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Mar Gregorios Yohanna Ibrahim - Metropolita ortodosso di Aleppo, Siria

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Comunità di Sant'Egidio

23/10/2007 - 09:30 - Sala Italia - Castel dell’Ovo
PANEL 29 -La civiltà del convivere

Mar Gregorios Yohanna Ibrahim
Metropolita ortodosso di Aleppo, Siria

CULTURA E COESISTENZA IN SIRIA

La Siria è un paese che si trova nell’Asia sud occidentale, confina ad ovest con il mar Mediterraneo e il Libano, a sud-ovest con Israele, a sud con la Giordania, ad est con l’Iraq e a nord con la Turchia.

La Siria ha una popolazione di 20,3 milioni di persone. La maggioranza è di lingua araba. I cristiani oggi in Siria sono meno dell’8% e il resto sono musulmani.

Prima della conquista araba il cristianesimo era diffuso in tutta la Siria. La maggioranza dei cristiani allora era siro-ortodossa o, all’epoca, era nota con termini impropri come monofisiti o giacobiti.

I rapporti che esistevano agli inizi dell’Unica Chiesa di Antiochia, che fu fondata da San Pietro l’Apostolo nel 38 dopo Cristo, non durarono a lungo, e questo a causa delle dispute cristologiche avvenute prima e dopo il Concilio di Calcedonia nel 451 dopo Cristo.

Storicamente, la Sede di Antiochia è stata la prima sede del Cristianesimo, ed aveva un Capo Supremo che era il Patriarca. La sua giurisdizione riguardava tutto l’Oriente. Nel 518 esistevano due patriarchi contemporaneamente. Il primo godeva della piena protezione dell’imperatore bizantino, e i suoi seguaci seguivano la dottrina di Calcedonia. Il secondo, con i suoi seguaci, rifiutava Calcedonia e si collegava alla dottrina di Efeso del 431 dopo Cristo. Questo fu il motivo per cui la Sede di Antiochia venne divisa in due frazioni. I non calcedonesi furono perseguitati per molti secoli. Il loro Patriarca viveva fuori Antiochia. Tornava raramente in città, come accadde durante le Crociate quando il Vescovo latino diede il benvenuto al Patriarca Mar Michael il Grande.

Da allora il corpo della chiesa non ha mai riacquistato la sua forza. La Chiesa dovette soffrire una serie di persecuzioni, difficoltà e tempi avversi prima e dopo l’avvento dell’Islam. Di conseguenza pagò pesantemente, e si indebolì in maniera considerevole. Questo è riflesso nella sua testimonianza e nella presenza cristiana incerta nella regione in generale, e in Siria in particolare.

Tuttavia, parlando della cultura della coesistenza è possibile capire che questa cultura non ebbe origine nel vuoto. Quando il mondo iniziò ad affrontare il tema del Dialogo, emerse un nuovo linguaggio ricco di termini per descrivere e definire il dialogo nella seguente maniera: Dialogo della Vita, il Dialogo del Lavoro e il Dialogo dell’Esperienza, oltre al Dialogo Teologico. Le chiese iniziarono a prestare attenzione alla cultura del dialogo e ad offrirne esempi, incoraggiando la loro coesistenza. La presenza cristiana in Siria oggi testimonia la vitalità e l’importanza della cultura del dialogo nella storia contemporanea della Chiesa.

Per chiarire questo tema, è importante all’inizio sottolineare le relazioni tra le chiese. Nel passato i rapporti tra le chiese avevano le loro demarcazioni e linee da non superare: NON si poteva pregare insieme, NON si potevano svolgere attività insieme, NON si potevano scambiarsi visite, NON erano ammessi matrimoni misti, NON si potevano avere incontri. Non c’erano nemmeno attività ecumeniche comuni di nessun tipo tra le diverse confessioni. Questi divieti furono strumentali nel creare estraneità tra le chiese, allontanandole e gradualmente ampliando le mura di separazione e il divario tra loro.

