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Il volto bello dell’Italia che accoglie: Antoun, fuggito dalla guerra in Siria insieme alla sua famiglia e Silvia di Castelfidardo che li ha accolti

5 Luglio 2019 - ROMA, ITALIA

corridoi umanitari

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Due storie che si intrecciano, una, quella di Antoun, fuggito dalla guerra in Siria insieme alla sua famiglia e giunto in Italia attraverso i corridoi umanitari e l'altra, quella di Silvia che li ha accolti. Due storie che dimostrano il volto bello dell'Italia che vuole accogliere e integrare. Di seguito le loro storie, che hanno raccontato durante il convegno “Corridoi umanitari per un’Europa solidale” a Montecitorio.

Antoun

Sono Antoun Assaf, vengo dalla Siria, ho una famiglia piccola; due bambini piccoli, Mousa e Yana, e mia moglie Nadine. Vorrei dire qualcosa sulla Siria. Tutto il mondo purtroppo sa che la Siria è devastazione, la Siria è la morte, è la guerra, i suoi bambini sono affogati nel mare; invece poca gente conosce come era la Siria.

La Siria ha un enorme patrimonio storico, culturale ed archeologico, è una terra di antichissime civiltà, su cui tanti popoli sono passati e hanno dato il proprio apporto: gli aramei, gli assiri, i siriani, i bizantini. Damasco e Aleppo sono tra le città più antiche della storia, in cui si trova la tomba di Giovanni il Battista. E poi antichi castelli, rovine millenarie. La mia storia è simile alla storia di tutti i siriani.

Sono nato in una famiglia povera che mi ha dato tutto per poter studiare. Ho potuto laurearmi come ingegnere petrolifero e ho trovato un lavoro. ho lavorato nel deserto per dieci anni. Però la vita non era sempre tranquilla, in quegli anni abbiamo passato momenti molto brutti, abbiamo visto la morte tante volte. Per la mia famiglia la situazione era anche peggiore, perché ci sono i bambini e vedevamo che crescevano in un modo molto diverso da quello che avevamo sognato per loro. Con la guerra abbiamo perso la sicurezza, abbiamo perso il futuro, il sistema di istruzione è stato rovinato, la generazione più giovane è cresciuta con la vista del sangue, siamo stati privati delle cure mediche e delle medicine.
Per me è molto difficile descrivere la guerra a parole, è troppo brutta, cancella i momenti belli e felici e trasforma tutti i ricordi in tragedia. Per questi motivi ho deciso di scappare dalla Siria, anche se è il mio paese e lo amo, e così siamo partiti per il Libano. Ma anche in Libano la vita era molto dura e difficile, e volevo portar fuori i miei cari.

Volevo farlo nel modo giusto, senza mettere a rischio la mia famiglia, ma non trovavo nessuna possibilità. Poi per fortuna abbiamo trovato i corridoi umanitari e grazie all’aiuto della Comunità di Sant’Egidio siamo arrivati qui in Italia da quasi un anno e cinque mesi.
L’Italia è un paese bello e la gente è aperta, abbiamo trovato delle brave persone che ci hanno aiutato con tutto il cuore come se fossimo un’unica bella famiglia. Ho studiato l’italiano a scuola, ho potuto prendere la patente di guida, con molta fatica, e ho trovato un lavoro come controllo di qualità in un’azienda del luogo. Ho potuto comprare una macchina, necessaria per spostarsi. Io e mia moglie stiamo facendo le procedure per il riconoscimento delle nostre lauree, e il sacerdote della associazione P.A.S.C.I. ci ha proposto di seguire due gruppi di origine non italiana ed accompagnare questi giovani nel processo di integrazione e nella ricerca del lavoro.

Infine la cosa più importante per noi è che i miei figli vanno a scuola, giocano nel giardino insieme agli altri bambini, hanno le medicine che gli occorrono, la sicurezza e soprattutto la speranza per il futuro. Ringraziamo tutte le persone che sostengono i corridoi umanitari perché stanno davvero dando una nuova vita a molte persone. Vi ringrazio per l’ascolto.

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Silvia

Buongiorno a tutti! grazie ai corridoi umanitari organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio, ho contribuito all’accoglienza e all’integrazione di una famiglia Siriana composta da padre, madre e due bambini di 3 e 7 anni. La loro città di origine è HOMS, oramai distrutta dalla guerra dove risulta impossibile immaginare non solo un futuro, ma anche un presente.
Li abbiamo ospitati a Castelfidardo, una cittadina della provincia di Ancona, nota per la battaglia per l’Unità d’Italia del 1860 e per l’invenzione della Fisarmonica.

