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Andrea Riccardi
Comunità di Sant’Egidio
Illustri rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni mondiali, cari amici di Milano, siamo giunti al termine di queste giornate di intenso dialogo e di preghiera in cui gente di diversa religione si è raccolta qui a Milano: siamo grati all’arcivescovo, card. Dionigi Tettamanzi, e alla Chiesa ambrosiana per la sua accoglienza. Lo siamo anche verso tutte le istituzioni di Milano e della Lombardia. Sono stati giorni di grande partecipazione ai dibattiti e al dialogo che qui si è intessuto: siamo grati a tutti coloro, ospiti venuti da lontano o milanesi, che ne sono stati protagonisti. Al di là delle voci di tanti, nelle più diverse direzioni, non abbiamo sentito un facile unanimismo, affrettato dalla volontà di far bella figura; ma abbiamo colto come un desiderio di pace abbia attraversato i rappresentanti religiosi qui presenti e i credenti di tutte le religioni. Sono stati giorni importanti soprattutto di fronte agli scenari di un mondo non facile, ma complesso, contraddittorio, veramente disumano in alcune sue manifestazioni. Importanti testimonianze ci hanno trasmesso e manifestato il dolore di tanti in non poche parti del mondo, le più sofferenti, colpite dalla guerra, dal terrorismo, da grandi povertà. Di fronte a scenari così dolorosi è facile farsi prendere dal pessimismo, cedere all’idea che un futuro insanguinato e drammatico sia iscritto inevitabilmente nel nostro domani. Che resta solo da usare la violenza e rassegnarsi ad essere colpiti da essa. Insomma che il mondo di domani sia destinato a vivere in un quadro di violenza. Pessimismo e paura camminano di pari passo. E la paura è spesso cattiva consigliera di comportamenti e di scelte di fondo. Il dominio della paura rappresenta una vittoria per quelli che intendono terrorizzare la gente. E lo fanno con tutti i mezzi, talvolta i più barbari. In questi giorni, uomini e donne di diversa religione hanno mostrato la volontà di non farsi dominare dalla paura. Questo non ha significato buoni pensieri, astrattezza, distacco dalla realtà. Anzi si è provato a guardare in faccia la realtà, quale essa appare, anche con la presenza del male, con la povertà di tanti, con lo spiegarsi di oscuri disegni di violenza. Si è provato a guardare la realtà con compassione. Non ci si è trovati prigionieri della paura, ingessati nel pessimismo, chiusi in un atteggiamento negativo che respinge la gran parte del mondo, lo demonizza, spera nell’unica protezione di frontiere sicure. Abbiamo guardato la realtà illuminati dalla fede. La fede di chi si è abbeverato ai pozzi antichi delle religioni. Questi pozzi, così diversi, sono la risorsa di tanti assetati di speranza, di tanti oppressi dal dolore, di tanti cercatori di pace e di un futuro migliore. Questi pozzi sono una preziosa risorsa per chi sa che la realtà della vita va al di là dei limiti modesti che noi gli imponiamo. Dalla fede è sorta una speranza profonda, quella manifestata dall’appello di questa sera, condiviso e sostenuto da tanti, che parte dal cuore di Milano: un appello di pace. Non sono parole gettate al vento! Ma vengono dal profondo e sono maturate nella preghiera con il conforto della sapienza di diverse tradizioni religiose, sono spesso provate dal crogiuolo della sofferenza. Prima di convergere con un unico corteo in questa piazza e di incontrarci con tanta gente, ci siamo riuniti in luoghi diversi di preghiera: abbiamo pregato in luoghi diversi, ma non gli uni contro gli altri, ma gli uni accanto agli altri. La parola “pace” viene dal profondo di questa preghiera: è stata un augurio che ci siamo rivolti a vicenda, traendolo dal tesoro prezioso delle religioni; diventa un’invocazione che si eleva a Colui che è al di là di noi; si manifesta come un appello a tutti coloro che credono nella violenza, che fanno la guerra e seminano terrore in nome di Dio o che distruggono la vita umana in nome dei propri biechi interessi. La parola “pace” è il distillato prezioso di tanta sapienza religiosa, di tante invocazioni di credenti, di tante speranze di uomini e donne. E’ un sogno? E’ una parola semplice? E’ un’ennesima ingenuità? Non lo crediamo, perché la pace è dono di Dio più che solo risultato degli sforzi degli uomini, che spesso non sanno darsi la pace nella loro vita e in quella dei popoli. La pace è la più grande aspirazione concreta di milioni di donne e di uomini. Da Milano, pur di fronte a tanto svelarsi violento del male, sorge un’invocazione di pace e una ferma convinzione che tutti, con il dialogo, con la predicazione, con la vita, dobbiamo impegnarci a costruire la pace, a strappare le radici amare dell’odio e della vendetta, a sanare le ferite. Ieri sembrava un bel pensiero, utile in qualche situazione, oggi appare un’impellente necessità: l’impegno dei credenti, in tutti i modi, per la pace. Essere diversi –per lingua, storia, religione, etnia- non è una condanna allo scontro. Ed in questo mondo quanti scontri, ben più vasti che quelli tra alcune civiltà e religioni, ma così diffusi, intimi, vicini… E il demone dello scontro cerca motivi e giustificazioni nella diversità, sacralizzazione nelle religioni, argomenti nella memoria dei torti ricevuti. L’incontro di questi giorni tra gente di religione diversa ha rafforzato la via del dialogo nell’incontro stesso. Il ritrovarsi in tanti, di provenienza diversa, certo non concordi su tutto, differenti nelle loro identità e storie, manifesta quella civiltà del vivere insieme, del convivere, di cui il nostro mondo sembra aver bisogno, quella civiltà che le tradizioni religiose, nel loro libero intreccio, possono sostenere e realizzare. Il nostro cammino di dialogo continua. Non è interrotto. Non è intimidito dalle esplosioni di violenza e di terrorismo. Non è intimidito dai profeti dello scontro. Il tessuto umano lacerato di questo mondo, in tante sue parti, esige la pazienza del dialogo e dell’incontro. Milano è stata un passaggio importante, premessa di altri incontri in vari luoghi del mondo. Ma vorremmo darci un nuovo appuntamento, tra un anno, in Francia a Lione… Lo facciamo anche per manifestare l’intenzione di non far cadere questo dialogo. Lo facciamo perché siamo consapevoli che è più facile fare la guerra che costruire la pace: e l’incontro tra i credenti costituisce una rete importante perché questo nostro mondo, frammentato e conflittuale, possa sentirsi partecipe di un unico destino. Così il messaggio di pace che emerge da questi giorni, nella sua semplicità, è un prezioso distillato di tanto soffrire, di tanto sperare.
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