Era inconcepibile persino pensare, non parliamo nemmeno osare, di demolire queste mura e queste distanze.

Gli anni delle scomuniche e delle separazioni, uniti a una rigida mentalità di comando che non scendeva a compromessi, allargò le ferite ecumeniche e mise ogni tipo di ostacoli dogmatici e sociali nel cammino verso l’apertura e la coesistenza. Rese il cammino ecumenico una pozza d’acqua stagnante che non poteva essere superata.

Sarete sorpresi, al contrario, di sapere che i rapporti tra le fedi stavano fiorendo. Ogni chiesa o confessione concepita unilateralmente rafforzò e sostenne i propri rapporti tra le fedi, sviluppò la comprensione della cultura della coesistenza e di conseguenza propagò e rafforzò il suo rapporto con coloro che governavano.

Leggendo la storia islamica si capisce che durante i successivi califfati, specialmente quello Omaiede e quello Abbaside, venne dedicata una notevole attenzione ai contributi intellettuali dei cristiani. Iniziarono ad emergere studiosi cristiani di diverse discipline professionali. Tra i circoli accademici un posto speciale fu occupato dai membri delle comunità che parlavano siriaco.

I siriaci (gli ortodossi e la chiesa d’oriente) furono fondamentali nel tradurre i campi di conoscenza, allora in greco, in siriaco e poi in arabo. Senza dubbio queste attività accademiche rappresentarono delle opportunità per un dialogo intellettuale, molti si impegnarono in un dialogo in modo da facilitare ed eliminare i pregiudizi e le incomprensioni che allora esistevano. Importante per il dialogo fu anche il ruolo dei poeti cristiani che erano soliti frequentare le corti dei diversi califfi come persone molto importanti, che indossavano le loro croci.

Questo non è un tentativo di tralasciare o saltare le pagine oscure che hanno colpito la storia dei cristiani nella regione e quello che hanno dovuto sopportare. Naturalmente, come risultato del graduale declino della presenza cristiana e del diminuire della loro distribuzione demografica, nel corso del tempo il dialogo fu gradualmente sostituito dall’affermarsi del linguaggio della maggioranza e della minoranza. Questa trasformazione non fu priva di conseguenze.

Tuttavia oggi le cose sono diverse. La cultura della coesistenza è diventata parte integrante della storia comunemente condivisa tra i cristiani, e tra i cristiani e i musulmani.

Il contributo dell’iniziativa ecumenica senza precedenti del Vaticano II è incalcolabile, in quanto questo avviò un periodo di apertura e speranza.

Invitare osservatori da chiese non cattoliche e non calcedonesi a partecipare all’incontro del Vaticano II fu un’iniziativa unica. D’altra parte accettare l’invito e mandare osservatori non fu meno importante dell’invito. La chimica ecumenica era lì ed era pronta a reagire, aveva solo bisogno del giusto catalizzatore.

Le decisioni del Vaticano II contribuirono a creare le condizioni ideali per l’apertura ed incoraggiarono le chiese ad aprire un nuovo capitolo pieno di speranza e di aspettative: che la chiesa si sarebbe liberata dal suo essere concentrata su se stessa, avrebbe dimenticato e perdonato la sua amara storia che era stata strumentale nel lacerare il corpo di Cristo, disperdere il gregge e diffondere le rivalità e il dissenso tra le chiese.

I rapporti ecumenici nel cristianesimo entrarono in una nuova era nel periodo successivo al Vaticano II, quando le chiese a livello internazionale risposero alla chiamata a una politica di apertura e compresero l’importanza di coltivare nuovi rapporti tra le chiese.

All’inizio cominciò il dialogo teologico, specialmente come affrontare le differenze e le controversie relative al dogma. I risultati furono inaspettatamente positivi, poiché tutti i teologi implicati espressero la volontà delle loro chiese di iniziare un nuovo capitolo nei loro rapporti. È importante qui sottolineare il ruolo del Consiglio Mondiale delle Chiese - attraverso l’adesione di tutte le chiese orientali ed orientali ortodosse, oltre alle chiese protestanti - per il successo delle iniziative ecumeniche di costruire ponti, che collegavano le chiese le une alle altre e davano ai capi religiosi e ai teologi una piattaforma su cui incontrarsi, sviluppare e rafforzare i loro rapporti bilaterali.

