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Marco Impagliazzo al Congresso #DefeatingHatred: "Spaesamento e paura suscitano logica di ritorsione e di morte. Siamo qui perchè vinca la cultura della vita".

29 Novembre 2019 - ROMA, ITALIA

Pena di Morte

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Intervento di Marco Impagliazzo al Convegno "Paving the way: Defeating Hatred". Ministri della Giustizia per un mondo senza pena di morte.

Non è facile ordinare il mondo contemporaneo. È difficile capirlo. Le ideologie sembravano indicare con sicurezza la via “scientifica” al futuro. Anche il neoliberismo affermava, con convinzione, che sarebbe riuscito dove i grandi imperi, le religioni e le ideologie avevano fallito. Oggi siamo tutti più incerti e pensosi di fronte a tali certezze e tutto intorno sembra regnare il caos. È il tempo dello spaesamento. Il mondo contemporaneo è complesso, richiede capacità di leggere le diversità degli eventi, di coglierne la profondità con una cultura della complessità. Ma tale possibilità non è di tutti e non è offerta a tutti. Per questo spesso, oggi, cultura e politica divorziano: quest’ultima ama spesso le semplificazioni gridate. Ma i semplificatori non ci aiutano a capire, stimolano le passioni, guidano le reazioni, ma restano estranei ad una presa diretta sugli eventi.
Un mondo fatto di passioni e di emozioni riguarda tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche la giustizia, la sicurezza e le pene. Da alcuni anni infatti osserviamo che le percezioni sulla giustizia sono attraversate da ondate emozionali esattamente come accade alla politica. Processi spettacolarizzati, morbosità sui dettagli di cui la stampa è piena, magistrati o avvocati come star televisive, dibattiti accesi sulle sentenze. Il bisogno di sicurezza appare come la nuova medicina davanti allo spaesamento e alla paura: occorre punire, trovare i responsabili, mettere in “galera” e se possibile “gettare le chiavi”.

Anche il dibattito sulla pena di morte soffre di tali eccessi, e qualcuno ci prova a rievocarla. Succede in Italia, accade in Europa. Certo non siamo alla sua reintroduzione ma è sufficiente questo clima acceso per cambiare il quadro generale nel mondo.
Così come la guerra o la risoluzione militare dei contenziosi politici diviene più popolare, anche la pena di morte rischia la stessa deriva. Sicuramente non appare più così scandalosa come solo qualche anno fa.

La cultura (della pena) di morte rischia di allargarsi
Oltretutto il terrorismo, le guerre incessanti in alcune zone del mondo e le reti criminali globali, il narcotraffico, riecheggiano una diffusione sempre più ampia delle condanne a morte non ufficiali (extragiudiziali) ma comunemente sempre più accettate. Ormai gli Stati non sono più gli unici attori ad avere il monopolio della violenza. Lo sono anche le mafie e i terrorismi. Lo sono anche mondi, universi culturali e religiosi. È questo il nocciolo della crisi dell’islam, come nel caso del terrorismo di matrice islamica, specie dopo l’11 settembre 2001, con la sua capacità di collocarsi come antagonista bellico-mediatico dell’Occidente, come islam globale. Lo stesso attentato alle torri gemelle è stato presentato da Bin Laden e dai suoi come una ritorsione legittima, una condanna a morte per reciprocità: se noi soffriamo, perché voi no? Così siamo pari: un ragionamento che nasconde un’idea di retribuzione, esattamente ciò che sostengono i fautori del mantenimento della pena capitale. Al Qaeda utilizza il medesimo tipo di ragionamento, segnalando al mondo islamico che il loro gesto non è stato una follia ma una rivincita politicamente legittima.
 

Le guerre senza senso
Guerre senza nome e senza senso - “guerre atee” secondo la definizione di Bernard Henri Levy- a cavallo tra paura e estrema difesa dell’identità, funestano il nostro mondo. Sembrano obbligatorie e nessuno se ne scandalizza più tanto. Condannare a morte intere città – penso alla Siria - non provoca manifestazioni di sdegno né di solidarietà. L’uomo del presentismo è schiacciato dalle proprie preoccupazioni e si arrabbia solo per sé stesso. Davanti alla vendetta dei “dannati della terra” si invocano soluzioni armate: una reciprocità micidiale e mortale. Tale desiderio di guerra pervade le nostre società in maniera sorniona: nessuno dice davvero di volerla ma si seminano dappertutto le sue premesse. Discorsi d’odio, insulti, ricerca del nemico, stigmatizzazioni. Sempre di più si sente invocare la morte contro qualcuno, anche nel discorso pubblico. Guerra è diventata una cultura, con il suo linguaggio e le sue conseguenze. Guerra del razzismo, della xenofobia, dell’islamofobia, financo il ritorno dell’antisemitismo che sembrava scomparso nei sotterranei della storia.
È proprio dal sottosuolo dei peggiori sentimenti che riemerge un gusto per la guerra: i sostenitori della pace sono avversati e derisi o ritenuti ingenui. Allo stesso modo risorge il sentimento di vendetta e ritorsione: occhio per occhio. Per dare sicurezza alla pubblica opinione occorre – si dice – essere severi e utilizzare il linguaggio militare: sbarchi, invasione...e poi sempre di più rappresaglia: se ci vogliono invadere mi devo pur difendere. Ovviamente nessuno è andato a chiedere ai migranti se ci vogliono davvero conquistare ...ma tanto basta per coltivare la cultura del nemico, della punizione, della morte sociale.
 

