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Haiti, il virus fa paura e aumenta la violenza. Fare rete per soccorrere i più deboli

26 Giugno 2020 - HAITI

coronavirus
America Centrale

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Ad Haiti preoccupa la diffusione del Covid-19, così come negli altri paesi dell’America Latina e dei Caraibi che affrontano la fase acuta del virus. Il governo stima 4.785 contagi e 88 morti (dati aggiornati il 22 giugno), ma le cifre non mettono in rilievo il dramma della pandemia nella penisola, dove mancano i mezzi per curarsi e prevenire il contagio.
La diffusione del coronavirus, che è iniziata il 19 marzo, si è intensificata a metà maggio. La lotta al virus è resa più difficile da un sistema sanitario carente: mancano i medicinali; i posti letto non sono sufficienti nei cinque centri messi a disposizione in tutto il paese (10 milioni di abitanti).

La discriminazione dei malati di coronavirus ad Haiti

Chiamare il numero di emergenza non è la prima cosa che viene in mente quando si presentano i sintomi perché, oltre ad avere poca fiducia nella possibilità di essere curati, c’è un grave fenomeno di stigmatizzazione dei malati. Chi è sospettato di avere il Covid-19 rischia di essere vittima di linciaggi e atti di vandalismo, così come vengono distrutti i dispositivi legati alla cura del virus. Per paura, i malati rimangono e muoiono a casa. Al decesso, le famiglie sono costrette ad inventarsi altri motivi per giustificare la morte.

Rimpatri in tempi di coronavirus



I numeri del contagio aumentano, nonostante le chiusure di frontiere, scuole, chiese, luoghi di ritrovo. Tuttavia, gli Stati Uniti – paese con un alto numero di contagi – eseguono ripetuti rimpatri di haitiani in questo periodo. Un duro colpo per il sostegno economico delle famiglie di Haiti, dove tre quarti della popolazione vive con meno di 2$ al giorno.

Sant’Egidio ad Haiti: il riparo della Scuola della Pace e una rete che aiuta i più poveri



La Comunità di Sant’Egidio è da tempo accanto alle famiglie che vivono nelle bidonvilles, principalmente nella zona di Canapé-vert nella capitale Port-au-Prince.
Una lunga storia lega i giovani della Comunità alle famiglie che vivono ammassate su una delle sedici colline della capitale. Dopo il terremoto del gennaio 2010, la Comunità ha iniziato a radunare i bambini sopravvissuti in una Scuola della pace allestita sotto una tenda. Da allora, tanti bambini sono cresciuti imparando a vivere insieme e a costruire un mondo migliore. Alcuni di loro, divenuti giovani oggi, aiutano i bambini che frequentano la Scuola della pace.
La Comunità continua ad aiutare le famiglie distribuendo ogni settimana un centinaio di pacchi alimentari per alleviare il peso della povertà. Anche se le attività sono dovute cambiare per via delle restrizioni sanitarie, è continuo il rapporto con le famiglie: i giovani si informano della condizione dei bambini, raccolgono richieste di aiuto e fanno rete con associazioni e volontari per dare risposte a chi ha più bisogno. 





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