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Pena di morte: l’America ci ripensa?

1) IL GOVERNATORE DELL’IlLINOIS

«Io, repubblicano, ho fermato il boia»

 DA New York

E’ repubblicano, a capo di uno Stato che ammette la pena di morte, ma ha fermato la mano del boia «senza alcun rimpianto». Il governatore dell’Illinois, George Ryan, ha sospeso le esecuzioni nel suo Stato due anni e mezzo fa. Il gesto all’epoca suscitò scalpore, ma non quanto le parole con cui più volte Ryan lo ha motivato. «Sono profondamente turbato dal rischio di mandare a morte un innocente o dai dati che mostrano che i neri sono condannati a morte più facilmente dei bianchi». Durante un’audizione in Congresso, il mese scorso, Ryan ha raccontato come fosse «moralmente penoso» per lui, ogni volta, dare il via libera a un’esecuzione. Ryan non rinnega la validità della pena capitale. A turbarlo è la possibilità che non venga applicata «con rigore ed equità». Il governatore cominciò a interrogarsi sulle falle del sistema giudiziario poco dopo aver assunto la guida dell’IIlinois: si accorse che, in vent’anni, 13 delle 25 persone condannate a morte erano state in un secondo tempo trovate innocenti e liberate. Ryan fu colpito dalla storia di tre uomini che erano rimasti nel braccio della morte per 9, 10 e 20 anni prima di essere scagionati da nuove prove. «Il sistema giudiziario americano deve essere un esempio per tutto il mondo. Deve essere giusto e compassionevole». Per questo Ryan ha incaricato un gruppo di giuristi di riformare il sistema, spingendo altri governatori a seguirlo.

 2)       I familiari delle vittime: «Punire i criminali è più importante dell’opinione pubblica» 

Dudley Sharp presidente dell’organizzazione texana Justice for all, che rappresenta le famiglie delle vittime di omicidi, non è convinto che si possa parlare di un’inversione di tendenza nell’accettazione della pena di morte negli Usa. Riconosce però il bisogno di applicare la pena capitale con maggiore rigore. «Va somministrata con estrema cautela — dice — ma non ho dubbi sul suo valore deterrente».

Come giudica la sentenza della Corte Suprema che vieta la sedia elettrica per i minorati mentali?

Non era necessaria. L’incapacità di intendere e di volere è già una circostanza attenuante che permette alle giurie di decidere caso per caso. L’opinione pubblica sembra essere cambiata rispetto alla pena di morte...Questo è l’aspetto più sconcertante. I tribunali non dovrebbero riflettere gli umori del pubblico, ma interpretare la legge e la Costituzione. Che non è cambiata.

Alle due sentenze della Corte Suprema si è aggiunta di recente quella di un tribunale federale di New York che definisce la pena di morte inammissibile sempre in base alla Costituzione.

E’ una sentenza che non sta in piedi e che verrà ribaltata in appello. Si basa su uno studio secondo il quale nel commininare la pena di morte attualmente c’è un margine di errore del 68%. Non è vero: il margine è oggi di circa il 30%.

Cosa risponde a chi dice di non accettare alcun margine di errore, quando c’è in gioco la vita o la morte di un condannato?

Che nessun sistema giudiziario è perfetto. La mia difesa della pena di morte si basa sul fatto che la vita di persone innocenti è messa più a rischio dalla mancata esecuzione di un criminale che dall’esistenza della pena di morte.Un recente sondaggio rivela che circa il 20% de sostenitori della pena capitale preferirebbe l’ergastolo ma teme che i condannati escano di prigione prima del tempo.Questa possibilità c’è già e le giurie la tengono in considerazione. La pena di morte è per i casi più efferati, in cui non ci si può permettere il rischio che un assassino scappi, che venga amnistiato o che uccida in prigione. (E.Mol.)  

 3) Trent’anni fa la pena di morte era illegale negli Stati Uniti. Dal 1968 al 1978 le sedie elettriche delle prigioni restarono inutilizzate o vennero riciclate come poltrone da barbiere. Non durò molto. Nel 1976 la Corte Suprema tornò sui suoi passi e gli Usa si unirono all’Iran e l’Arabia Saudita (fra gli altri) nel permettere la morte dì Stato. Ci furono due esecuzioni nel ‘79, nessuna nell’80. Poi la piena montò: tre anni fa l’America uccise 98 suoi cittadini.Ora le acque si stanno pian piano ritirando. Più di 100 condanne di innocenti venute a galla negli ultimi anni, oltre a un numero troppo alto di neri poveri, analfabeti, minorenni e di incapaci di intendere nei bracci della morte, hanno fatto leva sul senso di giustizia degli americani. L’opinione pubblica è ancora in maggioranza a favore della pena capitale, ma se nel 1980 l’80% degli americani diceva sì al boia, quest’anno gli irriducibili sono poco meno del 65%. Non solo: se agli intervistati viene data l’ipotetica certezza che un ergastolo comporti davvero il carcere a vita, la percentuale scende a 43.Sono cifre mai viste. Così come non si sono mai viste almeno negli ultimi 30 anni, le Corti americane mettere nuovi paletti alla pena di morte con tanta decisione. Nel mese di giugno, la Corte Suprema ha detto no alla messa a morte di omicidi con il quoziente intellettivo di un bambino, poi ha respinto la possibilità che un giudice e non una giuria possa decidere sulla vita o la morte di un imputato. Due sentenze che, se applicate alla lettera, potrebbero salvare dall’iniezione letale circa 1000 persone. Le decisioni hanno anche costretto quattro Stati a riesaminare le proprie leggi sulla pena dl morte, e proprio due giorni (la Florida ha sospeso le esecuzioni a tempo indeterminato). Intanto, un giudice dl New York (uno dei 6 Stati in cui la pena di morte è legale ma non viene applicata da 30 anni) ha dichiarato incostituzionali le condanne capitali per i crimini federali. Un’altra picconata alla pena capitale già in ottobre, quando la Corte Suprema dovrà decidere sulla costituzionalità della messa a morte di criminali che uccisero da minorenni (in 30 anni gli Usa ne hanno eliminati 160).Ha sorpreso anche un giornale conservatore come il Washington Times, che in un editoriale ha definito la motivazione con cui il giudice di NewYork ha dichiarato incostituzionale la punizione massima «convincente in modo inquietante».Pochi commentatori ed esperti, in realtà, si pongono la domanda che Victor Hugo lanciò provocatoriamente 150 anni fa: che  ogni sentenza è stata accompagnata da un’attenzione senza precedenti e da dichiarazioni inattese. lì giudice conservatore della Corte Suprema Sandra O’Connor ad esempio, in un raro commento pubblico ha riconosciuto che l’applicazione della pena di morte, così com’è, è arbitraria e va riformata. Un’opinione pesante che lascia intravedere la possibilità di diritto ha la società di prendere qualcosa che non ha mai dato ai suoi cittadini? Ma la paura che il sistema giudiziario americano possa condannare un innocente o essere considerato barbaro sta provocando una vera rivoluzione. Come ha scritto un professore della Columbia University a commento di una ricerca sulla pena di morte: «La punizione ultima sta crollando sotto il peso dei suoi stessi errori».