NO alla Pena di Morte
Campagna Internazionale 

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Il 1° Congresso Mondiale contro la pena di morte si apre a Strasburgo

  – 23 giugno 2001

 Un giapponese ha scontato trentaquattro anni, un texano ventidue, una «terrorista» libanese cinque: erano tutti innocenti

    «Noi scampati alla PENA DI MORTE» 

 Enrico Singer inviato a STRASBURGO 

Sakae Menda è un mite, anziano signore giapponese col suo abito grigio perla e con la moglie sempre al fianco. Kerry Max Cook è un texano grande e grosso dall'aria di bambino triste. Antoinette Chahine è una giovane donna libanese cristiano maronita con gli occhi profondi e neri. Tra i politici in giacca blu arrivati da ogni parte del mondo a Strasburgo per il primo Congresso mondiale contro la PENA DI MORTE, sembrano quasi fuori posto. Eppure i protagonisti di questa grande kermesse per bandire le esecuzioni capitali dal pianeta, in fondo, sono proprio loro. Sono tre sopravvissuti. Tre scampati all'impiccagione, all'iniezione letale o alla fucilazione, secondo gli usi dei loro Paesi. Sono i superstiti della PENA DI MORTE. Riconosciuti innocenti e liberati dopo avventurosi tentativi di revisione dei processi. Miracolati, forse. Perché, come dice Sakae Menda, «convincere una Corte suprema a riaprire un caso è davvero un miracolo».

Raccontano le loro storie con una serenità che stupisce. O che si spiega soltanto con la forza che può dare la consapevolezza di essere usciti da un incubo che sembrava senza fine. Antoinette Chahine aveva vent'anni quando fu arrestata a Beirut dopo un attentato. La sua è una vicenda intrecciata alla guerra civile. Era il 1994 quando la polizia la catturò a casa sua. Fu presa lei perché il fratello più grande faceva parte di un gruppo che non aveva accettato la tregua. Poi le torture e la condanna a morte pronunciata nel 1997. Della sua storia, Antoinette ha in testa quattro immagini. La statuetta della Madonna che i poliziotti fanno a pezzi quando entrano in casa. Gli interrogatori in cui le chiedevano soltanto dove fosse scappato suo fratello Jean e mai di quell'attentato contro una chiesa. La condanna a morte: «Quando l'ho ascoltata sono svenuta e per un mese non sono riuscita più a parlare né a camminare». Poi, nel 1999, la revisione del processo sotto la spinta di Amnesty International, e l'assoluzione. «Ho pensato al sole, alla brezza del mare, alla mia famiglia». Non ci credeva più Antoinette Chahine: in cinque anni di prigione aveva visto quattordici altri condannati andare a morte. Ma si è salvata. Il 1999 è stato l'anno del ritorno alla vita anche per Kerry Max Cook. Lui nel braccio della morte del penitenziario di Huntsville, Texas, c'è rimasto per 22 anni, però. Era un giovanotto diciannovenne quando fu accusato di avere stuprato e ucciso una ragazza. Figlio di un militare pluridecorato, era appena tornato in America dalla Germania, dove aveva vissuto con la famiglia in una base. «Il Texas era molto diverso. Uno shock per me. Rubai un'auto della polizia, una pazzia, lo so». La sua rovina. Rilasciato, ma schedato: le sue impronte digitali negli archivi. Quelle impronte che, la stessa estate, la polizia trovò nell'appartamento della ragazza assassinata. «Era una mia amica.

