news

Omelia del Card. Betori, Arcivescovo di Firenze, in occasione del 51° anniversario della Comunità di Sant'Egidio

10 Giugno 2019 - FIRENZE, ITALIA

OMELIA

Condividi su

Atti 18, 1-8, Sal 97, Gv 16, 16-20

La pagina degli Atti degli Apostoli che abbiamo proclamato come prima lettura di questa liturgia ci ha ricondotto a quelle che erano le condizioni attraverso le quali il Vangelo andava camminando lungo i Paesi intorno al mar Mediterraneo e le chiese andavano nascendo.
Quest'oggi ci troviamo a Corinto dopo che Paolo ad Atene aveva avuto un semi-insuccesso, non totale, perché anche lì era pur nata una piccola comunità. Ma ora a Corinto le cose vanno molto meglio anche perché la realtà sociale di Corinto, in tutta la sua ricchezza (di povertà e di ricchezze commerciali,  incroci di popoli) riusciva ad essere un terreno più accogliente per questa Parola. Quel che ci interessa, però, è sottolineare come l'annuncio della Parola di Dio e la nascita e la crescita della Chiesa si inseriscono non a parte rispetto alla vita sociale, ma dentro la vita sociale. Le prime persone che Paolo incontra sono una coppia di sposi. Con loro si collega, attraverso la comune fede cristiana, per diventare un residente attivo. Avevano lo stesso lavoro, lavoravano costruendo, fabbricando delle tende ed è con loro che accanto alla collocazione familiare troviamo anche la collocazione del mondo del lavoro che viene attraversata dalla Parola di Dio. E ancora si va avanti  su questo, intrecciando rapporti con il mondo sociale all'intorno: la sinagoga e intorno alla sinagoga i simpatizzanti della fede giudaica  come questo tizio Giusto che  viene definito uno che venerava Dio cioè era un timorato di Dio così come si definivano coloro che erano vicini alla fede giudaica senza essere entrati nel popolo dei Giudei. Ecco, questa è la Chiesa. Nasce così la Chiesa, intrecciandosi dentro la vita quotidiana delle persone e nelle loro realtà umane, nelle loro realtà sociali. Nasce la Chiesa come presenza di Cristo in mezzo al mondo, perché questo è appunto la Chiesa.

La Chiesa è chiamata a rendere presente Cristo in mezzo alla società. Questo ci permette di collegarci alla Parola del Vangelo in cui Gesù – stiamo al dialogo che Gesù ha con i suoi discepoli, finita l'ultima cena, prima di iniziare la passione – deve preannunciare ai discepoli un tempo in cui egli sarà assente, il tempo della sua morte. E' questo, quindi, un trauma che i discepoli dovranno sapere affrontare: “Un poco e non mi vedrete, scomparirò” come tutti i morti scompaiono alla nostra vista, anche fisicamente, dentro al sepolcro.  Questa sarà la grande prova della fede che i discepoli dovranno sapere affrontare e però Gesù dà loro una chiave di questa sua separazione perché gli dice che sì va via ma non per entrare nel nulla  perché egli ritorna al Padre: “Io me ne vado al Padre”.  Gesù dà un senso a questa sua separazione, cioè vuole che i discepoli comprendano che la sua morte è un ritorno al mistero dell'amore del Padre da cui egli è uscito  per venire ad amare noi e a compiere questo amore per noi fino a dare tutto se stesso sulla croce.

Ritornando al Padre Gesù va all'origine del gesto che egli ha compiuto quando, in obbedienza all'amore del Padre per l'umanità, è venuto appunto a donare la vita, a nascere tra noi, vivere tra noi,  morire come muoiono tutti gli uomini.
L'atto della sua morte è un atto di amore perché è il dono della sua vita  per noi. In tal senso se il ritorno di Gesù al Padre appare come un'assenza, dice però Gesù: “Attenti io non vi lascio, io tornerò, ancora un poco e poi mi vedrete”. Ci sarà un momento in cui Gesù tornerà a farsi visibile  tra di noi; un momento che è stato per i primi discepoli - lo sappiamo - il momento dell'apparizione del risorto e poi, a un certo punto, anche questa modalità di presenza di Gesù in mezzo a noi è finita.

