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Il ricordo di Shahbaz Bhatti nell'omelia di mons. Ambrogio Spreafico

2 Marzo 2021 - ROMA, ITALIA

martiriPakistan
OMELIA

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Meditazione di mons. Ambrogio Spreafico

Luca 10,1-9

Cari fratelli e sorelle,
questa sera collegati con tanti altri e assieme agli amici pachistani siamo qui per pregare in ricordo di Shahbaz Bhatti, ucciso da uomini armati il 2 marzo 2011, dieci anni fa, all’uscita di casa della madre a Islamabad.
Un uomo disarmato, inerme, non protetto, ha donato la sua vita per adempiere la sua missione: lavorare senza sosta per la pacifica convivenza tra le varie comunità di un Paese bello e complesso, dove i cristiani sono una minoranza, cominciando ad aiutare i poveri e le minoranze. Un cristiano, ogni cristiano, è chiamato a una missione nella storia, anzi, come dice papa Francesco, “Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo” (EvG, 273). Shahbaz aveva capito che la fede, nutrita dalla Parola di Dio, può cambiare la storia. La Bibbia, che abbiamo posto sull’altare, la sua Bibbia, è stata la luce, il nutrimento delle sue giornate, la forza che gli ha permesso di portare avanti con pazienza e tenacia la sua missione. Anche quel giorno, prima di uscire, aveva pregato con le parole della Bibbia. Quella Parola letta ogni giorno sta dietro la sua missione, le sue scelte, le sue battaglie per le minoranze non solo cristiane, i suoi legami di amicizia in Pakistan e altrove, come quelli con la nostra Comunità per tanti anni.

Lo ricordo anch’io, umile e in preghiera, la sera dell’’11 settembre 2010 mentre la Comunità commemorava gli attentati negli USA dell’11 settembre 2001 in questa Basilica, luogo di preghiera per la pace e l’unità. Un uomo con una missione e un sogno: il sogno di un popolo che si riconcilia. Dalla sua casa il suo sguardo si alzava verso le montagne, e per lui significava guardare il futuro con speranza, credere che il sogno di Dio di un mondo di fratelli si sarebbe potuto realizzare e che lui ne doveva essere costruttore. Fin da ragazzo aveva cominciato a viverlo aiutando gli altri, dalle famiglie vittime di un terremoto fino a tanti poveri. Da giovane sposa il sogno di un Paese plurale. Il suo impegno entra nelle difficili pieghe della società e della politica, mai contro qualcuno, ma sempre in difesa della possibilità per tutti di vivere insieme in pace. I suoi legami con leader musulmani ne sono un esempio, come pure la sua testimonianza al di fuori del suo Paese perché il suo sogno e la sua speranza fossero sostenuti dalla preghiera e dall’amicizia di tanti.

Shahbaz Bhatti vive profondamente la sua identità cristiana, e nello stesso tempo la sua missione, cercando ogni volta di incontrare l’altro, di aprire porte al dialogo, di fare spazio alla possibilità di essere untiti nella diversità. La sua vita intera fu donata per questo. È la vita dei cristiani. Lo dovrebbe essere anche in questo tempo di sofferenza e di morte. Sì, “io sono missione”, io sono portatore di una Parola che è pace e speranza. “Andate, ecco, io vi mando come agnelli in mezzo a lupi. Non portate né borsa, né sacca, né sandali, e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa”. Gesù sembra esagerato, e poi sbrigativo, quasi poco capace di capire quello di cui abbiamo bisogno. Ma le sue parole sono vere. Nel mondo ci sono anche i lupi. C’è tanta violenza, ci sono guerre, terrorismo, potere arrogante che schiaccia gli altri, soprattutto i poveri. Shahbaz Bhatti lo sapeva, sapeva che avrebbero potuto contrastare il suo sogno fino ad ucciderlo. Ma sentiva di avere una missione e non si tirò indietro.

Sapeva che non c’era tempo da perdere dietro se stessi; vedeva la gente soffrire, le minoranze in difficoltà, nonostante le aperture che aveva potuto ottenere come Ministro delle minoranze. Sapeva che la strategia per vincere i lupi non aveva bisogno di nemici né di guerre, ma aveva bisogno di agnelli, di quella mitezza che ci fa assomigliare a Gesù, agnello di Dio morto per la salvezza del mondo. Così continuò la sua missione, anche in mezzo a tante difficoltà e minacce, consapevole di essere portatore del Vangelo della pace e della riconciliazione, della non violenza. Fu un uomo del Pakistan, e insieme un uomo del mondo, perché la missione del Vangelo rende uomini e donne del mondo, oltre se stessi e il proprio particolare. Shahbaz, fratello nostro carissimo, con te preghiamo il Signore perché ci renda uomini e donne che si assumono la missione del Vangelo in un mondo segnato a volte dalla mancanza di visioni e del sogno della pace. Preghiamo per i cristiani del Pakistan, per le Comunità di Sant’Egidio di quel Paese, perché nel dialogo e nell’amicizia siano segno di pace e di amore.

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