Nella nostra regione medio orientale le questioni divennero più chiare dopo aver ricevuto, e qualche volta accettato, le decisioni di questi dialoghi che ebbero luogo a livello internazionale, e la fondazione del Consiglio Medio Orientale delle Chiese offrì una forma e una piattaforma affinché più capi religiosi medio orientali potessero contribuire a incontri e conferenze a livello locale, regionale e internazionale e di conseguenza vennero eliminate le rimanenti nubi ecumeniche. Ora tutti i tabù e i divieti precedentemente menzionati erano spariti. Condividere le preghiere divenne una caratteristica comune e testimonianza dello status esistente dell’ecumenismo. Scambi di visite e regolari incontri mensili tra i capi delle chiese, dichiarazioni comuni che aiutavano i cristiani a parlare con un’unica voce, divennero accettati ed aspettati da tutti. I matrimoni misti sono ora un fatto quotidiano. In una casa tradizionale ortodossa vediamo mogli cattoliche e viceversa. I bambini vengono ora educati in maniera ecumenica e già da piccoli viene loro mostrata la cultura della coesistenza. I capi delle chiese incoraggiano e benedicono le attività ecumeniche familiari e preparano attività ecumeniche, pensate per i giovani, a cui partecipare fuori dalle mura domestiche.

Ci sono celebrazioni comuni per commemorare insieme santi locali come San Simone lo Stilita, San Sergio e San Bacco, i Santi Cosma e Damiano. Attualmente il centro della nostra celebrazione ecumenica nella città di Aleppo è il 1600esimo anniversario di San Giovanni Crisostomo. Il programma dell’anniversario è denso di pellegrinaggi condivisi, preghiere in diverse lingue, arabo, siriaco, armeno, latino, greco, mostre di libri ed icone, cori da tradizioni diverse. Tutti questi riflettono la gioiosa vita spirituale ed ecumenica di Aleppo ed incoraggiano parrocchiani giovani ed anziani ad avere speranza e ad aspettare con ansia il giorno in cui diventeranno un unico gregge ed apparterranno a un unico pastore Gesù Cristo.

Questi rapporti ecumenici e fraterni ebbero conseguenze nei rapporti tra le fedi musulmana e cristiana nella città di Aleppo. Ad eccezione del dialogo teologico, questo tipo di dialogo è ancora prematuro nel nostro scenario in quanto necessita di studiosi qualificati in studi coranici, nella sharia e negli insegnamenti islamici, oltre che nella teologia cristiana.

Tuttavia abbiamo un precedente storico di una dialogo teologico di successo tra cristiani e musulmani sotto gli auspici di Dar Al Hikma (Casa della Sapienza) durante il pacifico regno del califfo abbaside Al-Mamun (813-833).

Oggi ci stiamo concentrando sui dialoghi che sono di natura pratica: il dialogo della Vita, il dialogo del Lavoro, il dialogo dell’Esperienza, e chiediamo una comprensione maggiore della cultura della coesistenza e queste sono applicabili e una realtà di ogni giorno. In tutte le istituzioni educative, culturali, sociali e mediche che appartengono alla chiesa, alcune amministrate da istituzioni monastiche, osserviamo che il fenomeno dell’apertura è al centro della politica e dell’etica del lavoro di queste istituzioni. Statisticamente, la percentuale dei beneficiari musulmani di quelle istituzioni è molto promettente. Questo rispecchia che queste istituzioni riflettono l’apertura e l’accettazione degli altri e incoraggiano il concetto della coesistenza. Senza tali criteri non si può avere la coesistenza.

