Cari amici,
siamo al termine di questi giorni di preghiera, di amicizia e di dialogo. Siamo stati circondati dall’interesse e dall’accoglienza dei lionesi, che si sono stretti attorno a noi, accompagnandoci con una simpatia e una partecipazione che abbiamo sentito molto viva. Lione, con il suo gusto dell’universale, si è aperta a tanti leader religiosi del mondo e a tanti amici della pace. Per questo ringrazio le Autorità, il card. Philippe Barbarin, e soprattutto la gente di Lione. Grazie!
Qualcuno, abituato alle contabilità del nostro tempo, potrebbe chiedersi quali sono i risultati di questo incontro. Che ne viene? Potrebbe guardare con scetticismo le nostre risposte, il nostro entusiasmo, la nostra fede, la nostra amicizia. Buoni sentimenti, ma come incidere sulla realtà? Dietro questo atteggiamento c’è un pensiero intimidito: quello di chi, dominato dalla paura, si rassegna alla moltiplicazione dei conflitti culturali, religiosi, militari. Questa è la realtà! Gridare al nemico, contrapporsi con arroganza non è un atteggiamento forte, ma spaventato.
Non è stato l’atteggiamento di questi giorni. Non ci siamo rassegnati a questa realtà. Quando dico noi, non intendo solamente noi cristiani, ma anche ebrei, musulmani, buddisti, credenti delle religioni asiatiche, umanisti e laici. Il nostro “noi” è vario e largo; ma si esprime con un unico messaggio e un unico sentimento. Viene da una pluralità di posizioni, di tradizioni e di pensiero, un messaggio profondo e coraggioso: non rassegnarsi alla realtà, ai conflitti, al risolversi delle diversità in contrasti dolorosi, alla povertà, alla dimenticanza di tanta parte del mondo. Il mondo può cambiare, può essere più umano e più pacifico, più giusto.
Non siamo rassegnati, anche se vediamo le difficoltà e tanti dolori. Anche se vediamo come il mondo di oggi sia ancora lontano dal raggiungimento di quegli obbiettivi di giustizia che si era fissato con il Millenium Goals. Non siamo rassegnati, perché la fede accende la nostra speranza, sostiene la nostra debolezza, accende il nostro cuore. Il mondo ha bisogno di cuori abitati dalla fede. Un mondo più umano non è un mondo senza spiritualità, senza fede. Le correnti dello spirito smuovono in profondità la nostra umanità, più di quanto si creda. La fede si va riconciliando sempre più con la ricerca di un mondo più umano. La fede si va riconciliando sempre più con il rispetto della libertà di tutti, che mi pare il cuore della laicità.
La pluralità dei mondi che rappresentiamo, anche qui a Lione su questo palco, mostra che il nostro universo è irriducibilmente al plurale. Un mondo globalizzato non è uniforme. Le identità religiose, culturali, nazionali, non muoiono, anzi crescono, insorgono contro il rullo della globalizzazione. Bisogna riconciliare sempre più i piccoli e grandi mondi del vissuto umano, le tante identità, con una visione globale e pacifica del mondo, in cui ci sia posto per tutti. E’ quella che, in questi giorni, abbiamo chiamato la civiltà del vivere insieme, del convivere. E’ una civiltà che ha bisogno di essere sorretta dalla fede, di svilupparsi nella libertà, di solidificarsi nel rispetto e nella coscienza che nessuno è tutto e che nessuno può e deve dominare gli altri. E’ una civiltà che ha bisogno di tessitori pazienti e sapienti, capaci di connettere e di rispettare, creando un quadro comune di convivenza.
Usciamo da Lione rafforzati nella convinzione che Dio ama la pace e che il suo nome è un nome di pace. Noi scriviamo questo nome nei nostri cuori e nella storia. Pace è vivere con gli altri, diversi da noi, ma come noi compagni di questa avventura umana e figli di Dio. Pace è lottare perché i poveri siano meno poveri, perché cessi quella violenza dell’economia e dell’abbandono, che è la condanna ad essere poveri, padri e madri di poveri, condannati alla miseria.
Saremo capaci di realizzare una pace più grande? Sarà capace il nostro mondo? Da Lione, dalle nostre preghiere, sale forte una convinzione di speranza: Dio aiuta gli uomini e le donne che cercano la pace. Perché la pace è dono di Dio. E Dio è più forte del male, della guerra, delle montagne di miseria. Per questo crediamo nella pace.