Una cultura della punizione
L’inasprimento generalizzato delle politiche poliziesche, giudiziarie e penitenziarie che si osserva nella maggioranza dei paesi del mondo da una decina d’anni risente di una trasformazione dello Stato che aumenta il suo carattere giudiziario e decuplica la sua rete penale dappertutto. Se qualche anno fa il fatto che le carceri in Italia fossero sovraccariche creava almeno disagio nella pubblica amministrazione, oggi non è più una priorità: anzi, qualcuno dice devono “marcire”.
Nell’era del lavoro salariato frammentario e discontinuo, la regolamentazione della vita quotidiana non passa più attraverso la figura materna e disponibile dello Stato-previdenza che anzi viene criticato; ma si appoggia su quella virile e autoritaria dello Stato-giudice e della cultura della punizione. Lo notiamo con l’aumento vertiginoso della popolazione carceraria...e con la privatizzazione delle carceri in atto in alcuni paesi.


Solitudine fa nascere un conformismo dell’ossequio
Una situazione politica, per quanto destabilizzante e confusa, non può restare solo uno stato d’animo. La maggioranza dei cittadini tuttavia pare adeguarsi: se le istituzioni o i leader divengono più aggressivi anche la gente le segue. D’altra parte tutti sono più soli, ovunque, e in Occidente anche più vecchi. Si reagisce in maniera allarmata e si chiede tranquillità. I muri sono il risultato di tale necessità rabbiosamente espressa o difesa. Trent’anni cadeva fa il muro di Berlino ma il mondo oggi è pieno di piccoli o grandi muri, alcuni invisibili, fatti di pregiudizi duri come il cemento; altri sotto gli occhi di tutti, ben piazzati e in aumento. Si murano le vie di uscita o di entrata, si dividono le città, si separano i quartieri e ciascuno va all’ossessiva ricerca di quelli uguali a sé, che paiono rassicuranti. Così anche si invocano pene sempre più severe, si abbandona l’idea della riabilitazione in carcere, dei diritti umani che sono di tutti. Chi sta “dentro” deve rimanerci e non si crede più al pentimento né tanto meno al perdono. C’era una volta in cui i giornalisti si affannavano davanti ai parenti delle vittime di un crimine: “lei perdona?” chiedevano con insistenza anche un po’ ipocrita ed esagerata. Ora questo non esiste più ma si invocano punizioni sempre più dure per tutto e per tutti, e spesso la pena di morte. Quest’ultima è figlia di tale clima punitivo, spaventato, urlato. L’allarme sociale pare giustificare anche l’utilizzo di pene definitive. Tutti si conformano al bisogno di sicurezza malgrado la costante diminuzione dei crimini violenti. Ma la soglia di sopportazione è sempre più bassa. Al contempo la morte di chi muore in mare non intenerisce più: che umanità stiamo preparandoci, quella in cui conto solo io (un io vittimista e rabbioso) e contano sempre meno gli altri?


Il ruolo di chi ha ancora fede nell’umanità
Questo tempo sembra condannarci all’irrilevanza. Tutto è troppo grande, vasto difficile da capire e interpretare. Ma se oggi siamo qui è perché essere cittadini irrilevanti e invisibili non è la nostra scelta. Ci si potrebbe chiedere perché insistiamo nuovamente sulla pena di morte. Ci si interroga se il momento è propizio e se tale scelta sia opportuna. Davanti a terrorismo, narcotraffico e cultura della morte non sarebbe il caso di parlare d’altro? Di sicurezza ad esempio? Non siamo fuori tempo? Non lo penso. Dico perché: si parla tanto di sicurezza ma non ci si rende conto che la sua nozione è polisemica (nazionale, internazionale, pubblica, militare etc.) ma il nocciolo duro della questione è quello della sicurezza della persona. Sicurezza come diritto fondamentale della persona umana rispetto a cui tutte le altre nozioni di sicurezza sono subordinate. La sicurezza spesso invocata è funzionale alla sicurezza delle persone? Lasciatemi citare la Costituzione di un grande paese africano, il Sudafrica:

“Tutti hanno il diritto alla libertà e alla sicurezza della persona, che include il diritto a: a) non essere privati della libertà arbitrariamente o senza giusta causa; b) non essere detenuti senza processo; c) essere tutelati da ogni forma di violenza da parte di enti pubblici o privati ; d) non essere torturati in alcuna forma; e) non essere sottoposti a trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti”.

