news

Il mondo cambia quando diciamo "mi interessa, I care": Il saluto di Marco Impagliazzo alla marcia per la pace

2 Gennaio 2016 - ROMA, ITALIA

PaceMarco ImpagliazzoPace in tutte le terre

Condividi su

Il saluto rivolto da Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio, all'inizio della marcia "Pace in tutte le terre":

Salutiamo tutti quelli che sono qui con noi, i religiosi e le religiose, gli scout, i bambini e i giovani che guidano la nostra marcia di pace.

I bambini sono quelli che vogliono più di tutti la pace. E’ vero? Si, bambini e giovani sono quelli che più di tutti vogliono la pace e quindi noi oggi diventiamo più giovani – nonostante entriamo in un nuovo anno - con un grande desiderio di pace. L’anno scorso dicevamo che volevamo creare una pace popolare e in effetti il cammino di quest’anno è stato bello e importante perché tante persone di buona volontà si sono aggiunte nel mondo a questo cammino di pace della Comunità di Sant’Egidio. La pace sta diventando più popolare: si sta allargando la grande richiesta di pace che sale dal mondo, e sono tanti coloro che cominciano a manifestare e a impegnarsi per la pace. Con questo bel segno iniziamo il 2016!

Questo anno ha tanti anniversari da ricordare, ma ne vorrei ricordare solo uno: sono 30 anni dalla nascita di quello che è stato chiamato lo Spirito di Assisi. Nel 1986, papa Giovanni Paolo II chiamò tutte le religioni ad Assisi, nella città di San Francesco - il santo della pace -  a pregare insieme per la pace non più uno contro l’altro ma uno accanto all’altro, insieme. Quest’anno ricorderemo con forza questo anniversario, perché sentiamo che veramente tutte le persone che appartengono a una religione - i cristiani, i musulmani, gli ebrei, i buddisti, gli indù - tutti hanno un grande compito da assolvere per la pace.

Lo abbiamo detto tante volte, ma oggi vorrei ribadirlo: solo la pace è santa, nessuna guerra è santa. E’ importante dirlo. Questo è il messaggio dello Spirito di Assisi: solo la pace è santa, tutte le religioni ci portano e ci debbono portare alla pace. E questa è la più grande sconfitta per il terrorismo: dire e ripetere che nessuna guerra è santa.

Guardiamo a Roma, all’Italia, all’Europa. I nostri paesi, le nostre città, le scuole, i luoghi di lavoro, le piazze, i quartieri dove viviamo, sono tutti luoghi dove si può vivere e costruire la pace. Le nostre città europee, Roma, sono un banco di prova per la costruzione della pace, perché noi oggi viviamo - come vediamo anche oggi - con tante persone che vengono da ogni parte del mondo. Li chiamano stranieri, ma noi vogliamo chiamarli nuovi europei. E’ importante dirlo!

Viviamo quindi con tanti nuovi italiani, nuovi europei. E possiamo costruire la pace vivendo insieme, imparando a conoscerci, dalle scuole ai luoghi di lavoro, dai mercati alle vie delle nostre città. Qualcuno ci ha detto nei giorni scorsi che amare i valori è importante, ma troppo facile, mentre è più importante amare le persone. Noi vogliamo amare e conoscere le persone che vivono con noi perché solo conoscendoci impareremo a vivere la pace.

Nel messaggio di quest’anno il papa ci ha detto: “Se vuoi vivere la pace devi vincere l’indifferenza”. Sembra una parola difficile da capire, ma ha un grande significato. Spesso le guerre ci sono perché nessuno se ne occupa. Non ci si prende cura di chi soffre per la guerra. Siamo indifferenti quando diciamo: è una cosa lontana da noi.  Siamo indifferenti quando ci chiudiamo in noi stessi e gli altri ci fanno paura o addirittura rischiamo di considerarli nemici, estranei a noi. Mai chiudersi in se stessi per paura o per orgoglio. Così non si conquista la pace, ma ci si divide. Vincere l’indifferenza vuol dire che mi importa, mi interessa. Sei mio fratello  e dunque mi preoccupo per te: è questo il primo modo per non lasciare sole le persone che soffrono.

Abbiamo portato tanti cartelli  con i nomi dei paesi che soffrono per la guerra. Rappresentano milioni di persone che stanno soffrendo. Oggi vogliamo dire che ci interessano queste persone, che non vogliamo cambiare canale quando vediamo le loro sofferenze, che ne vogliamo parlare, li vogliamo conoscere. Questo è il primo modo per costruire la pace.

C’è un esempio di questo: il viaggio del papa in Centrafrica.  Tanti erano preoccupati di questo viaggio,  dicevano che era pericoloso. Ma il papa è andato, ha acceso i riflettori della comunità internazionale su questo paese dimenticato dell’Africa. E in questi giorni ci sono state elezioni pacifiche in Centrafrica. E’ un segnale importante! Se non siamo indifferenti, se accendiamo una luce su una situazione,  se diciamo che ci interessa, costruiamo la pace.

Nel ’68 i giovani americani che volevano un mondo migliore dicevano “I care”, mi interessa. Una frase che don Milani mise al cuore della sua scuola. Oggi, se anche noi diciamo “I care”, mi interessa, possiamo vincere la pace! 

(testo da registrazione dal vivo a cura della redazione)