A. Definizioni e concetti
Il dialogo in generale, ed in particolare il dialogo interreligioso, è una strada per arrivare a comprendere in maniera sempre maggiore, ma mai pienamente completa, quale sia la realtà, il significato ultimo della vita e quale sia il modo per vivere conseguentemente. Perciò il dialogo interreligioso deve diventare, e infatti sta diventando, il nuovo cuore religioso all’interno della civilizzazione globale emergente.
Il dialogo tra religioni ed ideologie è il cuore della civilizzazione globale emergente, ed ha il compito di fornire ad essa la visione, la motivazione e la direzione di cui ogni civilizzazione ha necessità per poter prosperare. Perciò lo spirito di questo dialogo è fondamentalmente democratico, ugualitario ed orientato verso le persone inserite nella comunità e nel loro contesto. Infatti, il dialogo può aver luogo soltanto tra persone libere e in grado di riflettere. Se non vi è libertà di pensiero, se non vi è libertà di esprimerlo, non vi sarà dialogo. Inoltre, il dialogo può aver luogo soltanto tra eguali.
Occorre sottolineare chiaramente che la libertà religiosa non è un atto di carità o una concessione tollerante verso persone in errore. E’ un diritto fondamentale di ogni persona. Reclamarla per sé implica ipso facto che io sono disposto a reclamarla anche per il mio prossimo.
Il dialogo, come è concepito oggi, cioè incontri tra persone e gruppi di religione o di appartenenza ideologica diversa, allo scopo di trovare fondamenti comuni, è qualcosa di relativamente nuovo sotto il sole. Quando nel passato religioni o ideologie diverse si incontravano, lo scopo principale era quello di sconfiggere un nemico; infatti ogni gruppo di appartenenza era completamente convinto di essere l’unico a conoscere il segreto della vita umana.
In tempi recenti persone sinceramente convinte di religioni ed ideologie diverse sono giunti gradualmente alla convinzione che non possedevano un segreto soltanto per sé stessi, e che avevano molto da imparare dagli altri. Di conseguenza, il loro atteggiamento nell’avvicinarsi agli altri non era soltanto quello di insegnare, ma piuttosto quello di imparare – la ricerca comune per trovare qualcosa di più del significato della vita. Questo è il dialogo.
B. Approcci fondamentali al dialogo
Uno delle consapevolezze più profonde che, negli ultimi decenni, gli esseri umani hanno fatto sempre più proprie è che tutta la conoscenza, tutte “le verità”, tutte le percezioni della realtà e tutte le convinzioni riguardo ad essa sono per definizione limitate, perché tutte le mie “asserzioni circa la realtà” sono sempre risposte alle mie domande, sono sempre espresse tramite le mie categorie e nella mia lingua. Seppure tutte queste asserzioni e questi convincimenti possono ben essere vere, devo sempre essere consapevole del fatto che sono limitati dalla loro stessa natura. Non potranno mai essere esaustivi, perché provengono dalla mia prospettiva!
Questa comprensione “de-assolutizzata” della realtà (la parola “as-soluta” viene dal latino ab-solvere, cioè sciogliere da tutte le limitazioni) ha validità generale, ma si applica particolarmente alla “verità” circa il “significato ultimo della vita, e come vivere in accordo con esso”, cioè alla religione.
Anche se il mio punto di vista della realtà è “vero”, cioè se descrive le cose così come sono, dovrò rendermi conto che non può essere tutta la realtà. Mentre nel passato avrei detto a coloro che avevano una religione diversa dalla mia che erano sicuramente nell’errore, ora devo chiedere a me stesso se non stiano descrivendo aspetti della realtà, riguardo al “significato ultimo della vita, e su come vivere in accordo con esso”, da una prospettiva diversa dalla mia, che dia loro la possibilità di descrivere aspetti della realtà che io non percepisco dalla mia prospettiva. Di conseguenza potrei imparare di più riguardo alla realtà e riguardo al significato ultimo della vita dal punto di vista di colui che è religiosamente diverso da me. Perciò, per comprendere più pienamente il significato della vita devo essere in dialogo con coloro che differiscono da me dal punto di vista religioso.
