OMELIE

"Un pezzo di paradiso è una mano che salva, è aiutare come possiamo". L'omelia del card. Matteo Zuppi alla veglia di preghiera Morire di Speranza

 

Omelia del card. Matteo Zuppi in occasione della Veglia di Preghiera "Morire di Speranza" in ricordo dei tanti che sono morti nel tentativo di raggiungere l'Europa

Marco 4, 35-41
In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: "Passiamo all'altra riva". 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: "Maestro, non t'importa che siamo perduti?". 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!". Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: "Perché avete paura? Non avete ancora fede?". 41E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: "Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?".

Ricordiamo e preghiamo. E quanto ci aiuta la preghiera, affidare al Signore i suoi fratelli più piccoli, e quindi i nostri fratelli! Tutti piccoli e poveri Cristi!

Possiamo forse dimenticare? La Chiesa è una madre, solo una madre. Qualcuno cerca tante spiegazioni, ma questa è l'unica, la più semplice, la più vera, quella che descrive - con tutte le povertà e le contraddizioni umane - questa nostra Madre, che amiamo e che ama. E che oggi credo che sia ancora più contenta, perché tutti i suoi figli si trovano insieme a pregare!

Questa madre, affidata da Gesù a tutti noi, chiede di essere amata, capita, sostenuta, difesa, resa migliore con il nostro amore. Ad una madre non servono dichiarazioni o ragionamenti, ma amore, perché dona tutto quello che ha solo per amore. La madre non può dimenticare i suoi figli, tutti. È questa la dignità infinita con cui riveste la debolezza della vita, fragile e bellissima, sempre, per tutti.

Come una madre piange, cerca, si dispera per i suoi figli che non sono più e vuole che nessuno si perda più. I suoi figli non sono una statistica, un’indagine, un’audizione. I suoi 2.554 figli, persone diventate profughi, che in un anno - da giugno 2023 ad oggi - hanno perso la vita nel Mediterraneo e lungo le vie di terra, cercando di raggiungere l’Europa alla ricerca di un futuro migliore. In fondo per loro, ma quello che diventa anche il nostro futuro e se lo vogliamo migliore.
Non li dimentica questa madre, perseverante, insistente, molesta per chi giudica e interpreta anche il dolore, ma senza fermarsi e senza lasciarsi ferire e cambiare. E quanta insolenza! Chi ha perso un figlio lo sa.
La Chiesa è libera di dire che sono stati lasciati soli, che non ci siamo presi cura di loro. Che abbiamo sciupato risorse, addirittura abbiamo lucrato sul loro dolore, tradendo le attese e gli impegni. La Chiesa è una madre libera di rivendicare che le sue lacrime sono lacrime e basta, non sono di una parte, ma per chi ama la parte, l’unica per una madre che mette per davvero al centro la persona, la dignità infinita di questa, unica e speciale, come ogni figlio per una madre. Che per questo non accetta le inutili spiegazioni e giustificazioni, perché l’unica paura che ha è quella di perdere uno dei suoi figli più piccoli, suoi e nostri.

E guardando la sua e loro  sofferenza, ritroviamo tutti il senso di umanità e di dignità, per non smarrirlo nel penoso narcisismo o nell'ignoranza volgare e rozza. Perdendo la loro, in realtà perdiamo la nostra dignità. Una madre è libera di ripetere che l’illegalità si combatte con la legalità.
Ricordiamo, perché non possiamo abituarci a persone che muoiono nell’angoscia dell’immensità del mare, nel freddo della notte, nel caldo che toglie il respiro del deserto, per la sete, umiliati nel corpo da predoni e schiavisti. E i diritti sono sempre tali. Però loro ci ricordano, come dice papa Francesco nella “Fratelli tutti”, che "una parte della umanità vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata, calpestata, i suoi diritti fondamentali ignorati o violati." Se lo è per qualcuno, è pericoloso per tutti.
Guai a rendere i diritti riferimenti inutili, tradendo impegni e responsabilità. Il diritto d’asilo, in Europa e in Italia, continua spesso a navigare insicuro sulle navi dei trafficanti, anziché essere tutelato da un’operazione europea di soccorso in mare e di intelligente gestione di un fenomeno che non è certo transitorio, che è sempre stato e le cui proporzioni richiedono lungimiranza, determinazione.
Il Mediterraneo che diventa di nessuno rinnega se stesso e quella legge del mare che da sempre lo ha definito. Speriamo ci sia una diversa attenzione e solidarietà tra i singoli paesi e dall’Europa davvero unita, ad iniziare dal nuovo Parlamento europeo, perché su questi temi, squisitamente e solamente umanitari, non ci si divida. Solo l’altro giorno 66 persone sono disperse, e tra queste 26 bambini. Molte erano famiglie afgane, e anche questo dovrebbe suscitare tanta reazione.