Frequentava il music-bar dove lavoravo. Ero stato con lei una sera. Ci eravamo salutati con un bacio. La trovarono violentata e uccisa tre giorni dopo. Ho subito detto che non ero stato io, ma non mi hanno creduto». La condanna era arrivata dopo un processo rapido, nel 1977, e da allora fino a due anni fa Kerry è rimasto in isolamento. Uno stupro lo racconta: quello che ha subito in carcere dai secondini. Kerry Max Cook rivive la sua storia in jeans e maniche di camicia. Al suo fianco nell'emiciclo del Consiglio d' Europa c'è Bianca Jagger, che da tempo si è dedicata alla battaglia contro la PENA DI MORTE. «Amo il mio Paese - dice Kerry - e vorrei che fosse il primo del mondo anche nel rispetto dei diritti umani». Ma la vicenda più dura è quella che racconta Sakae Menda: 76 anni, di cui 34 passati nel carcere di Fukuoka. Anche lui quando fu arrestato era un ragazzo e il Giappone, nell'inverno del 1948, era ancora in ginocchio dopo la guerra. Non si vergogna di ricordare che aveva passato la notte con una prostituta e che, la mattina, si era svegliato con le manette ai polsi. Arrestato perché nel quartiere era stato rapinato in casa e ucciso un monaco. «Volevano un colpevole. I poliziotti mi dicevano: anche se abbiamo perso la guerra, noi siamo scelti dall'Imperatore e tu sei un disgraziato». Per ottenere una confessione, Sakae Menda fu torturato. Fu anche appeso nudo, a testa in giù, al soffitto. Ventitré giorni terribili. Fino a una confessione. «Ho detto: sì, sono stato io e ho chiesto una sigaretta». Il Giappone la confessione da sola basta come prova per la condanna. E non vale ritrattarla. Per sei volte Sakae Menda ha chiesto la revisione del processo e l'ha ottenuta nel '79.

Dall'83 è libero perché il tribunale ha riconosciuto che la confessione fu estorta con le torture. Ha ottenuto anche un indennizzo: 120 mila lire per ogni giorno di detenzione. Un miliardo e mezzo di lire del quale ha dato la metà al movimento abolizionista, di cui è ormai il simbolo. Ma per la legge è ancora condannato alla pena capitale: «In Giappone la pena non può essere annullata. E' come se fosse sospesa. Io vivo tra la gente, ma sono sempre un condannato a morte».


Sabato 23 Giugno 2001 

Casini: vogliamo un mondo senza boia 

BRUXELLES Un impegno globale contro la PENA DI MORTE, ma anche la responsabilità per i Paesi che l'hanno già abolita «per garantire l'effettiva sicurezza collettiva e giustizia penale». Cosí Gianfranco Casini, neo-presidente della Camera ha esordito al primo Congresso mondiale contro la PENA DI MORTE, in corso in questi giorni a Strasburgo. 

Il Presidente della Camera ha spiegato la sua visione dell'Europa, della sicurezza interna e della lotta contro la PENA DI MORTE davanti ai rappresentanti di diciotto parlamenti nazionali, provenienti da cinque continenti diversi. Una grande kermesse organizzata dal Consiglio d'Europa e dal Parlamento europeo con l'obiettivo di lanciare un appello ai 72 Paesi che si ostinano a mantenere la pena capitale - tra gli altri gli Stati Uniti, la Cina, l'Arabia Saudita e l'Iran - e preparare il terreno per una moratoria mondiale, da firmare probabilmente in una prossima assemblea dell' Onu. 

Casini ha deplorato che troppi appelli contro l'abolizione della pena di morte nel mondo sono stati ignorati, «come la voce del Santo Pontefice, più volte risuonata nel passato anno giubilare». E ha aggiunto che per rendere questi appelli credibili «c'è un impegno che ci attende anche all'interno dei nostri Paesi per garantire l'effettività della sicurezza collettiva e della giustizia». Nicole Fontaine, presidente dell'europarlamento ha lanciato un monito a George W. Bush ricordandogli che «i veri uomini di Stato non seguono l'opinione pubblica, ma la spingono a superarsi, come Lincoln, che ha abolito la schiavitù e Kennedy le discriminazioni sociali». 

Sul fronte delle associazioni abolizioniste, Sergio D'Elia di «Nessuno tocchi Caino», ha criticato aspramente la riunione di Strasburgo «che non ha fissato nessun obiettivo politico, né una data concreta per la firma della moratoria contro la PENA DI MORTE».


- 22/06/01 - France

L'appel de Strasbourg lance la mobilisation générale contre la peine de mort

STRASBOURG, 22 juin  - Les présidents de parlements de 13 pays abolitionnistes ont lancé vendredi la mobilisation générale contre la peine de mort dans le monde, en signant à Strasbourg un appel solennel pour un moratoire des exécutions, au 2ème jour du Congrès contre la peine capitale.