Credo che non dovrebbe essere una grande sorpresa l’affermazione che le persone impegnate nel dialogo interreligioso non dovrebbero farsi alcuna aspettativa nella dimensione teologico-dogmatica. E’ altamente improbabile che la fede di qualcuno, la quale si basa su convinzioni spirituali ed emotive, può essere cambiata attraverso un processo di dialogo. Se, per esempio, guardiamo all’Islam, il quale si fonda sulla rivelazione di D-o a Maometto (trasmessa al mussulmano nel libro del Corano), o alla Torah, data da D-o a Mosè sul Monte Sinai, per i credenti nella relativa religione sono parole di D-o, complete ed intatte e non possono essere soggette a dubbi, “dialoghi” o “negoziazioni” in un modo o nell’altro. In altre parole, non ci può essere dialogo sulla sostanza, in altre parole, sul “cosa”. L’unico possibile scambio può vertere sul “come” o piuttosto sul “quanto”. Per fare un esempio: quanto sia possibile per una comunità mussulmana costruire una moschea a Roma, e, dall’altra parte, quanto sia possibile per un prete portare una croce a Riad o costruire una chiesa a Teheran. Quel “come” o “quanto” potrebbe essere definita libertà religiosa o di culto. Affinché possa esistere questa libertà tra le varie religioni sono indispensabili due principi fondamentali: il rispetto reciproco e l’assenza di violenza (nel difendere la propria religione o nell’attaccare quella dell’altro).
Se la (le) verità filosofiche o metafisiche di ogni religione rimangono fuori dalla discussione, quali sono allora i possibili terreni dove è possibile incontrarsi all’interno del dialogo interreligioso? Sembra che ce ne siano almeno tre: la tradizione, la cultura e la politica, e, parlando della tradizione, vorrei soffermarmi sul famoso libro “Sefer Hakuzari” del noto poeta ebreo del 12° secolo, rabbi Yehudah Halevi.
Il “Kuzari” è una delle più famose opere filosofiche ebraiche, scritta da Rabbi Yehudah Halevi nel periodo di venti anni e completato nel 1140, ed ha accompagnato generazioni di ebrei e non-ebrei con la sua presentazione semplice e lineare dell’ebraismo, e con le sue polemiche con la filosofia greca, il cristianesimo, l’islam e il karaitismo. Il “Kuzari” si presenta come racconto a sfondo storico. Registra un dialogo tra Bulan, il re dei Khazari, vissuto nell’ottavo secolo (i Khazari erano un popolo potente che occupava la regione corrispondente all’odierna Russia sud-orientale), ed un rabbino. Questo re giusto era tormentato da un sogno ricorrente, in cui un angelo gli diceva: “Le tue intenzioni sono gradite al Creatore, ma non le tue opere”. Ciò lo portò a convocare al suo palazzo un filosofo greco, un cristiano, un mussulmano ed un ebreo affinché lo guidassero sulla retta via religiosa. Rimase non soddisfatto di ciascuno dei teologi finché non sentì ciò che aveva da dire il rabbino, e alla fine concluse che l’ebraismo era la vera religione. La storia ci insegna che Bulan e tutto il suo regno si convertirono all’ebraismo. Mai prima, nella storia dell’ebraismo un’intera nazione di non-ebrei aveva abbracciato l’ebraismo.
Il “Kuzari” descrive le battaglie teologiche di re Bulan e gli argomenti convincenti del rabbino che portarono alla conversione di massa. Utilizzando questa cornice narrativa ed il genere letterario del dialogo, Rabbi Yehudah Valevi riesce a presentarci, in un modo appassionato e convincente, alcuni dei più importanti fondamenti dell’ebraismo, compresi i livelli differenti della creazione, come D-o interagisce con il mondo fisico, la sacralità del Sabato e delle altre feste.
