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“Venite a me”: L'invito di Gesù al ristoro, non come una fuga ma come relazione con lui. Omelia del card. José Tolentino De Mendonça a S.Maria in Trastevere

5 Luglio 2020

OMELIA

XIV Domenica del tempo ordinario

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Omelia del card José Tolentino de Mendonça
Liturgia eucaristica del 4 luglio 2020,

Letture della XIV Domenica del Tempo Ordinario

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Carissimi fratelli e sorelle,
come prima cosa voglio manifestare la mia gioia di essere qui con voi a celebrare la Pasqua del Signore, la domenica della sua Resurrezione:
farlo insieme ad ognuno di voi è per me veramente motivo di lode e di ringraziamento al Signore perché noi sperimentiamo la bellezza della Comunità, la bellezza di stare insieme in questo momento della storia del mondo, che è un momento di prova per le comunità. E’ centrale dire quanto sia importante in questo momento la comunità, quanto la forza serena di una comunità sia veramente un fondamento di vita e di speranza. Per questo celebrare insieme la liturgia è per noi come l’aria che respiriamo,  come l’acqua fresca che disseta il nostro cuore.
Dalle letture di oggi vorrei concentrarmi su quelle parole di Gesù, su quell’imperativo: “Venite a me voi tutti che siete stanchi ed oppressi, ed io vi darò ristoro”.
In questa epoca dell’anno tutti noi sperimentiamo la stanchezza. Sappiamo cos’è la stanchezza alla fine di un anno di lavoro, di questo ciclo scolastico che tutti noi conosciamo: uno svuotamento, un venir meno delle forze, della capacità di essere presenti alla vita, alla storia, alla nostra missione. 
La stanchezza non è soltanto individuale ma è anche la stanchezza della nostra cultura, che ha fatto di questo sentimento una sorta di descrizione globale di quello che viviamo. Ricordo una poesia di Fernando Pessoa dove lui dice: “Sono stanco, non mi domandate di che cosa sono stanco, ma rimango stanco”. Nel cuore dell’uomo contemporaneo questa stanchezza è una sua identità: noi siamo uomini stanchi, viviamo in una cultura in cui la stanchezza è un segno.
Gesù affronta questa situazione vitale, di tutti noi, dicendo: “Venite a me”. E’ interessante perché quando oggi per esempio si pensa alle vacanze, - per quelli che possono averle - ne sentiamo parlare come una fuga o come una sorta di parentesi nella vita, come un cercare non la vita ordinaria ma la vita straordinaria, avere una esperienza, conoscere altri luoghi, stare in altri contesti.
Invece Gesù pensa al ristoro non come una fuga ma una relazione: “Venite a me”.  E veramente quello che guarisce la stanchezza non solo fisica ma spirituale, che noi sperimentiamo, è una relazione con Gesù, provare ad approfondire questa relazione, andare da lui, dargli tempo, dargli opportunità, ascoltare meglio la sua parole, vedere le cose a modo suo, catturarlo nella sua straordinaria vicinanza, vederlo nel volto dei poveri, degli anziani, delle vittime della storia, sentire che lui sta veramente vicino ad ognuno di noi.

Questo tempo è quindi una grande sfida per sperimentare non la tentazione della fuga, per sperimentare la propria zona di confort, ma anzi è un tempo per sperimentare il potere della relazione.  “Venite a me ed io vi darò ristoro”: il ristoro è un dono, non è una conquista nostra, è un dono che nella relazione noi riceviamo gratuitamente. Per questo, che si apra in noi un tempo di intensità, di intimità, di relazione con Gesù.
Un’altra sfida che Gesù ci offre è di assaggiare quelle cose che dobbiamo imparare, perché la vita spirituale non nasce con noi. Tertulliano diceva: “Noi non nasciamo cristiani, diventiamo cristiani”. Allora tante volte noi ci affidiamo ad una sorta di automatismo,  desideriamo una vita spirituale forte, intensa ma pensiamo che questa venga, e punto. No: si impara, si cerca, bisogna conoscere il valore dell’apprendimento.
La vita spirituale ha bisogno che vinciamo l’analfabetismo spirituale, la nostra ignoranza, la nostra distanza.

Non è per caso che nel Vangelo di oggi Gesù appaia come un maestro: venite da me, imparate da me. Ed allora la nostra vita cristiana è qualcosa che impariamo. Ed è una sfida enorme per noi che tante volte ci lasciamo un po’ andare a casaccio, molto dipendenti dalle circostanze, da ciò che accade vicino a noi: bisogna organizzare, bisogna imparare, mettersi veramente alla sequela di Gesù che è il maestro e che ci vuole insegnare il segreto della vita. Perché noi sappiamo tante cose, ne impariamo nella nostra vita tante altre, ma a volta, per le cose essenziali, quelle che hanno a che vedere con  il senso profondo della vita, rimaniamo analfabeti. Non sappiamo, nessuno ci ha detto, non abbiamo dato tempo, disponibilità, spazio, impegno per scoprire la scienza dell’amore di Dio, la scienza della Croce, la scienza della Pasqua. Questa è veramente una sfida importante  che il Vangelo di oggi ci fa.
Due altre cose. Quello che San Paolo ci dice nella Lettera ai Romani, che abbiamo ascoltato: la forza dello Spirito. San Paolo usa questo elemento dialettico - l’opposizione tra la carne e lo Spirito - ma dice in modo chiaro che noi siamo figli dello Spirito e allora dobbiamo condurre tutta la nostra vita, tutta la nostra storia nella linea dello Spirito. In noi c’è un combattimento, ma pure una scoperta. E’ un dono che Gesù ci fa, questa figliolanza, questa scoperta che siamo figli e che la nostra vita è condotta attraverso lo Spirito Santo.  Nella nostra vita, nella vita quotidiana, la più ordinaria, banale, piccola, dobbiamo sentire la forza dello Spirito Santo e capire come lui conduce veramente la nostra storia. Lasciamoci condurre da lui che, come ci dice Gesù, è un maestro nella nostra vita: dobbiamo dare più spazio al suo insegnamento.
Nel libro del profeta Zaccaria abbiamo quella bella immagine dell’asino che poi Gesù concretizza in modo formativo nel suo ingresso a Gerusalemme per la Pasqua. Zaccaria parla dell’asino: l’asino e il cavallo. Il cavallo di guerra e l’asino come simbolo della umiltà, della mansuetudine e della pace. Dentro di noi ci sono i cavalli di guerra e l’asino della pace.  Dobbiamo dare una opportunità all’asino, questo animale mite che è simbolo di una vita di lavoro, di servizio, di missione, di una vita dedicata.
Noi siamo l’asino su cui viene Gesù al mondo e con cui lui può entrare oggi in questa città, in questo luogo, nelle nostre case, nei nostri quartieri. E’ importante accogliere questa immagine come una chiamata nostra alla conversione. Passare dalla violenza alla pace.  Di questo il nostro mondo ha tanto bisogno.
Oggi nella preghiera dei fedeli ricorderemo la vita di uno dei nostri fratelli che è stata tolta dalla violenza in Mozambico. Preghiamo per questo Paese con il quale la Comunità ha rapporti di amicizia storica.
Ho portato con me una croce di legno che mi hanno dato proprio lì, in Mozambico. E’ un segno per pregare insieme, superare le frontiere dello spazio, sentire che tutta questa umanità colpita dalla violenza e dalla guerra, ci sta proprio nel cuore.
Preghiamo per la pace, per la pace dentro di noi e dentro il nostro mondo.