Lunedì 6 Settembre 2004
Casa Ildefonso Schuster, Sala Pio XII
La lotta alla povertà: prima frontiera di un nuovo umanesimo

Previous page
Home page

 

Francesca Zuccari
Comunità di Sant’Egidio
  

La lotta alla povertà è una delle grandi sfide per l’uomo contemporaneo. Bisogna prendere atto che l’economia globalizzata e il libero mercato non hanno saputo e voluto arginare e rimuovere lo stato di miseria di grande parte degli abitanti del pianeta. La disuguaglianza tra i ricchi e i poveri, per dirla con Zygmunt Bauman “è indubbiamente la più inquietante tra le tendenze contemporanee”.

Parlare di lotta alla povertà oggi è straordinariamente attuale e improcrastinabile anche di fronte al fatto che le attuali politiche di contrasto si sono rivelate deboli ed inefficaci.

Non è nemmeno necessario conoscere le statistiche per accorgersene, basta guardare alla crescita del numero di persone senza casa che vivono in tutte le grandi città del mondo. Le cause di questo fenomeno hanno origini complesse, ma si tratta della conseguenza visibile dell’impoverimento di masse enormi di persone.

Il discorso è indubbiamente di grande complessità. Vorrei provare a soffermarmi, per non cadere in analisi generiche e superficiali, solo su alcuni aspetti del problema della povertà che riguardano le nostre società occidentali.

Negli ultimi anni andiamo assistendo all’impoverimento di fasce sempre più consistenti di popolazione, anche nelle cosiddette società del benessere. Nella vecchia Europa la crisi dello Stato sociale fa si che un numero crescente di persone non trovi più sostegno in misure assistenziali garantite dallo stato: le pensioni sono insufficienti, il diritto alla casa è molte volte disatteso, il lavoro non ha più garanzie di stabilità, la disoccupazione non è coperta da efficaci misure di contrasto, le spese sanitarie, non più gratuite per tutti, diventano un aggravio per redditi deboli. Insomma i tagli alla spesa sociale cominciano a far vedere i loro problematici effetti.

Proprio in questi mesi in Italia si è molto discusso su questo tema. Il dibattito, al di là delle polemiche sui numeri della povertà e sui sistemi di misurazione, ha messo in evidenza come l’accresciuto costo della vita abbia ridotto il potere di acquisto dei salari producendo un impoverimento anche della classe lavoratrice. Ma le persone che risultano più colpite sono indubbiamente le persone anziane che con i bassi livelli di pensione non riescono spesso ad arrivare alla fine del mese. La Comunità di Sant’Egidio che è da sempre vicina agli anziani in tante parti del mondo registra questo processo di impoverimento oramai da alcuni anni. Un piccolo esempio: nei Centri di accoglienza della Comunità di Sant’Egidio, dal 1999 ad oggi, la percentuale degli anziani che chiedono un aiuto alimentare è raddoppiato. Questo non è certamente solo un problema italiano: dagli Stati Uniti ai paesi dell’Unione Europea la condizione degli anziani rappresenta oramai un’emergenza, anche se non sempre avvertita come tale: pensiamo ai tanti anziani che l’estate scorsa sono morti in Europa a causa delle elevate temperature. Si vive più a lungo ma si vive peggio, a volte ai limiti della sopravvivenza oppure si muore di abbandono e di solitudine.

Ma quello che sembra cambiato è anche il rapporto stesso con la povertà, alla quale oggi più di ieri si guarda con un realismo rassegnato: si parla di razionalizzazione della spesa sociale che in sostanza vuol dire tagliare i finanziamenti e ridurre le prestazioni sociali garantite, come sta avvenendo in tutti i paesi del nord del mondo. Di fatto si sta mettendo in crisi il sistema dei diritti sociali conquistato delle democrazie occidentali, finendo per accettare la povertà e le disuguaglianze sociali come fenomeni inevitabili.

Questo diverso modo di guardare alla povertà sta producendo un preoccupante cambiamento di mentalità che ha delle conseguenze negative anche nelle cosiddette politiche sociali. I poveri, sempre più facilmente, sono avvertiti come una minaccia e non come uomini e donne che attraversano un periodo difficile della loro vita; la povertà sembra una colpa individuale e non un male sociale da combattere, dal quale non è facile mettersi al riparo. Ne consegue che gli stessi problemi sociali, come la presenza di persone senza dimora, l’immigrazione, la droga, la prostituzione, vengono affrontati spesso solo nell’ottica dell’ordine pubblico.

Voglio dare di questo cambiamento di mentalità solo alcuni tratti.

