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Il ricordo del pogrom antiebraico del 9 novembre 1938 in una riflessione di Andrea Riccardi

17 Novembre 2018

Andrea RiccardiShoah

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Una riflessione di Andrea Riccardi in occasione dell'anniversario del pogrom del 9 novembre 1938, la cosiddetta "notte dei cristalli", nella basilica di Santa Maria in Trastevere.,
Esodo 1,8-14


Abbiamo letto un’antica pagina sulle condizioni del popolo ebraico. Ricorda la storia di questo popolo di emigrati, come fu all’inizio, come è stato spesso, che si trovò sotto un faraone che non aveva conosciuto Giuseppe, ovvero che non aveva stimato il primo degli ebrei che era sceso in Egitto.
Leggiamo nel libro dell’Esodo che i lavori forzati li dovevano opprimere, anzi, sterminare. E infatti i campi e la durezza di vita resero i loro giorni tanto amari.
Questo è avvenuto molte volte nella lunga storia del popolo d’Israele. Questa sera celebriamo quella che il nazismo chiamò "la Notte dei Cristalli", nella sua propaganda. Ma la notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938, 80 anni fa, non fu scatenata la Notte dei Cristalli, che è un nome romantico, fu scatenato un pogrom - questo è il termine esatto - contro gli ebrei del Terzo Reich, cioè non solo in Germania ma anche in Austria, che era stata da poco annessa.
Quello fu veramente l’inizio della dolorosa storia che portò alla distruzione della comunità ebraica tedesca e poi alla Shoah, dappertutto in Europa, anche in Polonia e in Ucraina. Quel pogrom del 9 novembre voleva essere, nella visione di Hitler, la svolta nella politica contro gli ebrei. E con spirito di organizzazione erano già stati preparati i campi, ingranditi nei mesi precedenti. Tra di essi in particolare il famigerato Buchenwald, ma anche Dachau, dove furono portati, a partire da quella notte, 30mila ebrei.
I  lager, come sappiamo, furono il perno del sistema concentrazionario e di eliminazione posto in campo dal nazismo. I lager erano l’altro Reich, cioè erano il regno degli untermensch, dei "sotto uomini": prima di tutto gli ebrei, ma anche i rom, poi gli africani rimasti in Germania, e poi i degenerati, cioè i disabili fisici, psichici, gli omosessuali, i mendicanti, i senza dimora, i giramondo, i democratici. Ma i primi degli untermensch erano gli ebrei.
Gli ebrei, intanto, erano stati isolati dal resto della popolazione. Erano stati schedati dal 1935 e dichiarati uomini e donne senza diritto, obbligati a portare nei documenti il segno di Jude e ad aggiungere al loro nome Israel per gli uomini o Sara per le donne. Bisognava isolarli dalla popolazione: l’isolamento è sempre il primo passo dell’eliminazione.
Non solo, ma gli ebrei ricchi andavano incarcerati e spogliati dei loro beni. Il pogrom fu l’occasione per rapinarli. Bisogna ricordare sempre che, oltre la strage, la Shoah fu un grande affare di acquisizione di beni.
Così in quella notte i tedeschi nelle loro case sentirono il fragore delle vetrine rotte di 7.500 negozi ebraici. 1.400 sinagoghe vennero assaltate, bruciate, distrutte in tutta la Germania. Abbiamo di fronte a noi un resto bruciato del rotolo della Torah che si conservava nell’aron della sinagoga di Würzburg. Riporta il libro del Deuteronomio dal capitolo 11 al capitolo 17. Ci è stato donato dal presidente della comunità di Würzburg nel 1989 quando cadeva il muro di Berlino, proprio il 9 novembre 1989. E noi lo conserviamo in perenne memoria accanto alla chiesa di Sant'Egidio, come l’inizio di quel dramma che 80 anni fa portò alla Shoah e alla guerra mondiale.(vedi foto)
Può sembrare strano che in una chiesa cristiana venga esposto un rotolo della Torah che è stato bruciato nel ’38. E qui, per un caso, appare accanto all’icona di Maria madre della pace, che porta in braccio il Figlio suo. Ma noi sappiamo che il sangue di quelli che hanno letto la Torah è lo stesso sangue di Maria e del Figlio suo e che gli ebrei, come disse indimenticabilmente San Giovanni Paolo II, sono i nostri fratelli maggiori. Il loro sangue è il nostro sangue, il loro spirito è il nostro spirito, la loro Torah è la nostra Bibbia.