"Nous appelons tous les Etats à instaurer, sans délai et partout dans le monde, un moratoire des exécutions des condamnés à mort et à prendre des initiatives visant à abolir la peine de mort dans leur législation interne", affirment les 18 présidents et vice-présidents de parlements nationaux et européens.

La peine capitale, qui "viole le plus fondamental des droits de la personne humaine, le droit à la vie", constitue une "sanction inadéquate", car "son application est irréparable", expliquent-ils dans un appel signé vendredi après-midi à la tribune du Parlement européen.

Invoquant le risque d'erreurs judiciaires et l'application souvent "discriminatoire" de ce châtiment, les présidents se sont associés au "vaste mouvement en faveur de l'abolition de cette peine, qui a conduit à sa disparition dans plus de la moitié des Etats de la planète".

 La peine de mort a été abolie de droit ou de fait dans 109 pays sur 195.

 La signature de l'appel au moratoire, visant à l'abolition universelle, intervient après deux jours de débats et de témoignages accablants pour les pays qui persistent à appliquer ce châtiment, au premier rang desquels les Etats-Unis et la Chine.

 Le journaliste noir américain Mumia Abu-Jamal, condamné à mort pour le meurtre d'un policier en 1981, a ainsi dénoncé vendredi l'"appétit vorace pour la mort qui consume l'Amérique", dans un message sonore diffusé lors du congrès.

 Dénonçant la "finalité raciste, mais sans en avoir l'air" du système judiciaire américain, il s'est ensuite interrogé: comment Washington, "qui détient le record mondial en matière de population carcérale peut-il oser s'exhiber comme le parangon des droits humains?".

 Le président de l'Assemblée nationale Raymond Forni a lui aussi montré du doigt les Etats-Unis, qui, comme le Japon, n'ont pas leur place comme observateur au Conseil de l'Europe, selon lui.

 "Je rappelle que tous les Etats qui entrent au Conseil de l'Europe signent une charte qui exclut pourtant la peine de mort et que ni les Etats-Unis ni le Japon ne doivent avoir leur place dans une institution internationale", a lancé M. Forni, qui a été rapporteur du projet de loi d'abolition en France.

 "Les véritables hommes politiques ne suivent pas l'opinion publique mais amènent l'opinion publique à se surpasser", a pour sa part lancé la présidente du Parlement européen, Nicole Fontaine, à l'adresse du président américain George W. Bush.

 "J'aurais voulu lui rappeler l'exemple de son illustre prédécesseur (Abraham) Lincoln qui a aboli l'esclavage au moment où ce n'était pas évident", a-t-elle poursuivi.

 La Turquie a aussi été épinglée par l'avocat d'Abdullah Ocalan, chef du Parti des Travailleurs du Kurdistan (PKK) condamné à mort en 1999, qui a appelé le premier congrès mondial contre la peine de mort à faire pression sur Ankara pour l'"abolition de la peine capitale en Turquie".

 Le congrès, organisé à l'initiative de l'association Ensemble contre la peine de mort, se poursuivra samedi par une marche silencieuse, entre le palais de l'Europe et le centre de Strasbourg, avec des arrêts devant les consulats des pays qui procèdent encre à des exécutions.


24 juin 2001, 12h45

 Peine de mort: le Conseil de l'Europe en porte-à-faux

STRASBOURG, 24 juin (AFP) - Le Conseil de l'Europe veut balayer devant sa porte en accentuant ses pressions pour l'abolition de la peine de mort aux Etats-Unis et au Japon, pays observateurs de l'organisation, mais n'arrive pas à mettre de l'ordre dans sa propre maison puisque Russie et Turquie conservent la peine capitale dans leurs arsenaux répressifs.

 Les parlementaires du Conseil de l'Europe, réunis à Strasbourg pour leur semaine de session d'été à partir de lundi, souhaitent mettre Washington et Tokyo au ban de l'organisation "si aucun progrès notable n'était constaté d'ici le 1er janvier 2003" en vue de l'abolition de la peine de mort. La décision finale reviendrait cependant au comité des ministres (organe exécutif intergouvernemental du Conseil), peu enclin généralement à des stratégies de rupture.

