Andrea Riccardi

Andrea Riccardi: Riflessione in occasione della preghiera per i 150 anni dell’Italia unita. Roma, Santa Maria in Trastevere, 16 marzo 2011.

16 Marzo 2011

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At. 28,11-16
 
Il primo approdo di Paolo a quella che sarà l’Italia di oggi è a Siracusa, dopodiché con la nave giunge a Reggio e infine sbarca sulla penisola, proprio a Pozzuoli. Da Pozzuoli parte alla volta di Roma per la via Appia, di cui vediamo ancora qua e là il selciato. Lungo e pericoloso era stato il viaggio dell’apostolo prigioniero. Possiamo ben capire come, al Foro Appio e alle Tre Taverne, nei pressi di Roma, quando vide i “fratelli” che gli erano venuti incontro da Roma, “rese grazie a Dio e prese coraggio”. Paolo si rincuorò solo al vedere i fratelli.

Le lettere ci fanno conoscere l’animo di Paolo, quando scrive che “il nostro uomo esteriore si va disfacendo” (2 Cor 4, 17). Comprendiamo la gioia di trovare fratelli a Roma, abbattuto com’era da un lungo viaggio e da un futuro incerto. Chi vede i fratelli, non vede solo amici (come vengono anche chiamati negli Atti), ma vede Gesù presente in mezzo a loro riuniti. Quei fratelli erano la Chiesa di Roma, la comunità a cui Paolo aveva scritto forse la sua lettera più impegnativa. Da allora a Roma e in Italia, ininterrottamente, ci sono i “fratelli”.
Le ultime pagine degli Atti degli Apostoli, che cominciano a Gerusalemme e finiscono a Roma, illuminano la vigilia della giornata in cui l’Italia celebra centocinquanta anni della sua storia come Stato unitario: gioie, grandi dolori, sacrifici, insomma la storia del vivere insieme tra Sud e Nord, come famiglia nazionale, nella vicenda del mondo.

E’ una storia che viene da lontano, in un certo senso dai tempi di Paolo, dalla cultura romano-latina, per incamminarsi nei due millenni, in cui, pur senza unità politica, l’Italia è stata una comunità. Giovanni Paolo II affermava che le nazioni hanno una funzione nella storia del mondo. Ed hanno uno spirito, formatosi nei secoli.
Spesso, possiamo essere presi da una visione parziale, ma una comunità nazionale, che lo Stato esprime, un popolo hanno una funzione nella storia. Lo vediamo in queste ore, quando l’Italia, come espressione dell’Europa del Sud, è la più vicina a quanto accade nella riva meridionale del Mediterraneo. Soprattutto il pensiero va alla Libia, alla solitudine in cui si ritrova il popolo libico, alla violenza e al dolore dei giorni passati e di quelli che verranno.
Il fatto che ci siano i fratelli –per esprimersi con gli Atti-, cioè che ci sia oggi e nella lunga storia italiana una comunità cristiana viva, non è indifferente allo spirito di un popolo.

I cristiani sono stati e debbono essere il “sale” di questa vita e di questo spirito. Vedere i fratelli a Roma e in Italia è importante, non solo ieri per Paolo, ma per tanti cristiani di tutto il mondo. E con i fratelli vedere il vescovo di Roma, successore dell’apostolo Pietro. E’ consolazione per le comunità credenti sparse nel mondo. Ben lo sappiamo e lo abbiamo sperimentato. Così allora essere cristiani in Italia in modo autentico diventa anche un servizio alla Chiesa e ai cristiani nel mondo. Per questo un cristiano italiano dev’essere sempre ospitale. Sia il volto dei cristiani italiani sempre sorridente, come quello di coloro che accolsero Paolo! Possano loro andare incontro a chi viene e ai cristiani del mondo.
 
In queste ore, tra l’altro, pensiamo a quanti –sì, come Paolo- prigionieri di uno strano destino hanno varcato il Mediterraneo alla ricerca di un futuro più tranquillo. Non si può rinnegare il destino geografico di essere un ponte a cui tanti approdano: vera chance, ma anche responsabilità. Perché la geografia modella lo spirito di un popolo e la sua vocazione storica.
 