La famiglia è giunta in Italia un anno e mezzo fa, dopo due anni di permanenza in Libano, separandosi così dagli affetti più cari, lasciandosi definitivamente alle spalle un lavoro, una casa costruita coi risparmi di una vita ed il sogno di un’esistenza famigliare serena nell’amata terra natia.
Dopo aver lottato a lungo per restare nel proprio Paese infatti, Antoun e Nadine si sono dovuti arrendere di fronte all’evidenza di una guerra logorante ed infinita che impediva loro le normali attività quotidiane e metteva costantemente in pericolo le loro vite.
Confidando nel sostegno gratuito, amorevole e totalmente inaspettato (così dicono) di chi li ha aiutati ad uscire dalla condizione di sfollati, sono giunti nel nostro Paese portando con sé solo un’unica piccola valigia e tanta speranza per un futuro migliore.
Nonostante gli affanni quotidiani, i mille impegni, l’inesperienza ed i tanti dubbi sulle nostre capacità, abbiamo deciso, insieme agli altri volontari dell’associazione P.A.S.C.I. di affrontare con entusiasmo questa sfida, guidati da mio padre, responsabile del progetto di accoglienza, purtroppo scomparso solo dopo un mese dal loro arrivo.

L’inizio della nuova vita in Italia non è stato sempre facile e privo di ostacoli: dopo la fase iniziale di calorosa accoglienza, mano a mano che emergevano le divergenze culturali, ci sono stati anche momenti ‘duri’ di confronto che hanno permesso di conoscerci e rispettarci reciprocamente, creando così un’intima e leale amicizia, basata sul rispetto ed un scambio sincero di punti di vista.
Guidarli nell’inserimento vero, aiutarli a comprendere il nuovo contesto sociale con cui si stavano confrontando è stato il compito per noi più arduo: ‘Non falsare le loro aspettative’, dicevamo tra noi, offrire la prospettiva di una nuova opportunità ma far comprendere le enormi difficoltà che oggi anche le stesse famiglie italiane incontrano quotidianamente e che inevitabilmente si troveranno ad affrontare una volta che avranno ottenuto la loro totale autonomia.

Lo studio della lingua italiana, l’inserimento a scuola dei bimbi, l’inizio del percorso del  riconoscimento delle lauree, il conseguimento della patente di guida, della licenza media italiana, l’ottenimento dell’asilo politico, il rilascio del permesso di soggiorno e, per ultimo (ma non in ordine di importanza!), un impiego lavorativo sono stati solo alcuni dei traguardi raggiunti in questi mesi, grazie all’impegno ed al  lavoro di squadra di un piccolo gruppo di persone.

Vederli giungere, dopo solo un anno e cinque mesi dal loro arrivo, ad una quasi completa integrazione, ma soprattutto scorgere il sorriso sulle loro labbra, lo sguardo finalmente sereno e pieno di gratitudine per la seconda opportunità di vita che, pur tra mille difficoltà, siamo riusciti ad offrire, ci riempie di gioia e ci ripaga di tutte le fatiche affrontate per superare gli impedimenti incontrati durante il cammino. A loro volta Antoun e Nadine si sono resi disponibili per guidare l’integrazione altri ragazzi giunti nella nostra città dopo di loro e che si trovano ora in estrema difficoltà.
La nostra iniziativa di accoglienza ha contagiato tanti che all’inizio erano un po’ diffidenti, forse per il timore di avere  nuovi ‘concorrenti’ che potessero togliere a noi ed ai nostri figli risorse ed opportunità. Poco a poco, conoscendo la famiglia, e incontrandola con i bambini, al parco, a scuola o al supermercato, la paura si è sciolta e diverse persone ci hanno offerto aiuto e sono state contente di sostenere questa iniziativa concreta di solidarietà.

Certo in una società, dove la diffidenza si accompagna alla paura per il futuro, qualche sacca di resistenza c’è stata. La scelta di accogliere assume così un significato immenso di testimonianza, in contrapposizione a tutto ciò, e spinge a riflettere sulla nostra collettività e sul modello di società che vorremmo lasciare in eredità ai nostri figli.
Lla nostra piccola avventura tutto ciò ha assunto il significato di un arricchimento culturale, ma soprattutto umano e sociale; è nuova linfa vitale per noi e per i nostri figli, un’occasione di sviluppo e di arricchimento interiore nel profondo rispetto reciproco.
‘Pensa che opportunità di crescita sarà per Bianca conoscere da vicino una cultura diversa!’ Diceva mio padre, riferendosi a mia figlia prima che loro arrivassero.. ora posso dire a distanza di più di anno che aveva proprio ragione …

Essere la loro ‘nuova famiglia’, come dicono loro, ci riempie il cuore di gioia.

Forse offrire una seconda possibilità accorcia le distanze tra noi ed altri esseri umani che si sono trovati in una condizione di estrema difficoltà, e che hanno visto calpestati, da un giorno all’altro, i più elementari diritti umani nella quasi totale impotenza e indifferenza del resto dell’umanità.
Come ha detto il professore Impagliazzo, qualche giorno fa, accogliendo alcune famiglie di profughi all’aeroporto di Fiumicino, abbiamo sperimentato che davvero i “corridoi umanitari sono corridoi umani, che umanizzano noi e la nostra società”.