 Le Conseil de l'Europe, qui vient d'accueillir à Strasbourg le premier congrès mondial contre la peine de mort, est de toute façon un peu gêné aux entournures: même si un moratoire de fait est respecté dans toute l'Europe, la Turquie et la Russie n'ont toujours pas aboli formellement la peine capitale.

 Les déclarations en faveur de la reprise des exécutions se sont même multipliées en Russie ces derniers mois, en dépit des protestations émanant particulièrement du Conseil de l'Europe. Le ministre de la Justice Iouri Tchaïka et le prix Nobel de littérature Alexandre Soljenitsyne se sont prononcés pour l'application de la peine capitale contre les "terroristes", un terme visant notamment les séparatistes tchétchènes.

 En Turquie, une commission du parlement turc s'est entendue sur un projet d'amendements constitutionnels qui prévoient l'abolition de la peine de mort mais en exclut Abdullah Ocalan, chef du Parti des Travailleurs du Kurdistan (PKK, séparatistes kurdes de Turquie) condamné à mort en 1999. Le projet prévoit en effet l'abolition de la peine capitale excepté en "temps de guerre" ou pour "crimes terroristes".

 Ankara sera sans doute une nouvelle fois interpellé à ce sujet dans l'hémicycle du Conseil de l'Europe lors de l'examen du "respect des obligations et engagements de la Turquie" vis-à-vis de l'organisation. Les autorités turques devraient toutefois sortir sans dommage de ce débat, prévu pour jeudi prochain.

 Les 18 élus de la délégation de la Douma (chambre basse du parlement russe), rétablis en janvier dans tous leurs droits à Strasbourg après avoir été privés durant quelques mois de droit de vote pour sanctionner les violations des droits de l'Homme en Tchétchénie, n'ont pas plus de souci à se faire.

 Un débat d'urgence sur la situation en Macédoine, auquel le Premier ministre Ljubco Georgievski a été convié, devrait également constituer l'un des moments forts de la session.

 Les parlementaires du Conseil de l'Europe examineront par ailleurs des rapports sur l'esclavage domestique et le trafic en Moldavie d'enfants et adolescents à des fins de prostitution. Ils doivent aussi entendre des exposés du président de la Banque européenne pour la reconstruction et le développement (BERD), Jean Lemierre, et du haut commissaire des Nations Unies pour les réfugiés (HCR), Ruud Lubbers.

 


22 de junio 8:53 AM

Francia- Rudi dice que hay que convencer a los Gobiernos para abolir la pena de muerte, que es un castigo "irreversible

ESTRASBURGO (FRANCIA), 22 La presidenta del Congreso, Luisa Fernanda Rudi, aseguró hoy, durante su intervención en el I Congreso Mundial contra la pena de muerte que se celebra en Estrasburgo, que hay que "convencer" a los ciudadanos y gobiernos de la conveniencia de abolir este castigo que, según recordó, tiene "carácter irreversible".

Rudi recordó en su intervención ante los presidente de los 18 Parlamentos de todo el mundo cómo se abolió la pena de muerte en España con la Constitución de 1978, convirtiéndose en una de las señas de identidad de la restauración democrática tras la dictadura.

Según explicó, los Estados de Derecho como el español cuentan con suficientes recursos para combatir la criminalidad y garantizar la seguridad sin necesidad de utilizar medidas como la pena de muerte. "Nos dirigimos a ciudadanos y a gobiernos que tienen una concepción distinta, a los que queremos convencer de algo que forma parte de nuestras convicciones individuales y de las de nuestras diferentes sociedades", afirmó.

 Además, la presidenta de la Cámara señaló la "inquietud" con la que se viven en España las noticias de condenas de muerte en diferentes partes del planeta, y se refirió en concreto al caso del español Joaquín José Martínez. "Este caso nos recuerda de forma dramática algo que hace especialmente odiosa la pena de muerte. 


