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Diario dal campo di Moria, tra i rifugiati della tendopoli

13 Gennaio 2020 - PREFETTURA DI LESBO, GRECIA

Lesbos e Samos
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Nel campo profughi di Moria migliaia di persone vivono in tende in quella che è chiamata la “giungla”, una collina piena di ulivi, vicino all’hotspot nell’isola greca di Lesbo.

Sul pendio più esposto al freddo vento invernale, la Comunità di Sant’Egidio ha incontrato una famiglia di profughi siriani, arrivata da poco tempo. Tra le tante storie che abbiamo conosciuto durante l'ultimo viaggio nel periodo delle feste natalizie c'è quella di Fatima, madre di tre figli. Il suo volto si illumina nel raccontare la bellezza di Aleppo, città che ha dovuto abbandonare insieme al marito e alla sorella, cercando di resistere fino all’ultimo. Hanno intrapreso la pericolosa via del mare, avendo notizia della difficoltà della rotta balcanica. Non conoscevano la situazione del campo di Moria. Vivono in sei in una tenda da campeggio che può ospitarne solo tre, così piccola da non poterci stare in piedi. Per isolarsi dal freddo del terreno, in particolare nei giorni di pioggia, usano coperte e tappeti, che sono sempre umidi. Tra le più grandi preoccupazioni, la salute dei bambini, la loro istruzione, l'assenza di scuole dove poter studiare, il desiderio di una vita degna e di un futuro sereno.

Come molti, trascorrono gran parte del tempo fuori dalla tenda, e accendono fuochi per scaldarsi con i rami di ulivo staccati dagli alberi, o per fare le interminabili file per i pasti e per le docce, in una situazione di estremo sovraffollamento.

Tra gli ulivi però corrono i bambini, uno dei popoli più numerosi. Sprizzano vitalità nei giochi e nei balli, come nei momenti di festa trascorsi con la Comunità di Sant’Egidio. In una condizione che è descritta dai migranti come una “prigione a cielo aperto” la speranza dei bambini richiama le coscienze dell'Europa a risvegliarsi, "a tenere aperti gli occhi, tenere aperto il cuore" - come recentemente ha esortato Papa Francesco - "per ricordare a tutti l’impegno inderogabile di salvare ogni vita umana, un dovere morale che unisce credenti e non credenti".

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