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Il 16 ottobre 1943: una memoria che Sant'Egidio e la Comunità ebraica non lasceranno mai cadere

21 Ottobre 2018

Shoah16ottobre1943

La marcia della memoria. Le parole di Andrea Riccardi

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Un corteo silenzioso, partito da piazza Santa Maria in Trastevere, come ogni anno a partire dal 1994 ha sfilato fino al portico di Ottavia in memoria del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943, quando 1.024 persone vennero radunate dalle truppe occupanti nazifasciste e deportate nei campi di sterminio, ne tornarono vive a casa solamente 16.

Ad organizzare la tradizionale marcia la Comunita’ Ebraica di Roma e la Comunita’ di Sant’Egidio. Dietro allo striscione che apriva il corteo, la presidente della Comunita’ ebraica di Roma Ruth Dureghello, la sindaca di Roma Virginia Raggi, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e il fondatore della Comunita’ di Sant’Egidio Andrea Riccardi. Come da tradizione il corteo e’ costellato da cartelli con i nomi dei lager nazisti dove vennero sterminati milioni di ebrei provenienti da tutta Europa. "Ho invitato tutti i romani a raggiungerci per recuperare una parte importante della nostra memoria di cittadini romani, perche’ il 16 ottobre e’ una ferita per tutta la citta’. E’ una parte della nostra memoria, della nostra storia, di chi siamo e dove dobbiamo andare, soprattutto in giorni come questi", ha detto la Raggi. Poi la sindaca ha sottolineato: "In questi giorni tre ragazze mentre erano in gita hanno fatto il saluto fascista davanti all’entrata di Auschwitz-Birkenau, allora io mi dico la responsabilita’ e’ anche nostra, abbiamo relegato a 4 pagine di un libro di storia una tragedia come questa. Momenti come questi servono a dirci chi siamo stati e chi non vogliamo più essere". Mentre il governatore del Lazio ha ricordato: "Questa marcia non cade mai nell’errore di essere solo celebrazione o ricordo, diventa invece denuncia degli errori e dei pericoli e della necessita’ di tenere vivi dei valori. L’odio e’ stata la radice del 16 ottobre, quest’anno ricorrono 75 anni dalla deportazione e 80 dalle legge razziali, non ci sarebbe stato il rastrellamento se non ci fossero state le leggi razziali. Si arriva al 16 ottobre per un processo basato sull’odio e l’intolleranza". A chi gli chiedeva se vede segnali di ritorno di intolleranza e discriminazione razziale, Zingaretti ha replicato: "E’ un dato di fatto che viviamo in un tempo in cui si vuole imporre la cultura dell’odio, al quale bisogna rispondere con quella della giustizia". La Dureghello invece ha ricordato: "C’e’ ancor piu’ bisogno di memoria ora che i fatti si allontanano nel tempo ma soprattutto di insegnare ai ragazzi che quello che e’ accaduto non e’ una fake news, e’ la realta’. Il male si annida ancora nella discriminazione e nell’odio razziale". (AGI) 



L'intervento di Andrea Riccardi 


Michele Tagliacozzo, ebreo romano, giovane all’epoca del 16 ottobre, scomparso, mi inviò questa pagina del suo diario:
« Alle 6,15 del mattino eravamo ancora nei letti, quando elementi armati delle SS irruppero nell’appartamento situato al mezzanino dello stabile… la mamma aprì la porta e mentre leggeva a voce alta il biglietto presentato dagli sgherri in cui s’intimava di seguirli, riuscì a dire ‘Reshudde’ che nel vernacolo giudaico voleva dire ‘scappare’. Saltai immediatamente dal letto in pigiama e mi calai dalla finestra della stanza che dava sui giardini. Gli inquilini del caseggiato non ebrei compresero subito che l’operazione riguardava solo gli ebrei e così cercarono… di aiutarci. Una modesta lavandaia che abitava al terzo piano m’offrì di salire nella sua casa… in quell’attimo mi colpì l’esclamazione della donna : ‘Povera sora Grazia ! I tedeschi la stanno portando via coi figli’ ».
E’ una delle tante pagine sul 16 ottobre, che tutti ricordano freddo e piovoso. Una giornata di disumanità totale, in cui riesce ancora a brillare l’umanità della madre che fa scappare il figlio: “Resciud”. E una lavandaia: “Povera sora Grazia! I tedeschi la stanno portando via con i figli”. Nel mare di apatia di tanti verso una comunità ebraica, isolata dalle leggi razziste del ’38, il grido di una lavandaia mostra che Roma non aveva perso tutta l’umanità. Di fronte al dramma di quel giorno e dei mesi successivi per gli ebrei di Roma, si vide la forza dei giusti, quella delle lavandaie. Ma si vide purtroppo il male prodotto dalla violenza folle e razionale dei nazisti, dalla follia fascista della guerra, dei delatori, dall’inerzia di un mondo che aveva perso con la libertà anche il senso dell’umanità.
Siamo qui in tanti attorno alla Comunità ebraica, fedeli all’appuntamento dal 1994. Molti di noi ripetono ancora oggi l’espressione del Rabbino Toaff, allora anziano: “finché vivo io verrò!”. Siamo qui in tanti, ogni anno, perché riteniamo che quel giorno orribile, con il passare del tempo non si attenua, ma anzi cresce la sua forza evocativa, e –tra l’altro- richiama tanti altri dolori del mondo ancora aperti. E’ stato il frutto della guerra, dell’odio razziale, della perdita della libertà.
Tutto diventa grigio con il tempo e resto solo io, io solo con le mie paure, i miei ricordi e bisogni. Al contrario abbiamo necessità di luci forti, come questa manifestazione, che ci unisce al di là delle differenze. Per questo, la Comunità Ebraica e la Comunità di Sant’Egidio non la lasceranno mai cadere. A volte, cari amici, questa luce sembra smarrita nella pratica del disprezzo. Il disprezzo è l’inizio del male. Nessuno merita disprezzo. Anche i più diversi da noi. Penso anche ai tanti immigrati, di cui parecchi presenti, che non meritano di diventare il capro espiatorio della paura che è in noi: quella paura che, nel disprezzo, cerca sicurezza. Ci rende sicuri invece la saldezza delle convinzioni, il rispetto dell’altro e delle regole del vivere insieme. L’amicizia che ci fa trovarsi qui uniti in tanti.



Il 16 ottobre 1943: una memoria che Sant'Egidio e la Comunità ebraica non lasceranno mai cadere
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