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Insomma,
una visione razionale, obiettiva, umana sia degli errori che gli
uomini commettono violando il contratto sociale nel quale vivono,
sia della legge che questo contratto deve proteggere e legittimare
senza «questa inutile prodigalità di supplizi che non ha mai
reso migliori gli uomini». Ecco allora il punto culminante dei
Delitti e delle pene, il capitolo XVI dedicato alla pena di morte.
Qui Verri, e poi il timido Beccaria che si assunse la paternità
dell'opera, hanno reso immortale il loro nome dando un contributo,
come è detto nel capitolo, di «Cittadini illuminati» per
l'estirpazione anzitutto concettuale di una pena allora (e in
molti paesi ancora oggi) considerata un diritto: «Una guerra di
una nazione con un cittadino» («Chi è mai colui che abbia
voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo?»). Non a
caso Voltaire inizia il suo commentario parlando con sgomento
della condanna a morte per impiccagione di una «ragazza di
diciotto anni, bella e ben fatta, colpevole per esser rimasta
incinta», costretta a fuggire e a perdere il figlio nel timore
della riprovazione sociale e invece di essere protetta da leggi
umane e giuste, mandata al patibolo da una legge «ingiusta,
disumana e perniciosa».
Il
testo di Beccaria è affiancato da un commento di Voltaire, che
affronta capitolo per capitolo tutti i temi discussi dal giovane
aristocratico milanese. Quell'edizione, che risale al 1774, è
posseduta dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli insieme a molte
altre prime edizioni di celebri opere appartenenti al dibattito
filosofico che si svolse fra i primi del Cinquecento e il
Settecento, con particolare attenzione al pensiero illuminista.
(…)
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