Noi non abbiamo più le  apparizioni del risorto. Se qualcuno ha quale apparizione è affare suo personale. Come comunità Cristiana la nostra fede si fonda su quella apparizione e sul dono che Gesù ha promesso dello Spirito, che fa di noi la sua presenza nel mondo.
Oggi siamo noi la presenza di Cristo nel mondo. Questo è la Chiesa, lo spazio in cui la gente deve poter vedere Dio. Pensate,  nella Chiesa ciascuno di noi, in quanto membri della Chiesa, gli altri dovrebbero poter vedere il volto stesso di Dio: questo spazio della Chiesa come spazio di amore, visto che il volto di Dio è il volto dell'amore. Questa è la sua natura. Ma lo spazio della Chiesa – dice  Gesù -  è anche lo spazio in cui si intrecciano la tristezza e la gioia. Abbiamo visto il povero Paolo: deve subire l'opposizione e l'ostracismo da parte della comunità giudaica di Corinto. Gli lanciavano persino delle ingiurie,  altrove gli andrà ancora peggio perché lo prenderanno a sassate:  l'opposizione contro la manifestazione del volto di Dio nel mondo, come manifestazione d'amore attraverso la vita dei credenti in continuità con la vita di Gesù.
La sofferenza dei credenti però non è una sofferenza che si chiude nella disperazione: “La vostra tristezza si cambierà in gioia” perché c'è una differenza tra noi è il mondo: laddove il mondo soffre esso non ha una possibilità di darsi senso del male che subisce e quindi, appunto, la sofferenza si traduce in disperazione. Laddove il mondo cerca di gioire, il rallegrarsi del mondo ha tutt'altra origine che la  gioia dei cristiani. La gioia dei cristiani nasce dalla presenza di Dio pur nella persecuzione perché si sa che dopo la morte vi è la resurrezione.
Morte e resurrezione sono due estremi di uno stesso mistero della Pasqua, per cui di fronte alla sofferenza noi non siamo disperati perché sappiamo che attraversando la nostra morte, la nostra sofferenza, noi andiamo verso la Pasqua. Il mondo invece va verso la ricerca della gioia in altro modo: attraverso il potere che riesce ad esercitare. In fondo il mondo gioisce sul male che procura agli altri perché c'è sempre qualcuno che deve pagare per la nostra gioia umana.

Invece la nostra gioia cristiana non è questo, perché noi viviamo non trionfando sugli altri ma dando vita a tutti. L'esito della gioia del mondo è una conquista; l'esito invece della gioia del cristiano è un dono, il dono che ci fa Dio, il dono appunto della Pasqua. Ecco: vedete come la Pasqua si rivela come la struttura portante dell'esistenza cristiana. E' solo entrando anche noi in questa logica di morte e risurrezione - che ha guidato Gesù, che guida gli apostoli dopo di lui - la continuità del dono della vita che ci viene fatto da parte di Dio - che ci si apre alla gioia vera. Tutto appunto ancorato al fatto che Dio resta fedele nel suo amore e che noi siamo chiamati ad affidarci a lui nella nostra fede.
Ecco: questa esperienza di fede, questa figura di Chiesa che abbiamo scoperto nella pagina degli Atti e nel brano del Vangelo è ciò che dà fondamento ad ogni autentico cammino ecclesiale. Mi piace rileggere il cammino della Comunità di Sant'Egidio in questi anni proprio alla luce di questo schema, di questo paradigma che abbiamo scoperto.

Nel cammino della Comunità dobbiamo anzitutto riconoscere che la centralità è data a Cristo e alla sua  Pasqua e questo lo cogliamo nel fatto che all'interno del cammino della Comunità un posto fondamentale è riconosciuto all'ascolto della Parola di Dio da una parte e dall'altra dal riconoscimento della presenza di Cristo nel volto dei poveri. Questi due elementi - La Parola da una  parte e i poveri dall'altra - ci dicono che la Comunità ha un rapporto fondante sulla persona di Cristo,  come Parola che illumina il nostro cammino e come presenza che ci invita all'esercizio della carità e dell'amore.
Non meno importante è il legame tra fede e vita quotidiana nell'impostazione della Comunità di Sant'Egidio, per quanti vivono la Comunità come esperienza a margine dell'esistenza ma come una modalità di illuminare con il Vangelo il tessuto ordinario della vita di ciascuno di voi, delle vostre famiglie, della vostra professione, del vostro servizio alla società. Ma la vita quotidiana è anche ciò in cui si colloca il servizio caritativo che la Comunità rivolge a quanti sono ai margini della società. Non si astrae il povero dalla sua condizione ma lo si incontra dentro la sua condizione di vita.

Infine non possiamo dimenticare l'impegno della Comunità nei tanti luoghi del mondo in cui si continua a vivere il dramma della crocifissione di Cristo; nella sofferenza di quelli che potremmo chiamare i tanti poveri Cristi che vivono in mezzo alle guerre, alle carestie, alle epidemie.
Sappiamo tutti quanto impegno la Comunità di Sant'Egidio rivolge a loro favore. Ecco di tutta questa sequela di Cristo - centralità di Cristo nella vita, esperienza della vita cristiana vissuta all'interno dell'esistenza umana, impegno della Comunità verso i luoghi della crocifissione dei Cristi su questa Terra - ecco di tutta questa sequela di Cristo siamo qui oggi a ringraziare il Signore e a chiedere attraverso la preghiera ulteriore fedeltà e ancora più profonda dedizione.



Omelia del Card. Betori, Arcivescovo di Firenze, in occasione del 51° anniversario della Comunità di Sant'Egidio
Omelia del Card. Betori, Arcivescovo di Firenze, in occasione del 51° anniversario della Comunità di Sant'Egidio