news

Ricordiamo Dominique Green, giovane afroamericano giustiziato nel 2004. L'amicizia con lui segna l'inizio del nostro impegno per l'abolizione della pena di morte.

27 Ottobre 2019

Pena di Morte

Condividi su

Il 27 ottobre facciamo memoria di Dominique Green, un giovane afroamericano, diventato amico della Comunità di Sant'Egidio atttraverso la corrispondenza, che fu giustiziato nel 2004. Con lui ricordiamo tutti quelli che sono nel braccio della morte perché presto sia abolita la pena capitale in tutto il mondo.

Tante storie di amicizia per capire

Attraverso la corrispondenza con i detenuti nel braccio della morte, abbiamo conosciuto alcune delle loro storie, sotto tanti aspetti storie di povertà, simili a quelle di tanti che conosciamo in tanti altri posti del mondo. Ora ci è più chiaro come si finisce nel braccio della morte, ora abbiamo più chiaro come si vive nella segregazione totale e senza speranza.
Il sistema carcerario del braccio della morte sottopone i detenuti a trattamenti durissimi che mortificano la dignità umana. Ogni volta che il detenuto esce dalla cella per il colloquio o per la doccia, viene sottoposto ad una perquisizione corporale completa.
Le celle sono piccolissime, alcuni detenuti ci scrivono che allargando le braccia si possono toccare le pareti e il soffitto. Di giorno e di notte manca qualunque tipo di intimità perché le celle sono chiuse da una porta a sbarre. Durante la notte le luci restano accese per permettere il controllo costante dei prigionieri e le improvvise e immotivate perquisizioni delle celle contribuiscono a mantenere alta la tensione, necessaria anch’essa al controllo.
Le celle hanno un arredo "essenziale", spoglio e povero. Ci sono un lavabo, una branda, un water ed una cassetta di metallo dove i detenuti possono conservare i loro oggetti. Ciò che non vi trova spazio viene ritirato dalle guardie e gettato nell’inceneritore . Le pareti della cella sono di cemento: d’inverno fa molto freddo e d’estate si superano anche i 45 gradi.
Sono tante le storie di dolore nelle prigioni del mondo dove si toglie la vita. Noi crediamo che non possiamo smettere di interrogarci di fronte a questo male e, assurdamente, ancora attuale nel nostro secolo: dare la morte per mano dello stato.

La storia di Dominique Green

Dominique è un ragazzo afro-americano di 24 anni. E’ stato condannato a morte quando aveva da poco compiuto 18 anni, accusato per un omicidio avvenuto durante una rapina. Catturato con la violenza e sottoposto ad un interrogatorio senza che gli fosse concesso di vedere un avvocato, ha subito un processo ingiusto.
Lo ha difeso un avvocato d’ufficio che ha presentato oltre la scadenza i documenti che potevano servire in sua difesa. Accade spesso a quelli che come lui sono poveri e non potendo permettersi di sostenere il costo una difesa, di vedersi assegnati avvocati d’ufficio inesperti o incompetenti.
La sua è una storia difficile. Nato in una famiglia povera, i suoi genitori sono separati, la madre soffriva di disturbi psichici. Dominique cresce nei sobborghi di Houston, dove vivono i più poveri, i neri, gli ispanici.
Al processo, nell’agosto del 1993, viene condannato a morte, senza nessuna vera prova a suo carico e poi sarà eseguito nel 2004 nel braccio della morte di Ellis One Unit, ad Huntsville in Texas. Dalle sue lettere, nel periodo della carcerazione, abbiamo capito cosa voglia dire crescere in carcere aspettando il giorno dell’esecuzione. Dominique ci ha parlato di amicizie molto intense, nate nel braccio della morte in quesgli anni; ci ha raccontato come altri condannati a morte, più vecchi di lui, gli abbiano insegnato a reagire nei momenti di maggiore disperazione e di paura e di come lui stesso sia poi divenuto un sostegno ed un punto di riferimento per altri nella stessa condizione.
A volte la sofferenza diventa intollerabile, come quando avviene l’esecuzione di qualcuno che ti è amico. Il condannato viene portato via dalle guardie e non tornerà più. Si impara a convivere con la paura.

Abbiamo conosciuto Dominique rispondendo ad una sua lettera pubblicata su un giornale italiano. Della prima lettera pubblicata ricordiamo alcune parole:" ….sono prigioniero nel braccio della morte … ho bisogno di qualcuno che voglia aiutarmi. Ho pensato che voi siete in grado di aiutarmi a trovare qualcuno che abbia tempo di scrivermi o di aiutarmi, perché io negli ultimi tempi non sapevo proprio come chiedere aiuto o amicizia .. La solitudine di questo luogo comincia ad avere effetto su di me, anche perché ho realizzato che posso finire per morire qui per qualcosa che non ho commesso…" e ancora " … nel braccio della morte ci sono persone buone e intelligenti, ma molte di loro non hanno mai avuto nessuna possibilità nella vita: Guarda me, la mia vita stava solo cominciando ed è finita per una menzogna. Perché?.."

Dominique, nella sua vita, ha cercato di dare un senso alla sua vita: spesso nelle lunghe ore di solitudine trascorse nella cella scriveva poesie o disegnava. Il suo dolore emergeva con chiarezza dalle poesie, dai disegni e dalle sue lettere: "…qui imparo a diventare un uomo, io che sono stato intrappolato fra le mura di questa prigione quando ero un ragazzo".

Poesia

Ho trovato una mano che mi aiuta

Una spalla forte a cui appoggiarmi

Un sorriso gentile che mi rallegra
Un'amicizia buona da cui dipendere
A volte temo che possa dissolversi
Anche se è sempre nei miei pensieri
Mentre passo i miei giorni
Intrappolato nel buio
Ne hanno portato via un altro
Un amico che non rivedrò più.
Sono debole, sto impazzendo

Che cosa posso fare?
Troppe cose, a catena, non vanno

Troppe per poterle contare
Non riesco più a sopportarle
... e tu?

Dominique Green, 9 febbraio 1996
, dalla prigione della contea Harris - Hudston

Video

A Roma, un parco dedicato a Dominique Green, vittima della pena di morte