-  23 GIU

 Sulla pena capitale l'Europa sfida Usa e Giappone  "Basta con la morte di Stato" 

A Strasburgo primo congresso mondiale degli abolizionisti 

Appello per una moratoria sulle esecuzioni  

di GIAMPAOLO CADALANU  

STRASBURGO - Gli uomini dell'Europa ufficiale tengono i toni molto bassi: con gli amici non si litiga, nemmeno sulla pena di morte. Se uno strappo con l'America è necessario, allora dev'essere piccolo, e non sfrangiato, così che sia possibile ricucirlo in tempi rapidi. Al Congresso di Strasburgo contro la pena capitale i politici sembrano esitare: [ab]Niente lezioni, solo persuasione[bb], dice in apertura Nicole Fontaine, presidente dell'Europarlamento. [ab]Nessuna forzatura[bb], ripete lord Russell-Johnston, presidente dell'Assemblea del Consiglio d'Europa. E anche Pierferdinando Casini prima di riconoscere i conflitti mette le mani avanti: [ab]Quando si è così amici, non si deve avere paura di sottolineare la diversità[bb]

 Così il primo Congresso mondiale degli abolizionisti resta solo una tappa nella crescita politica dell'Europa, ma diventa un punto di svolta nel braccio di ferro fra l'America e chi ne critica le scelte penali. Non ci sono più solo i militanti a chiedere la fine della barbarie, stavolta accanto a loro ci sono intere corporazioni di avvocati, ci sono parlamentari, ci sono soprattutto le istituzioni. Se nei paesi dei massacri di Stato seminascosti (Cina in prima fila), gli appelli cominciano a filtrare, molto più difficile è la resistenza delle nazioni occidentali, che garantiscono l'accesso alle informazioni: è il caso del Giappone e soprattutto degli Stati Uniti. Tanto più che la convinzione è diffusa: il vento in Usa sta cambiando, e serve che la Casa Bianca ne prenda atto. Per maggior sicurezza, il secondo Congresso è già stato fissato, a giugno 2002, in terra americana

 Il primo giorno di lavori era quello delle testimonianze, ieri invece è stato il momento delle proposte e delle scelte politiche. Il Vecchio Continente si è liberato del tutto dei patiboli, con la decisione della Corte Suprema di Mosca di non ammettere più sentenze capitali, e adesso nei palazzi del Consiglio e del Parlamento di Strasburgo si mettono sotto accusa le convinzioni giudiziarie arcaiche del resto del mondo: dell'America, innanzitutto, ma anche di Cina, Iran, Iraq, Congo e gli altri 117 paesi che adottano la morte di Stato. Ieri in mattinata le accuse erano state pronunciate, con toni energici, dalle Organizzazioni non governative. Il loro ruolo è quello di stimolare, e il ruolo di stimolo è stato fondamentale anche nella ideazione del Congresso, concepito e realizzato da "Insieme contro la pena di morte", un'associazione che conta poche decine di aderenti ed appena cinque persone nello staff

 Alla fine, dal confronto dei militanti è arrivata l'idea di una rete mondiale degli abolizionisti, una sorta di coordinamento planetario, per ora con obiettivi a portata di mano come l'istituzione di una "Giornata mondiale per l'abolizione della pena di morte". Il documento finale chiede "l'abolizione universale" del boia, anche se per il momento si accontenta di lanciare un appello a tutti gli Stati, perché premano sull'Onu in modo da far adottare "una moratoria mondiale delle esecuzioni, nella prospettiva di una abolizione universale". Nessuna scadenza e soprattutto, rimprovera Sergio D'Elia, [ab]nessun appello alla Ue per un suo impegno concreto[bb]

Il segretario dell'organizzazione "Nessuno Tocchi Caino"non nasconde la delusione. Ce l'ha un po' con Amnesty International, che non è d'accordo per premere sull'Onu e tentare di accelerare i tempi. La Comunità di Sant'Egidio, in cerca di una mediazione, accetta di lavorare sull'Unione europea ma anche su altri grandi paesi: Cile, Messico, Sudafrica

 Meno divaricate, in omaggio appunto alla prudenza, le posizioni dei politici: alla fine tutti i presidenti di Parlamento hanno firmato l'appello [ab]a tutti gli Stati affinché instaurino una moratoria delle esecuzioni e prendano iniziative volte ad abolire la pena di morte dalla loro legislazione nazionale[bb]. Nell'appello si dice che la pena di morte [ab]viola il più fondamentale dei diritti della persona, il diritto alla vita[bb], e che l'Europa ha già [ab]dato prova della massima determinazione[bb]. Sotto ci sono le firme della Fontaine e di lord RussellJohnston, del cileno Zaldivar, come di Casini, del belga de Decker, e di tanti altri, come il francese Forni, che minaccia di far chiudere la porta del Consiglio d'Europa in faccia a Usa e Giappone, accettati come osservatori: per l'ammissione nel Consiglio, ricorda Forni, bisogna aver archiviato il passato di barbarie

