Sant’Ignazio di Antiochia dice che il momento in cui un vescovo assomiglia di più a Gesù Cristo è quando la sua bocca rimane chiusa, e tuttavia troppo spesso, agli inizi del loro ministero, i vescovi sviluppano una facilità fatale alle continue esternazioni. L’amore di Dio è un tema così vasto che è prudente imporre un limite di tempo di dieci minuti, quindi spero che mi perdonerete se parlerò facendo alcuni piccoli accenni.
I due amori sono collegati, così come ha insegnato Gesù Cristo. Se si esamina attentamente, vedremo che l’amore di Dio che non si esprime nell’amore del prossimo è il modo in cui un ego umiliato si innalza nuovamente amando una qualche proiezione che ci siamo creati, la nostra rabbia o il nostro perfezionismo. L’amore del prossimo esplora e approfondisce il nostro amore di Dio. Amando il prossimo si può entrare nel mistero dell’amore di Dio e questo è il motivo per cui Sant’Antonio il Grande disse “io sono salvato dal mio prossimo”.
Allo stesso tempo Dio ha diffuso ovunque l’amore, che è il canale di comunicazione più profondo con Lui. Il mistico inglese del 1300, che scrisse “La nube della non conoscenza”, esprime questa tradizione quando dice che “Dio è incomprensibile solo al nostro intelletto, non al nostro amore”.
Gesù Cristo ha parlato contemporaneamente dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo ed ha insegnato che insieme essi rappresentavano il riassunto della legge divina. Gli fu chiesto da un dottore della legge la sua definizione di “prossimo”. Le “definizioni” propongono dei limiti. Gesù nella sua risposta, che era la storia del “Buon Samaritano” [o se preferite del “Buon Musulmano di Bologna”], ha insegnato che chiunque seguiva il modo in cui Gesù amava non avrebbe accettato alcun limite per quanto riguardava l’ampiezza dell’idea di prossimo. I suoi discepoli dovrebbero sempre lavorare nel respingere i limiti posti all’amore.
Ci troviamo nella città di San Francesco, il cui amore, alimentato dal tesoro delle immagini nella Scrittura, ha fatto si che fosse sensibile ai riferimenti a Cristo che si trovavano nell’ordine naturale. Gli agnelli, naturalmente, hanno un posto speciale negli affetti di Francesco, ma egli notava persino i vermi ed evitava di calpestarli perché si ricordava il versetto del Salmo XXI. Egli cantava con le cicale e considerava fratelli i pettirossi. Questo era un amore come quello di Dio, che vedeva che ciò che aveva creato era cosa buona e bella. L’amore di Dio si estende all’intera creazione, in cui noi siamo stati collocati come viceré. La sofferenza degli animali, la bruttura delle nostre città e il nostro modo di essere dissipato ci suggeriscono che la strada è ancora lunga prima di riuscire ad amare come amava San Francesco.
Questo naturalmente è un tema che unisce entrambi gli emisferi del mondo cristiano. Per ovvi motivi ho riflettuto sulla testimonianza di Sant’Isacco da Ninive, nato nel Qatar, che è stato vescovo in quello che oggi è l’Iraq settentrionale. Sant’Isacco ha scritto “Ad un anziano una volta venne chiesto: che cosa è un cuore compassionevole? Egli rispose, è un cuore che brucia per l’intera creazione, per l’umanità, per gli uccelli, per gli animali, i demoni e tutto ciò che esiste. Al loro ricordo e alla loro vista gli occhi di una tale persona si riempiono di lacrime, e questo per l’impeto della compassione che gli stringe il cuore; come risultato della sua profonda misericordia il suo cuore indietreggia e non può sopportare di sentire o di vedere torti di alcun genere o la più piccola sofferenza nel creato.”
L’ecologia moderna, le informazioni e le analisi disponibili nel nostro mondo cablato rappresentano una sfida alla versione addomesticata dell’amore di Dio che a volte si trova nelle nostre chiese.
Ma c’è un limite. L’amore della Santa Trinità rispetta l’indipendenza dell’altra persona. Noi adoriamo Dio nella Trinità “che non confonde le persone né divide la sostanza” come proclamiamo nel credo attribuito ad Attanasio. L’amore di Dio non è coercitivo.
Qualche volta si dice di una persona che questa vive per gli altri e si possono individuare gli altri dalla loro espressione tormentata. Questo non è l’autentico amore di Dio in azione, che non è nemmeno presente quando un genitore rimprovera così un figlio – “Pensa ai sacrifici che ho fatto per te”. Qualsiasi genitore sa che molto spesso “l’amore consiste nel lasciare andare l’altro”. La reticenza di Gesù di fronte a coloro che lo accusano è la reticenza di un amore che non costringe, che rispetta la nostra libertà persino di rifiutarlo e si astiene dal convocare legioni di angeli.
Questo mi conduce alla mia conclusione. L’amore di Dio opera nel togliere i limiti all’ampiezza della nostra compassione. L’amore di Dio tuttavia non costringe e dona un potere a coloro che Egli ama.
Ricordo in maniera chiara una ragazza che mi era stata presentata per la cresima che mi disse, in maniera molto triste, che lei rappresentava così poco per il proprio padre naturale che non riusciva nemmeno a farlo arrabbiare. Il vero amore dona un potere e di conseguenza, di solito, implica la sofferenza. Davvero c’è questa terribile equazione nella vita spirituale: più profondamente si ama più tormentata è la sofferenza coinvolta. È un mistero che contempliamo nella Passione del Nostro Signore.
Ma quando la sofferenza viene offerta a Dio in Gesù Cristo dimostra essere non distruzione ma, proprio come nella frazione dell’ Eucarestia, quello che ne deriva è la possibilità di distribuire la vita con una nuova profondità di guarigione e creatività.
Il dono di un amore vulnerabile può provocare crudeltà e violenza come è successo nella frenesia dell’attacco a Frere Roger di Taize. Ma per alcuni, come per il ladro pentito, questo dono può penetrare le nostre difese e svegliarci all’amore di Dio. Senza essere sentimentale ho visto questa realtà nelle comunità dell’Arche. Quando ero il diretto responsabile per le vocazioni nella nostra Diocesi avevo l’abitudine di raccomandare a uomini con intelletti molto sviluppati e con vite emotive ancora poco sviluppate di stare per un breve periodo a l’Arche. È un motivo di gioia e tristezza il fatto che qualche volta essi hanno trovato più realtà spirituale, più autentico amore di Dio e il prossimo nella loro esperienza con l’Arche di quanta ne abbiano avuta nella loro esperienza ecclesiastica, al punto che non sono più tornati a studiare per diventare sacerdoti ma in fondo, davvero l’amore consiste nel lasciare andare e forse anche nel terminare lì.