Noi siamo qui radunati a parlare contro la pena di morte perché è il nostro modo per opporsi alla cultura di morte più in generale e per mostrare il bene della vita. Il contagio del bene si comunica facendolo vedere, mostrandolo. Il conformismo conviene solo ai violenti. Come diceva un grande papa, è inutile lamentarsi dei tempi: i tempi - cattivi o buoni che siano - siamo noi. E noi non ci arrendiamo alla cultura di morte.
La pena capitale rappresenta la sintesi della disumanizzazione a cui opporsi: è una pena irreversibile, viene data dai poteri pubblici che dovrebbero difendere la vita, assomiglia a una vendetta, si basa sulla reciprocità con il male, lancia alla società un potente messaggio di legittimità della ritorsione. L’eccesso di semplificazione dei problemi può far crescere il sostegno ad una risposta brutale e definitiva come la pena di morte. Al contrario, quando le questioni vengono presentate nella loro complessità, e nel loro inevitabile risvolto umano, il sostegno a misure drastiche come la pena capitale diventa molto più sfumato. E questo anche in paesi mantenitori della pena di morte. Numerosi studi dimostrano che quando le persone sono informate della possibilità che la giustizia condanni ed esegua un innocente, della discriminazione che la pena capitale comporta a danno dei poveri e dei più deboli e dell’esempio positivo di paesi che hanno abolito, il sostegno alla pena capitale si riduce. Vale ancora quanto detto nel 1972 dal giudice Thurgood Marshall in occasione della sospensione della pena capitale negli Stati Uniti: se sufficientemente informato, “il cittadino medio riconoscerebbe che la pena di morte è irragionevole,...immorale e quindi incostituzionale”.
L’opinione pubblica è malleabile e anche quello che sembra un attaccamento alla pena capitale può sgretolarsi facilmente: lo dimostrano la rapida caduta del sostegno alla pena di morte nei paesi che hanno abolito (dalla Francia all’Australia) e sondaggi in alcuni paesi mantenitori (dal Giappone allo Zimbabwe) che rivelano la disponibilità ad accettare una politica più mite quando questa è scelta dal governo. Crediamo alla forza della società civile che non si arrende davanti a tali disvalori di brutalità e vendetta ma con pazienza costruisce e ricostruisce il tessuto delle relazioni umane sfibrato dalla solitudine e avvelenato dall’odio. Non possiamo lasciare che la cultura di morte e la logica della ritorsione inquinino i sentimenti e l’aria che respiriamo. Renderebbe la nostra società invivibile e le nostre città ancora più violente. Vogliamo cambiare la cultura e guidare la politica consci che questo ci vuole tempo e sono necessari risultati. La nostra infatti non è una semplice campagna di advocacy ma un lavoro che parte dalle carceri e dai bracci della morte, con le persone concrete che vivono il dramma della pena capitale, questa terribile sofferenza dell’attesa senza speranza prima ancora di venir eseguite. Le storie dei carcerati e soprattutto dei condannati a morte ci tocca e ci interpella: da anni abbiamo creato una rete umana di relazioni, visite e corrispondenze con tanti. In questa rete delle sofferenze abbiamo introdotto il filo dell’amicizia, seguendo delle storie personali talvolta per decenni. In alcuni casi siamo riusciti a far emergere una verità scomoda: e cioè che c’erano errori giudiziari o giudizi sommari anche secondo la legge più severa. Abbiamo assistito a liberazioni miracolose e a rinascite dopo anni infernali.
Tutto questo ci dà speranza e ci conforta: la voce dei sofferenti che gridano nel vuoto è giunta fino a noi e ci cambia. Il lavoro di Sant’Egidio nelle prigioni è questo: una rete umana oltre i muri, che cura, accompagna e talvolta anche libera. È la forza del lavoro fatto con le persone e non solo con le idee: un impegno che diviene ancor più convincente perché fatto di vita vera, vissuta e sofferta. Certo ci vuole pazienza e molto lavoro: i risultati e l’efficacia vanno sempre ricercati. Quotidianamente ci interroghiamo perché si possa incidere sempre di più.
Così anche con i paesi mantenitori: un lavoro diplomatico e di dialogo che resiste negli anni e che può portare buoni frutti. Molti frutti sono già stati raccolti: i risultati progressivi della campagna per la moratoria vede, a partire dai numeri, un avanzamento progressivo. Ma bisogna insistere: alla fine ci sarà una vittoria della cultura della vita. È la forza del nostro impegno e di quello dei tanti che nel mondo si battono contro la pena capitale: penso anche alla World Coalition against the Death Penalty, a tutti coloro che lavorano sinergicamente alla stessa battaglia, a quei politici o ministri con responsabilità di governo che scelgono eticamente di sostenerla questa battaglia anche quando non crea immediatamente consenso. Insieme possiamo vedere già ora come potrà essere un mondo più umano domani. Sognare ad occhi aperti perché questo si realizzi.