(23 giugno 2001) 


 23 GIUGNO 2001 

Basta con la morte di Stato" Sulla pena capitale l'Europa sfida Usa e Giappone 

GIAMPAOLO CADALANU 

STRASBURGO - Gli uomini dell'Europa ufficiale tengono i toni molto bassi: con gli amici non si litiga, nemmeno sulla pena di morte. Se uno strappo con l'America è necessario, allora dev'essere piccolo, e non sfrangiato, così che sia possibile ricucirlo in tempi rapidi. Al Congresso di Strasburgo contro la pena capitale i politici sembrano esitare: «Niente lezioni, solo persuasione», dice in apertura Nicole Fontaine, presidente dell'Europarlamento. «Nessuna forzatura», ripete lord RussellJohnston, presidente dell'Assemblea del Consiglio d'Europa. E anche Pierferdinando Casini prima di riconoscere i conflitti mette le mani avanti: «Quando si è così amici, non si deve avere paura di sottolineare la diversità»

Così il primo Congresso mondiale degli abolizionisti resta solo una tappa nella crescita politica dell'Europa, ma diventa un punto di svolta nel braccio di ferro fra l'America e chi ne critica le scelte penali. Non ci sono più solo i militanti a chiedere la fine della barbarie, stavolta accanto a loro ci sono intere corporazioni di avvocati, ci sono parlamentari, ci sono soprattutto le istituzioni. Se nei paesi dei massacri di Stato seminascosti (Cina in prima fila), gli appelli cominciano a filtrare, molto più difficile è la resistenza delle nazioni occidentali, che garantiscono l'accesso alle informazioni: è il caso del Giappone e soprattutto degli Stati Uniti. Tanto più che la convinzione è diffusa: il vento in Usa sta cambiando, e serve che la Casa Bianca ne prenda atto. Per maggior sicurezza, il secondo Congresso è già stato fissato, a giugno 2002, in terra americana

Il primo giorno di lavori era quello delle testimonianze, ieri invece è stato il momento delle proposte e delle scelte politiche. Il Vecchio Continente si è liberato del tutto dei patiboli, con la decisione della Corte Suprema di Mosca di non ammettere più sentenze capitali, e adesso nei palazzi del Consiglio e del Parlamento di Strasburgo si mettono sotto accusa le convinzioni giudiziarie arcaiche del resto del mondo: dell'America, innanzitutto, ma anche di Cina, Iran, Iraq, Congo e gli altri 117 paesi che adottano la morte di Stato. Ieri in mattinata le accuse erano state pronunciate, con toni energici, dalle Organizzazioni non governative. Il loro ruolo è quello di stimolare, e il ruolo di stimolo è stato fondamentale anche nella ideazione del Congresso, concepito e realizzato da "Insieme contro la pena di morte", un'associazione che conta poche decine di aderenti ed appena cinque persone nello staff

Alla fine, dal confronto dei militanti è arrivata l'idea di una rete mondiale degli abolizionisti, una sorta di coordinamento planetario, per ora con obiettivi a portata di mano come l'istituzione di una "Giornata mondiale per l'abolizione della pena di morte". Il documento finale chiede "l'abolizione universale" del boia, anche se per il momento si accontenta di lanciare un appello a tutti gli Stati, perché premano sull'Onu in modo da far adottare "una moratoria mondiale delle esecuzioni, nella prospettiva di una abolizione universale". Nessuna scadenza e soprattutto, rimprovera Sergio D'Elia, «nessun appello alla Ue per un suo impegno concreto» . Il segretario dell'organizzazione "Nessuno Tocchi Caino"non nasconde la delusione. Ce l'ha un po' con Amnesty International, che non è d'accordo per premere sull'Onu e tentare di accelerare i tempi. La Comunità di Sant'Egidio, in cerca di una mediazione, accetta di lavorare sull'Unione europea ma anche su altri grandi paesi: Cile, Messico, Sudafrica