Ricordiamo quello che avvenne in quella notte. Morirono 400 persone, alcune si suicidarono. Cosa dovevano fare gli ebrei, intrappolati nella grande Germania? Pochi mesi prima era fallita la conferenza di Evian, in Francia, voluta dal presidente americano Roosevelt, che aveva posto a vari paesi il problema di come collocare e dividersi gli ebrei in fuga dalla Germania. Molti paesi, come la Francia, che ne aveva accolti abbastanza, dicevano di essere pieni di rifugiati, ebrei ed altri. Durante la guerra in Svizzera si sarebbe detto, con una frase che Dossetti definì scandalosa, “la barca è piena”.
L’Australia, alla conferenza di Evian, dichiarò di non voler ricevere gli ebrei per non iniziare problemi razziali in un paese pacifico. Ma quanti soldati australiani sarebbero morti durante la seconda guerra mondiale e sono anche nei cimiteri qui in Italia! Insomma, Evian inaugurò una politica di chiusura a cui sfuggirono pochi, che avrebbe lasciato intrappolati in Germania un buon numero di ebrei.
Intanto la Germania espelleva 17mila ebrei polacchi e li mandava in Polonia, ma la stessa Polonia aveva decretato la perdita della cittadinanza da parte di chi fosse assente dal territorio polacco da più di 5 anni. Quindi, molti di quegli ebrei erano apolidi.
Cominciava il dramma dello sterminio degli ebrei, 80 anni fa. Era un razzismo che veniva da lontano, anche dal mondo cristiano, nonostante cristiani ed ebrei siano come impastati insieme, come dimostra il candelabro a 7 braccia raffigurato nell'antico mosaico dell'abside di questa basilica.
Ma il razzismo diveniva un'ideologia implacabile che poggiava sull'indifferenza di tanti.
Un razzismo che non è finito, come abbiamo visto recentemente, quando abbiamo pianto per l’attentato alla sinagoga di Pittsburgh. Nella cerimonia di ricordo al Tempio Maggiore di Roma, il rabbino capo ha detto: Non c’è un paese in cui un ebreo possa essere sicuro. Alcune delle vittime di quell'attentato avevano lasciato la Francia recentemente per andare a Pittsburgh, perché nella periferia di Parigi era stata uccisa da un musulmano un’ebrea anziana, Mireille.
Ricordare 80 anni dopo quel dramma, di fronte al cielo di oggi che qualche volta ci sembra oscuro, vuol dire ricordarsi di come gli uomini e le donne possano diventare disumani. Anzi, di come possano organizzare una industria della disumanità, quale fu la Shoah. E’ la grande intuizione di Bauman: la Shoah non fu una strage, ma fu un’industria della strage.
Ricordare un dramma ebraico in una chiesa come Santa Maria in Trastevere, dove si prega per la pace tanto spesso, vuol dire, cari fratelli e care sorelle, chiedervi preghiera.
Preghiera con la fede di ottenere quello che chiediamo con invocazione insistente. Siamo forti nella preghiera che Dio liberi il mondo dalle minacce che abitano sepolte nei cuori umani, perché il cuore dell’uomo è un abisso, che contiene la grandezza di tanti sentimenti, ma contiene anche il mistero del male.
Anche se non sempre vediamo chiaro il futuro, in Europa e nel mondo, non dobbiamo rassegnarci, non dobbiamo diventare pessimisti né chiuderci nell’indifferenza con l’unico obiettivo di salvare noi stessi. Bisogna pregare, ricordare, resistere, sperare.
La narrazione dell’Esodo che abbiamo letto è l’inizio di un lungo processo di liberazione voluto da Dio, che dice: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti, conosco le sue sofferenze e sono sceso per liberarlo!(Es.3,7)
Leggendo queste parole può sorgere un senso di sconforto. Chi conosce il libro dell’Esodo, i Numeri, il Deuteronomio sa quanta storia è dovuta passare, quanti anni, quante sofferenze perché la liberazione avvenisse! Ma noi oggi sappiamo che Dio è già sceso a liberare il suo popolo e il nome suo è Gesù, salvatore del mondo. Per questo preghiamo il Padre nel nome suo, anche se l’orizzonte ci sembra oscuro, perché Gesù è la vera luce del mondo. Egli ha detto: Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo concederà.
La preghiera è una forza di pace, l’invocazione è radice di protezione di Dio e "solo in Dio è sicura l’anima mia" (Sal. 61). La memoria porta alla preghiera e alla resistenza della speranza. Chi non ha memoria non ha radici. E chi non ha le sue radici in Dio vive nella paura che è la madre dell’indifferenza e finisce per partorire il male.
Possa la memoria benedetta dei 400 ebrei che sono morti nel pogrom del 9 novembre 1938, e di tutti gli altri, illuminare il cuore e le coscienze degli uomini e delle donne di oggi e di sempre.

Andrea Riccardi