E oggi –mi sembra- che i fratelli, i cristiani, dicano quanto sia importante che questa nostra comunità nazionale resti tale e unita dalla Sicilia al Nord, per assumersi una piena responsabilità verso i suoi cittadini e verso gli altri. Siamo qui per ricordare e per pregare per l’Italia. In genere preghiamo per i paesi che non hanno pace, come troppi ancora in questi nostri giorni: la Libia, l’amata Costa d’Avorio e altri. L’Italia ha la pace, ha un relativo benessere, gode di risorse. Possa non rinchiudersi come il ricco epulone in una paura avida che la fa banchettare lautamente; ma comprenda la sua vocazione in mezzo ai popoli. La nostra pace non diventi avaro amore per noi stessi e la nostra tranquillità.
 
La coincidenza tra la Quaresima e la festa dell’Unità ha un senso: ricomprendere la fede ci dà energia anche per vivere l’Italia. Il grande Paolo, questo apostolo martirizzato in Italia, scrive ai corinti: “egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e resuscitato per loro” (2 Cor 5,15). Vivere la Pasqua è scoprire l’inesauribile tesoro di amore che non fa vivere l’amore per se stessi. Cristo morto e risorto ci libera dall’amore per sé, la filautia, madre dell’egoismo, dell’avidità, dello spirito di divisione, degli odi, dall’involgarimento della vita. E’ tale amore per sé la madre di ogni frattura della comunità, di ogni allentamento dei legami, della solidarietà viva di una famiglia.
 
Questo venne a dire agli italiani di allora Paolo. Ma Paolo parla sempre nelle Chiese d’Italia. Era approdato, prima in Sicilia, poi in Calabria e Campania, infine nel Lazio. Perché la luce viene dal Sud, dall’Oriente: lux ex Oriente. Una luce che ha illuminato, nei secoli, tutta la penisola: da San Lorenzo, martire e amico dei poveri, a Sant’Ambrogio vescovo di Milano, padre spirituale del grande Agostino, al grande Gregorio vescovo di Roma, ai grandi santi umbri, Francesco e Chiara, il cui umanesimo cristiano irrorò l’Europa e il mondo, alla toscana Santa Caterina convinta che papato e Italia avessero una missione insieme, ai martiri di tutti i tempi, da Andrea Santoro morto in Turchia, a Annalena Tonelli, che hanno sparso il loro sangue e il loro amore per genti lontane.
 
Tra italiani, divenuti vittimisti e ripiegati su di se, conviene allora ricordare la pagina di quel grande italiano e credente, che fu Alessandro Manzoni, il quale racconta ne I Promessi Sposi, di Renzo fuggitivo e nel bisogno. Buona occasione per sentirsi vittima di una triste storia! Ad un certo punto, durante la sua fuga, vide due donne, un uomo e un bambino, “tutti del color della morte”, che stendevano la mano in silenzio. “La c’è la Provvidenza” –disse Renzo che dette loro quei pochi soldi che gli erano rimasti. Ma –nota Manzoni- “dall’essersi così spogliato degli ultimi denari, gli era venuto più di confidenza per l’avvenire, che gliene avrebbe dato il trovarne dieci volte tanti”. Solo l’amore e la pratica della generosità possono dare a noi tutti “confidenza per l’avvenire”.
 
Paolo viene a insegnare a questa Italia dura e guerriera dei suoi tempi “pace da Dio”, come scrive ai romani. Il Vangelo, nei secoli, ha segnato con la sua pace questo spirito italiano: pace come responsabilità, come cultura, non come fuga o pigrizia. Possa la preghiera dei cristiani, dei fratelli di questa Italia, ravvivare l’animo di tanti e dell’intera comunità nazionale nel senso generoso del vivere per gli altri, per la pace.
 
Per le preghiere della Vergine Maria, ricordata come Madre in tanti luoghi del nostro paese, per quelle degli apostoli Pietro e Paolo, martiri a Roma, per quelle di tutti i santi, cresca la fede e con l’amore, divenendo risorsa di pace e solidarietà in questa comunità che si chiama Italia.