Meno divaricate, in omaggio appunto alla prudenza, le posizioni dei politici: alla fine tutti i presidenti di Parlamento hanno firmato l'appello «a tutti gli Stati affinché instaurino una moratoria delle esecuzioni e prendano iniziative volte ad abolire la pena di morte dalla loro legislazione nazionale». Nell'appello si dice che la pena di morte «viola il più fondamentale dei diritti della persona, il diritto alla vita», e che l'Europa ha già «dato prova della massima determinazione». Sotto ci sono le firme della Fontaine e di lord RussellJohnston, del cileno Zaldivar, come di Casini, del belga de Decker, e di tanti altri, come il francese Forni, che minaccia di far chiudere la porta del Consiglio d'Europa in faccia a Usa e Giappone, accettati come osservatori: per l'ammissione nel Consiglio, ricorda Forni, bisogna aver archiviato il passato di barbarie


 REPUBBLICA – 23/06/01 

Bianca Jagger "Fermiamo Bush" L'appello dell'ex modella, testimone per Amnesty: "L'Ue può fare molto" 

STRASBURGO - «Ricordo bene quando è cominciato il dibattito sulla pena di morte. Ci insultavano, ci minacciavano. L'argomento era tabù. Poi invece è diventato una discussione reale. E ora siamo vicini ad una svolta». Bianca Jagger sorride e non si ferma un attimo. Un quadernetto pieno di numeri nella mano destra, telefono cellulare nella sinistra, strappa ai momenti liberi del Congresso di Strasburgo spazi per continuare ad organizzare, a disporre, a mobilitare. Un leader politico, più che una ex modella trapiantata dal jetset all'impegno militante per i diritti umani

Signora Jagger, questo Congresso otterrà qualcosa? «E' un passo molto importante nella strada per l'abolizione della pena di morte. Finora la lotta era a livelli inferiori: organizzazioni non governative, gruppi religiosi. Ma oggi la riunione si fa qui, nella sede del Parlamento europeo: questo significa che si è fatto un altro passo. Si è raggiunto un livello istituzionale. Da qui partono messaggi espliciti alle democrazie che ancora applicano la pena capitale. Parlo di Stati Uniti e Giappone, ovviamente. Chissà, non è da escludere nemmeno che siano esclusi dal Consiglio d'Europa, dove oggi sono ammessi come osservatori»

Ma crede davvero che il governo americano sia disposto a fare qualche apertura dopo questo congresso? «Guardi, fino a poco tempo fa l'opinione pubblica degli altri paesi non contava nulla negli Stati Uniti. Ora però le cose stanno cambiando, l'arrivo di Bush alla Casa Bianca è stato un punto di svolta. I suoi atteggiamenti su questioni come lo scudo antimissile, Kyoto, la pena di morte, hanno chiarito la sua linea: anche se non vuole ammetterlo, è un isolazionista. Il mondo ormai lo ha capito, e le contestazioni durante i suoi viaggi ne sono la prova. Così credo che arriverà il momento in cui l'Europa decide di parlare e di manifestare il suo disaccordo. Sulla pena di morte, per la prima volta, l'Europa ha trovato il coraggio di dire: i nostri valori sono diversi»

Qual è il suo ruolo in questa battaglia? «Io lavoro per Amnesty e per la Coalizione per l'abolizione della pena di morte. Ho assistito all'assassinio di un innocente, Gary Graham. E so che la testimonianza può servire a far capire gli altri. L'America guarda l'esecuzione di McVeigh e non vede, i testimoni conoscono tutti i dettagli tecnici della sua morte ma non capiscono appieno che stanno assistendo a un delitto di Stato»

Qual è la differenza fra la cultura americana e quella europea, che le rende così diverse davanti al boia? «Credo che questa violenza di fondo sia sempre presente nella storia dell'America. La loro non è giustizia, è vendetta. Non è democrazia, è una messinscena della democrazia. Parlavano di effetto dissuasione, e ora nessuno ne accenna più, perché i dati confermano che il patibolo non dissuade i criminali. Ora parlano di «ricompensa psicologica», quando fanno assistere alle esecuzioni i familiari delle vittime. Ma questo genera altro odio: tutti i familiari poi raccontano che non hanno avuto nessun sollievo dallo spettacolo della vendetta, se mai disagio»