Altre interazioni fanno parte del dialogo della Vita e del dialogo del Lavoro oltre allo scambio di auguri, visite e regali durante le feste religiose. Il Ramadan è un’opportunità eccellente per il dialogo. I cristiani e i musulmani alla rottura del digiuno o Iftar organizzano banchetti gli uni per gli altri presso chiese o moschee a cui partecipano musulmani e cristiani senza alcuna formalità e barriera.

Queste occasioni sono diventate sempre di più un fenomeno comune e una tradizione benvenuta e ben accetta della società siriaca. Queste iniziative incoraggiano e sostengono la cultura della coesistenza e testimoniano che i seguaci delle diverse fedi e religioni possono realmente vivere ed essere una presenza di fede e coesistenza, e continuare a vivere protetti dalla stessa patria. Abbiamo sempre conservato lo slogan: “Religione per Dio e patria per tutti”.

Infine vorrei condividere con voi due esempi viventi e contemporanei che rendono concreta la comprensione del fenomeno della coesistenza tra seguaci delle diverse religioni. Quando Aleppo venne scelta come capitale della cultura islamica, all’inizio i cristiani di Aleppo pensarono di non avere niente a che fare con questo e di non avere un ruolo in questo evento culturale.

Tuttavia i cristiani ben informati ed intellettuali compresero presto la natura culturale e le dimensioni di questo evento che evidenzia il fatto che Aleppo è la capitale della cultura islamica, non della religione islamica, e la cultura islamica è anche una cultura cristiana. La cultura islamica non è nata nel vuoto, è stata fondata su basi culturali ed intellettuali già esistenti nell’antica città di Aleppo molto prima dell’avvento dell’Islam. Questo significa che la cultura cristiana era prima di quella islamica e che entrambe furono precedute da altre culture che fiorirono ad Aleppo nella sua storia. Tuttavia, l’Islam è la religione della maggior parte degli abitanti di Aleppo e per questo possiamo senza problemi chiamare Aleppo la Capitale della Cultura Islamica. Tuttavia in realtà queste civiltà e culture umane iniziarono ad evolversi, stabilirsi ed interagire molto prima che i cittadini di Aleppo abbracciassero il Cristianesimo o l’Islam. Quindi le iniziative, i contributi e le presenze delle Chiese erano paragonabili a quelli delle moschee. I cristiani di Aleppo partecipavano attivamente a questi eventi culturali, come seminari, conferenze, colloqui ed incontri, pubblicazioni di libri, predicazioni nelle chiese dell’idea di accettare l’altro e la coesistenza, e spiegando il significato di queste celebrazioni culturali.

È stato felice, incoraggiante e promettente, l’opportunità di celebrare l’incarnazione di una coesistenza pacifica di un arazzo variegato di culture nella nostra Città.

Oggi la Siria e la sua antica capitale Damasco si stanno preparando per un’altra celebrazione culturale. Damasco è stata scelta come Capitale della Cultura Araba del 2008. Come abbiamo sottolineato e dichiarato c’è stato un numero notevole di tribù arabe (ad esempio i Taglub, Tanukh, Tai, Rabiah, Baker, Wael, ecc.) che sono state le prime ad abbracciare il cristianesimo. Sono state parte influente ed importante dei primi cristiani del quarto, quinto e sesto secolo. Questa cultura tribale arabo cristiana contribuì ed aumentò lo sviluppo e la costruzione della Cultura Araba Generale. Per tutto il 2008 il mondo testimonierà i contributi sia dei Cristiani che dei Musulmani nel celebrare la loro Capitale Damasco come la Capitale della Cultura Araba.

Per concludere:

la cultura della coesistenza è ancora necessaria e vitale per portare la missione delle chiese nella nostra regione, dove è nata ed è fiorita. I cristiani in Siria non sono né stranieri né parenti. Essi sono la gente della terra e cittadini dello stato. Le loro radici sono profondamente radicate e fuse nella storia e cultura della loro patria, come hanno diritti così hanno anche doveri. Questo può essere portato a compimento solo se cresce nell’ambiente e nella cultura della coesistenza sinergica e dell’accettazione dell’altro.