Parigi, quando, giovane Rettore dell’Istituto Cattolico, ho avuto il privilegio di accogliere Giovanni Paolo II, prima di accompagnarlo alla sede dell’UNESCO. Permettetemi di farvi partecipi del suo appello appassionato: Mi rivolgo innanzi tutto a tutti gli uomini di scienza individualmente e a tutta la comunità scientifica internazionale. Tutti insieme voi siete una potenza enorme: la potenza delle intelligenze e delle coscienze! Mostratevi più potenti dei potenti del mondo contemporaneo! Che la saggezza vi ispiri! Che l’amore vi guidi. Sì! Il futuro dell’uomo dipende dalla cultura! Ma la parola finale è questa: non fermatevi. Continuate. Continuate sempre”.
 


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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