Che cosa può fare il cittadino singolo per questa battaglia? E che cosa possono fare i divi dello show business? «Il cittadino comune può impegnarsi in molti modi: raccolta di firme, lettere, petizioni, manifestazioni. E lo stesso vale per i personaggi pubblici, con in più lo strumento della loro notorietà. Vorrei proprio fare un appello a chi sta sul palcoscenico, perché partecipi alla nostra lotta»

(g.cad.)  


– 24/06/01  

L'INTERVENTO Schiavi di un modello 

RAFFAELE K. SALINARI * L' arroganza con cui il vero proconsole della globalizzazione economico-finanziaria nel nostro paese - il presidente di Confindustria - ha affermato che solo quel modello può garantire lo sviluppo dei paesi poveri, racchiude in sé tutta l'agenda dei prossimi vertici multilaterali. Ma se questo non bastasse a far capire ai dubbiosi la gravità della situazione basterebbe aggiungere le notizie, oramai ampiamente confermate, sulla privatizzazione delle Nazioni unite che in un prossimo futuro potrebbero essere finanziate non dai governi ma direttamente dalle multinazionali, quelle stesse che attraverso l'Organizzazione Mondiale del Commercio vorrebbero impedire ai popoli del Sud del mondo di produrre fuori brevetto le medicine salvavita

Una chiara avvisaglia di questo "salto di qualità" della globalizzazione realmente esistente l'abbiamo avuta qualche giorno fa in occasione di un evento che rappresenta un termometro sensibile dei rapporti di forza che oggi esistono tra i rappresentanti dei movimenti alternativi e quelli del pensiero unico. Si tratta della seconda conferenza preparatoria dell'Ungass, la sezione speciale dell'Assemblea delle Nazioni unite sull'infanzia che si è svolta a New York nei giorni scorsi

Anche in quel caso, come a Genova o come a Göteborg, la posta in gioco è stata la stessa e cioè la necessità di porre a fondamento del diritto internazionale i valori della solidarietà e dell'eguaglianza contrapposti a quelli del privilegio e della conservazione di uno sviluppo diseguale

Perché è questo oggi il reale significato della parola globalizzazione

Analizziamola da vicino

Nel caso dei minori provenienti da molti "Paesi in Via di Sviluppo", l'affermazione del presidente di Confindustria ha preso la forma più intollerabile e cioè quella dell'opposizione di alcuni stati ricchi, primi tra tutti gli Stati uniti ma non solo, alla necessità che il traffico di bambini fosse considerato alla stregua di un delitto contro l'umanità o che la pena di morte per i minori, ancora comminabile negli Stati uniti, fosse abolita. Se questa è la globalizzazione di cui si parla le affermazioni di D'Amato diventano non solo arroganti ma estremamente preoccupanti, almeno per quanti di noi ritengono che "un altro mondo è possibile". I bambini schiavi della nave Eriteno, che durante il periodo pasquale avevano commosso molti cittadini italiani, non sono forse assimilabili, in questa visione totalizzante che viene proposta, a lavoratori oramai pienamente flessibili e del tutto organici alle politiche di espansione delle aziende che li sfruttano? Ed i bambini soldato della Sierra Leone, non sono forse per la globalizzazione realmente operante i miglior consumatori delle armi prodotte da noi? Se così non fosse, come spiegare la reticenza di tanti governi a condannare l'evidenza che lo sfruttamento sessuale dei bambini alimenta un'industria realmente globale e del tutto libera dalle pastoie del controllo sindacale? Per capire il senso ultimo di una dichiarazione di questo tipo vale dunque la pena guardare da vicino ai luoghi e alle persone che oggi rappresentano, purtroppo, la vera punta avanzata di quel modello che si vorrebbe estendere a tutto il mondo. Ecco perché i segnali di resistenza culturale e militante si moltiplicano, si organizzano, si parlano

Tutti sappiamo che un G8 si prepara durante tutto l'anno, per molti di noi Genova non sarà quindi che un nuovo inizio