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NO alla Pena di Morte
Campagna Internazionale
Comunità di Sant'Egidio

 

Parla Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio

«La nostra coscienza rifiuta simili sentenze»

20/08/02

ROMA «Il problema è che ogni volta che si applica la pena di morte è un orrore e ogni volta che si colpiscono le donne sostanzialmente solo per la loro condizione di donna, come nel caso di Amina, si ha il senso di una cosa odiosa, che la nostra coscienza rifiuta» commenta Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio, in prima linea nella lotta contro la pena di morte e a difesa di Amina.

Marazziti, ma Islam e diritti umani sono inconciliabili?

«Il problema serio è quello del rapporto tra Islam e democrazia. Non abbiamo ancora esempi maturi di società islamiche che si rapportino con sistemi di governo non autoritario, riuscendo a maturare un maggiore rispetto della persona umana e un maggiore spazio per la società civile...»

Si applica la sbaria. Cosa fare allora?

«Il nodo dell’applicazione della sharia, che è tornato di attualità negli ultimi anni, è uno dei problemi. Quello che bisogna fare è aiutare l’Islam a trovare le sue forme di connessione con la democrazia. Perché poi si creino quelle dinamiche autonome che possono portare ad una maggiore autonomia della vita civile. Perché non è detto che una società islamica debba per forza applicare la sharia e poi in questo modo. Conosciamo in profondità molti ambienti islamici legati anche in Africa alla “rinascita islamica”, e quindi non filo occidentali, e purtroppo il ritorno alla sharia nasce spesso, ancor prima che da motivazioni religiose, da motivazioni sociali come il rifiuto della corruzione dei governi o di uno Stato amministrato male per gli interessi privati di pochi. La spinta verso società che noi definiremmo «panreligiose» è spesso una spinta etica e non contro la persona umana. Questo in concreto, però, può tradursi in un’applicazione della legge islamica che diventa intollerante e umiliante per la dignità, per esempio, di molte donne».

Ma questo cosa vuol dire in Nigeria, paese dove convivono realtà etniche e religiose diverse?

«La Nigeria è un paese misto, federale e la battaglia che si gioca in questa fase - e che passa per la vita di donne come Amina - è lo scontro tra un presidente, Obasanjo, che sta cercando di riportare il paese più vicino alle grandi democrazie del mondo, uscendo da una fase di corruzione assoluta e di arricchimento di pochi e impoverimento di decine di milioni di nigeriani, e la resistenza di alcune regioni del paese, che oggi esaltano la differenza su base religiosa. In questa situazione c’è anche il rischio che Osama bin Laden diventi il Che Guevara di questo nuovo Islam».

Quindi lei mette in guardia dai rischi di una contrapposizione frontale?

«Dobbiamo esprimere altissimo rispetto per l’Islam e fermissimo appello a che la vita di tutti sia rispettata. Non smetteremo di domandare la grazia per Amina, di chiedere al Parlamento italiano di fare dei passi per esprimere il disagio che c’è nel nostro paese e in Europa. Queste non sono interferenze indebite. Noi ci assumiamo la responsabilità di dire non si devono uccidere le persone come Safia o come Amina, e se la Nigeria vuole avere rapporti con i paesi europei è bene che sappia che questo turba gravemente la coscienza degli europei. Contemporaneamente non intendiamo dire in nessun modo che l’Islam è una religione contro l’umanità. Sappiamo che al suo interno vi è una profonda anima di tolleranza e che dobbiamo aiutare l’incontro tra Islam e democrazia».

La pressione economica può essere uno strumento efficace?

«In qualche caso forse, ma non in questo. In Nigeria il governo centrale ha una sensibilità vicina alla nostra su questo tema. Chi si va a colpire esercitando una pressione economica? Non vorrei che si finisse per fare un piacere a quelli dello stato di Katsina che preferiscono mettere in difficoltà il governo centrale».