Si è fatto spazio un fastidio crescente verso chi chiede l’elemosina per strada: in molte città in Europa negli ultimi anni si discutono e sono stati approvati provvedimenti per impedire ai poveri di chiedere soldi per strada. Un esempio fra tanti: in Italia a Vicenza nel settembre 2003 è stata emanata un’ordinanza che vieta l’accattonaggio in tutte le aree pedonali del centro storico della città e anche di mostrare in pubblico “deformità ributtanti” che potrebbero infastidire la sensibilità dei cittadini; l’ordinanza stabilisce anche la distanza tra un mendicante e l’altro: non meno di 200 metri. Si vorrebbe nascondere alla vista questi aspetti così visibili della povertà: è quello che è successo in tante città europee dove le persone che vivono in strada, nelle stazioni ferroviarie o in altri luoghi di riparo, sono state allontanate dai centri cittadini in nome della sicurezza e del decoro urbano. Questi poveri sono costretti a nascondersi in luoghi isolati a volte in situazioni di pericolo, sotto i ponti dei fiumi, lungo i binari ferroviari. Tanti ne incontra in queste difficili condizioni la Comunità di Sant’Egidio nelle distribuzioni serali di cibo in tante città. La conoscenza di tante storie di povertà e di emarginazione fa guardare con preoccupazione ad un approccio solo repressivo a queste forme del disagio sociale. Per esempio sempre più spesso si parla di tolleranza zero verso alcuni aspetti della povertà di strada: mendicanti, zingari, lavavetri, persone senza fissa dimora vengono guardati con diffidenza e con sospetto quando non direttamente allontanati. In una simile prospettiva non sembra tanto importante capire le ragioni del disagio sociale o di eventuali comportamenti devianti: avviare politiche di intervento efficaci viceversa richiede nuove conoscenze, interventi complessi e tempi a volte lunghi, almeno quanto lunghe, complesse e dolorose sono le storie di emarginazione di tanti persone.

Forse a ben vedere il progressivo aumento della popolazione carceraria in tutti i paesi del nord del mondo (solo in Italia a partire dal 1992 i tassi di carcerizzazione sono cresciuti di più del 40% e la situazione di sovraffollamento delle carceri sembra non trovare soluzione) ben corrisponde a questa mentalità, così come la difficoltà sempre maggiore, parlando sempre dell’Italia, a vedere applicate le misure alternative alla detenzione e la mancata approvazione di provvedimenti di clemenza invocati dallo stesso Santo Padre. Si è rinunciato alla funzione rieducativa della pena carceraria come prevederebbe per esempio tutta la legislazione europea: la detenzione assolve sostanzialmente ad un compito repressivo e incapacitante. Conosco tante storie di giovani che non riescono a liberarsi di un passato difficile perché non hanno prospettive di reinserimento reali e finiscono per tornare in carcere e trascorrervi i loro anni migliori: a volte si può parlare di piccoli ergastoli per il numero di anni di detenzione che alcune persone scontano pur avendo commesso solo reati minori.

Guardo anche con preoccupazione alla tendenza che si va affermando nel nord Europa, ma non solo, di tornare, seppur in modo meno eclatante del passato, a psichiatrizzare i problemi sociali. Per esempio in Belgio un numero consistente di giovani di strada, è stato ricoverato almeno una volta in un reparto psichiatrico pur non avendo problemi psichiatrici evidenti. Si assiste sempre più spesso ad una lettura in chiave di disagio psichico di problemi, come tante volte quelli dei giovani o degli anziani, imputabili invece alla solitudine o all’isolamento sociale.

Nelle grandi città il problema della disgregazione del tessuto sociale e l’allentarsi dei legami familiari producono un gran numero di persone che vivono in solitudine: l’isolamento sociale diventa particolarmente drammatico per le persone che vivono in condizioni di fragilità. E’ il problema di un numero crescente di anziani le cui condizioni di salute precarie vengono aggravate dalla mancanza di reti di sostegno. Le politiche sociali di sostegno all’anziano presso il proprio domicilio fanno fatica ad affermarsi nonostante siano di fatto meno costose: il futuro per chi invecchia sembra inesorabilmente quello di lasciare la propria casa e ritirarsi in un istituto di ricovero.

Sembra riaffermarsi un modello del passato, quello della istituzionalizzazione della povertà che appare come la rinuncia ad investire nuove energie per contrastare antichi e nuovi problemi sociali.

Questi sono solo alcuni segnali di una inversione di mentalità: di fronte ad una realtà sociale più complessa, a meccanismi economici perversi, a nuovi aspetti del disagio sociale di fatto si rinuncia a a cercare nuove risposte che salvaguardino i diritti della persona, della sua dignità qualsiasi siano le sue condizioni, la sua storia. Davanti ai grandi numeri della povertà o a mali sociali difficili da estirpare, il diritto ad un futuro migliore non sembra poter essere assicurato per tutti: è questo il frutto di politiche corte e cieche che guardano solo all’oggi, dominate dagli interessi di pochi e prive di una visione alta dell’uomo e della storia.

Queste brevi e parziali riflessioni portano a dire che il dibattito sulla povertà si gioca sicuramente su un piano economico, ma anche molto su un piano etico. Non c’è efficace lotta alla povertà se non c’è la ferma convinzione che la vita di ogni uomo ha un eguale valore in qualsiasi parte del mondo sia nato, qualsiasi siano le sue condizioni sociali, la sua età, che ogni uomo ha gli stessi diritti alla salute, al benessere, alla felicità per tutto il corso della sua vita. I poveri non sono un’altra razza o una categoria sociologica, sono uomini anzi sono l’immagine vera dell’uomo e della vita, spogliata da tante cose che non contano. L’accettazione passiva e colpevole delle disuguaglianze è un danno per tutti, per i poveri, ma anche per i ricchi perché è la negazione del valore incondizionato della vita anche quando è debole o sfigurata dal bisogno: questa accettazione è il principio dell’imbarbarimento e dell’odio. Di fronte alle sfide della povertà è necessario per questo, impegnare nuove energie e credere nella possibilità di costruire un mondo migliore per tutti anche laddove le risorse sembrano insufficienti, e non è mai vero così, o le dimensioni della povertà sembrano talmente grandi da non poter essere sconfitte.