Il dialogo tra le religioni era già comune nel medioevo, ma la ragione per cui ho menzionato il “Kuzari” era quella di evidenziare ciò che per me è un punto importante ed un approccio utile per una migliore comprensione tra le religioni: il punto chiave dei Yehuda Halevi nel suo libro non si basa su concetti filosofici della religione, ma sulla tradizione – cioè gli incontri e la narrativa vivi ed attuali, la cui esistenza non può essere negata. Mentre la filosofia pretende di presentare una verità assoluta, l’approccio di Rabbi Yehuda Halevi si fonda sulla tradizione, la quale è un testimone molto più forte di ogni deduzione logica. Effettivamente, per spiegare o convincere qualcuno del modo in cui è stato creato il mondo, è possibile solamente utilizzare la deduzione logica o razionale, ma dell’Esodo di Israele dall’Egitto, per esempio, vi è una testimonianza viva fatta di storie raccontate per generazioni da padre in figlio. Lo stesso vale per ogni religione, dove ogni narrativa è viva, passata di generazione in generazione per via orale. Perciò, per potermi allacciare alla storia dell’Esodo dei figli di Israele dall’Egitto, sarà per me meglio andare da mio nonno piuttosto che alla biblioteca pubblica.
Sfide morali universali, le quali la religione deve affrontare in quanto parte dell’umanità sono il minimo comune denominatore culturale che genera il dialogo interreligioso nei nostri giorni. Queste sfide, comunque, possono dare spinta a questo dialogo al livello concreto e pratico della collaborazione, ma non sono sufficienti per fornire un’infrastruttura ideologica per la formazione di una teologia interreligiosa. Il denominatore comune che genera il dialogo interreligioso si basa sull’essere umano, sull’umanità e sulle sue necessità, piuttosto che su verità metafisiche. Comprendere il valore e l’importanza dell’uomo, in qualche modo sposta l’attenzione dai classici argomenti della religione e perciò attribuisce meno importanza all’eredità filosofica come base per un incontro tra le religioni.
Negli ultimi decenni siamo stati testimoni di un nuovo avvicinamento tra le religioni, che può essere attribuito ad alcune nuove caratteristiche in questo campo e che rappresentano una notevole differenza rispetto al passato. Questo nella maggior parte dei casi.
Questo cambiamento è stato contemporaneo alla formazione di una nuova consapevolezza universale, che porta a considerare il mondo come un “villaggio globale”. Questo approccio nuovo è accompagnato dalla consapevolezza del fatto che le vecchie frontiere e differenze devono cedere il passo all’unità del genere umano, generata da un senso di comunanza di destini all’interno di questa esistenza globale.
C. Perché vi è la necessità del dialogo interreligioso
Per quanto ci costa ammetterlo, le controversie più fondamentali nell’era comune hanno avuto motivazioni religiose. Duemila anni fa, la divisione tra Cristianesimo ed Ebraismo ha segnato una nuova fase nella storia dell’uomo. Seicento anni più tardi venne alla luce un’altra religione monoteista. I secoli successivi sono stati testimoni di odio, sospetto, pregiudizio e guerre, guerre sante!!! Pensiamo ai tanti –ismi nati dal risultato di confronti religiose: anticattolicesimo, antigiudaismo, antisemitismo, antiislamismo, ecc…
Il terrore, la paura, le atrocità e le animosità furono portate avanti dalle persone in nome dello stesso D-o, ma vi invito a riflettere su ciò che (io penso sia) il peggiore nemico che la bigotteria e la rivalità religiosa hanno creato in tutti questi anni: un abisso di ignoranza reciproca!!! I muri insormontabili dell’alienazione e della demonizzazione ci hanno portato alla triste realtà che stiamo sperimentando oggi: a malapena sappiamo qualcosa di profondo riguardo alle altre religioni. Viviamo in scatole di pregiudizio e stigmatizzazione che sono il risultato diretto dei “meccanismi di difesa” delle nostre comunità, del modo in cui siamo stati cresciuti e dei “dogmi e delle dottrine” che sono profondamente radicati nelle nostre religioni.
Come è possibile, allora, buttare giù questi muri? Come possiamo costruire ponti su questi abissi? La risposta è contenuta in una parola semplice ma molto impegnativa: l’Istruzione con la I maiuscola. Dobbiamo impegnarci in un processo di insegnamento senza fine, che coinvolga sia noi stessi che gli altri, orientato particolarmente verso le giovani generazioni, coloro che prenderanno le decisioni un domani. Quindi, per arrivare a tale risposta e riempire un vuoto che è stato creato lungo i secoli (e siccome tale risultato non verrà raggiunto da sé stesso), è necessario un altro passo fondamentale: dobbiamo costruire la consapevolezza e preparare l’infrastruttura psicologica di credenti in tutte le religioni che capiscano la necessità urgente di portare avanti questa “maratona dell’educazione”. E’ qui che il dialogo interreligioso viene messo in pratica!!
