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Al
Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan
Islam
Abduganievic Karimov
Dall’ONG
per la difesa dei diritti “Madri contro la pena di morte e la
tortura”
Egregio
Signor Presidente!
Noi
dell’organizzazione “Madri contro la pena di morte e la tortura”
ci rivolgiamo a lei in qualità di supremo organo dell’autorità
costituzionale della Repubblica dell’Uzbekistan per richiedere
l’introduzione della MORATORIA DELLE ESECUZIONI CAPITALI.
La
pena di morte costituisce una violazione del diritto alla vita, sancito
nella costituzione della Repubblica dell’Uzbekistan.
La
pena di morte è il limite estremo dell’offesa recata ai diritti
dell’uomo.
E’
un omicidio premeditato ed a sangue freddo da parte dello stato in nome
della giustizia.
La
pena di morte rappresenta una forma estrema di punizione crudele ed
inumana.
Nei
loro insegnamenti, le grandi religioni mondiali fanno riferimento ai
valori di misericordia, compassione e perdono.
Nei
diversi libri sacri scritti nelle varie lingue, sta scritta una cosa:
Dio ha creato l’uomo, l’Uomo e non il giapponese, il cinese, il
russo o l’ebreo. Dio ha creato l’uomo, perciò noi abbiamo una
responsabilità verso la vita e la morte dell’Uomo, creatura di
Dio.
Abbiamo
il diritto di arrogarci le prerogative di Dio?
Siamo
sempre nel giusto nelle nostre decisioni, nel pronunciare una sentenza?
Non
esiste crimine per cui debba pagare con la propria vita solo colui che
l’ha commesso. Noi tutti, abitanti della terra, in un modo o
nell’altro abbiamo una comune responsabilità. E’ la nostra croce
e la punizione del colpevole non ci solleva dalla nostra
responsabilità, semmai la aggrava.
Caratteristica
fondamentale dei diritti dell’uomo è di essere inalienabili: tutti
gli uomini ne godono in uguale misura, indipendentemente dal loro
status, dall’appartenenza etnica, dalla loro religione o provenienza.
Nessuno
può essere privato di tali diritti, qualsiasi crimine abbia
commesso.
I
diritti umani si applicano ai peggiori fra noi, come ai migliori. I
diritti umani esistono a tutela di noi tutti.
Troppi
governi ritengono di potere risolvere gravi problemi sociali o politici
attraverso la punizione di decine se non di centinaia di detenuti.
Troppi
cittadini in troppi paesi del mondo ignorano che la pena di morte non
difende la società ma la rende più invivibile.
Nessuno
degli studi condotti fino ad oggi ha dimostrato in modo
incontrovertibile che la pena di morte costituisca uno strumento di
repressione o un deterrente più
efficace rispetto ad altri tipi di punizione.
L’assenza
di prove evidenti del fatto che la pena di morte sia lo strumento
privilegiato di prevenzione
del crimine, testimonia che pensare di basare la deterrenza sull’uso
della pena capitale da parte dello stato è inutile
e pericoloso.
La
pena di morte è una punizione severa ma non contribuisce alla riduzione
della criminalità.
La
pena di morte può essere l’irrimediabile conseguenza di un errore
giudiziario: qui sta la differenza con la pena detentiva.
Esisterà
sempre il rischio di condannare a morte degli innocenti.
La
pena di morte è contro il principio della riabilitazione del colpevole.
Lo stato non può rispondere all’omicidio con un altro omicidio, non
può mettersi sullo stesso piano di chi usa violenza verso gli altri.
Inoltre,
nessun sistema penale è infallibile, poiché suscettibile di
discriminazioni ed errori. Nessun
sistema giudiziario può dare garanzia di essere equo, incontrovertibile
ed infallibile quando dalle sue decisioni
dipenda a chi tocchi di vivere ed a chi di morire.
Finché
la pena di morte verrà ammessa come forma legittima di punizione, ci
sarà sempre la possibilità di abusarne e solo la sua abolizione può
garantire che ciò non accada.
La
pena di morte legittima una
violenza irreversibile da parte dello stato e richiede un inesorabile
sacrificio di vittime innocenti. Poiché anche il giudizio umano più
autorevole non è scevro da errori, il rischio di condannare
l’innocente è sempre in agguato.
Prendendo
posizione contro la pena di morte, non vogliamo in nessun modo cercare
di giustificare o legittimare i crimini commessi dai condannati. Come
organizzazione fortemente interessata al destino di coloro che sono
privati dei diritti umani, non vogliamo neppure sminuire la sofferenza
di quanti hanno perso i loro cari per mano di un omicida e siamo
profondamente solidali con loro. Non di meno, dato il suo carattere
definitivo e crudele, la pena di morte è incompatibile con le norme di
comportamento che sono appannaggio della civiltà moderna: è una
reazione indebita ed inaccettabile ad un crimine violento.
L’indipendenza
dei tribunali e l’inammissibilità di ogni ingerenza nelle loro
competenze come previsto
dall’ordinamento giuridico è stabilita dall’articolo 14 del Codice
di Procedura Penale.
Tuttavia
in
Uzbekistan si è creato un circolo vizioso per cui il condannato che si
appella contro una sentenza capitale ma rifiuta di
dichiararsi colpevole, rischia di non veder presa in
considerazione la propria domanda di grazia rivolta al Presidente.
Non
c’è né può esserci giustificazione alla tortura o a qualsiasi
trattamento crudele. Come la tortura, anche la pena di morte appare una
violenza fisica e psicologica assoluta sulla persona.
La
pena di morte è per sua natura una realtà che genera il male:
negazione del diritto e della possibilità di rimediare all’errore
giudiziario; un deficit di umanità nei fondamenti della società e
dello stato; non solo porta in sé un errore, ma annulla ciò che più
conta: l’inalienabile diritto di ogni uomo alla vita.
In
tale situazione, solo una moratoria delle esecuzioni capitali in
Uzbekistan darà la possibilità di appello e di revisione delle
sentenze. Il successo nella lotta contro il male rappresentato dal
crimine è garantito non dalla spietatezza della legge, ma dalla
certezza della pena.
Egregio
Islam Abduganievic!
-
Noi tutti conosciamo la
sua onestà ed equità come Presidente e la sua bontà d’animo. Nel
corso del suo mandato sono stati compiuti numerosi passi in avanti per
il bene del popolo.
-
Il popolo le ha affidato
senza esitazione il proprio destino, confidando nella sua saggezza, nel
suo coraggio e nella sua bontà.
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Chiedendo la moratoria
delle esecuzioni capitali NOI
AFFIDIAMO ALLE SUE MANI LE VITE dei detenuti che vivono in condizioni
disumane e che guardano verso di lei supplicanti mentre attendono una
soluzione positiva del problema dell’abolizione della tortura e della
pena di morte in Uzbekistan.
CON
PROFONDO RISPETTO E FIDUCIA ILLIMITATA NELLA SUA BONTA’,
Organizzazione
indipendente non governativa
“Madri
contro la pena di morte e la tortura”
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