D. Il compito di avviare la “maratona dell’educazione”
Per raggiungere il numero maggiore di persone nel mondo una campagna su larga scala dovrebbe essere pianificata e avviata nel maggior numero di paesi del mondo. Il passo logico successivo sarebbe quello di coinvolgere i governi e i leader politici affinché preparassero programmi educativi per le scuole, iniziando dall’asilo per arrivare fino all’università, e, ovviamente, affinché stanziassero i fondi necessari per implementare questi programmi. Sfortunatamente, qui affronteremmo un grande problema: come convincere i governi e i politici, i cui orizzonti sono di solito ristretti alla prossima elezione, a spendersi in una “maratona” che non apporta alcun profitto politico immediato? Per rispondere a ciò occorre fare un passo indietro e affidare la responsabilità di questo progetto non egoistico ai leder delle religioni mondiali!! Infatti, siccome essi non dipendono dalla politica e non devono essere rieletti, sicuramente sarebbero altamente motivati e si dedicherebbero a questa causa, in quanto educatori per definizione, e sicuramente essi condividono la visione della necessità ineluttabile di questa “maratona”.
Se questa proposta ha senso, e spero in D-o che ne abbia, il seguente passo affinché essa funzioni e cominci ad andare a regime sarebbe trovare un “pilota” appropriato, che governi e diriga questo progetto e su cui vi sia consenso. Questa potrebbe essere una sfida interessante per i mussulmani; l’unico problema è che mentre vi sono molti leader nel mondo mussulmano nessuno di loro è considerato l’autorità maggiormente rappresentativa. Per vari motivi gli ebrei non possono essere i leader del progetto, per cui arriviamo alla maggiore religione mondiale di oggi, il Cattolicesimo, e al leader su cui oggi vi è il maggior consenso: il Papa.
Sono pienamente convinto che la missione principale del dialogo interreligioso oggi è, perciò, investire tutte le risorse e gli sforzi necessari per promuovere e dare compimento alla “maratona” di formazione ed istruzione per un futuro migliore per l’umanità.
Contemporaneamente vorrei sottolineare ciò che considero un altro campo molto importante all’interno del dialogo interreligioso: mi riferisco al pellegrinaggio. Se il dialogo è definito come un processo in cui le persone condividono le idee attraverso un processo di apprendimento reciproco di ciò che riguarda l’altro, allora il pellegrinaggio è una delle sue espressioni più alte. I pellegrini di tutte le fedi che viaggiano in altri paesi sono di fatto portatori e messaggeri di dialogo interreligioso e il loro incontro e lo scambio tra loro e le popolazioni locali contribuisce, senza dubbio, alla promozione di una migliore comprensione e di una migliore conoscenza tra le nazioni, le culture e le religioni.
D. Il contributo del dialogo interreligioso alla pace nel mondo
Nei nostri giorni abbiamo visto quanto il fondamentalismo religioso e il fanatismo ignorante possa essere una causa alla radice del perpetuarsi dell’odio e della violenza, e possa seminare terrore e paura, usando il falso pretesto di “difendere D-o. D-o non ha bisogno della nostra protezione! Siamo noi, le sue creature, fatte a sua somiglianza, che abbiamo bisogno di essere protetti da coloro che vogliono “uccidere nel suo nome”.
Non ci dovrebbe essere alcuna ragione per dubitare che le stesse religioni che coltivano il male, l’animosità e le guerre potrebbero essere un fattore unificante e, attraverso un dialogo aperto, sincero e serio tra di loro costruirebbero ponti di riconciliazione e di migliorata comprensione tra i credenti di tutte le fedi, verso la via della pace.
E’ mio desiderio sincero che un giorno non troppo lontano un vero dialogo interreligioso possa aver luogo nelle scuole, negli asili, nelle università, in tutte le comunità e in tutti i paesi del mondo. Quando questo giorno arriverà, incontri interreligiosi come questo e molti altri non saranno più necessari…
Sappiamo che questo giorno non arriverà, a meno che noi, tutti noi, figli dello stesso D-o, lavoriamo affinché venga.