Ricorderemo nomi e luoghi, perché ognuno è un pezzo dell’unica immagine di Dio, di quel mosaico straordinario che, se ricomposto nell’amore, permette di capire la bellezza di Dio e la bellezza di ogni persona. Non vogliamo annegare la nostra umanità e vogliamo localizzare ciascuno nell’immensità dell’abbandono.
In tutto il mondo le stime indicano in almeno 8.565 persone, quelle morte nei viaggi della speranza nel 2023. È il dato più alto in assoluto dal 2016. Sono 1.886 quanti hanno perso la vita nel deserto del Sahara, quelli che si sanno, e sulla rotta marittima verso le Canarie. Scappavano dall’inferno e la vita è diventata un inferno. Resisteremo noi nell’inferno?
Leggo dal giornale di oggi: "10 anni e il cuore già a pezzi. Non ha più accanto sua madre, suo padre, la sua sorellina ed è disperata. Non fa che chiedere di loro, non sa che sono caduti in acqua e hanno dovuto arrendersi allo strapotere del mare, tre dei tanti corpi perduti per sempre nel Mediterraneo. Chi l’ha guardata sbarcare dice che non c’era niente negli occhi lucidi di quella bambina arrivata ieri mattina a Roccella Ionica, sembravano spenti. Un momento di pausa dal pianto, uno solo, poi di nuovo lacrime. Di solitudine ma anche di sofferenza fisica, perché era così disidratata da avere dolori insopportabili alle braccia, sintomi che a inizio soccorso avevano convinto i medici che fossero spezzate.
Ce la faremo, era il mantra di quelle famiglie, molte delle quali venivano da posti alla fine dei diritti umani, come l’Afghanistan o l’Iran. Ma poi il mare è diventato grosso, sulla barca c’è stata una esplosione, quella carretta ha cominciato a imbarcare acqua e la speranza è via via naufragata, insieme alle vite della povera gente finita in mare.

Il comandante della Guardia Costiera di Roccella si è sobbarcato 24 ore di lavoro senza sosta, per seguire le operazioni dei suoi uomini. Dice che "i naufraghi questa volta erano tutti particolarmente provati", che "mentre intervieni, sei addestrato per mantenere lucidità e professionalità, ma poi, quando torni a casa la sera, porti con te l’umanità con la quale hai avuto a che fare, come l’immagine di quella bambina, così piccola e già così sola e disperata."
"In Pediatria – scusate se continuo a leggere, perché è proprio il Venerdì Santo – ci hanno concesso di stare con lei a lungo. Le infermiere la coccolano, la trattano da regina, ma lei non vuole né giocattoli né giocare. Si lamenta e urla perché vuole la mamma e la sorellina". Concetta, della Croce Rossa, sospira poi dice: "Ho sentito mio marito poco fa, quando starà bene vorremmo ospitarla da noi, in attesa che si decida del suo futuro". Un raggio di sole in mezzo al cielo cupo di questo naufragio.
Ecco il Venerdì Santo, che ricordiamo oggi, ma anche ecco l’umanità che vogliamo, che inizia a mostrare la luce della resurrezione. Una madre, appunto. Un pezzo di paradiso da prendere con sé. Che è come quell’immagine, che è un sogno e che è in realtà la nostra preghiera, per cui un ragazzo solleva una donna che è caduta nel deserto e la fa volare, portandola con un dito, quello dell’amore.
Un pezzo di paradiso è una mano che salva, è aiutare come possiamo. Non facciamo mai mancare un pezzo di paradiso. Lo può fare anche una mamma di Roccella, lo possiamo fare tutti.

Infine, ricordiamo l’Ucraina, con poco meno di 6 milioni di rifugiati nei paesi europei, con 4 milioni di profughi interni. Il Sudan, i palestinesi di Gaza, 1 milione e 700 mila sfollati internamente, più volte. Hanno perso tutto. La Siria che rimane la più grande crisi di rifugiati al mondo. L’Afghanistan.
Ecco, una madre. E una madre non si arrende, trova le risposte e aiuta a trovarle. I corridoi umanitari, di lavoro, una gestione finalmente non emergenziale, la formazione e garantire diritti e doveri, bisogna garantire tutti e due, sono le risposte di una madre, che ha speranza, non la perde, fa vivere non morire, e dando speranza trova la speranza. Perché non si può morire di speranza, e vuol dire che è morta in noi se lasciamo che questo avvenga.
Anche Gesù cerca l’altra riva, si mette in viaggio. Siamo tutti viaggiatori, pellegrini in questa nostra vita, che non può mai restare dove è, perché deve cercare sempre l’altra riva. Gesù sembra che dorma, ma chi dorme in realtà sono i discepoli, agitati e dimentichi perché senza fede oppure banalmente addormentati su stessi, quando la tempesta non riguarda loro.
Spesso ci interroghiamo su dove è finito Dio, su come è possibile che muoiano dei bambini, scandalo per cui i loro angeli sono al cospetto di Dio. ma davvero la domanda è un’altra, dov’è finito l’uomo! Perché Dio lo sappiamo dove sta, sulla barca con loro. E Gesù ci insegna a difendere sempre, per tutti, ovunque, la dignità inviolabile e infinita dell’essere umano. Sempre, in tutte le età, per tutti.
Infine, davvero. Giovanni Crisostomo parlava così: "Così agiscono quelli che attraversano il mare grande e spazioso. Se la loro nave viene sospinta da venti favorevoli si allietano di tanta pace, ma se vedono da lontano un’altra imbarcazione in difficoltà, non trascurano la sfortuna di quegli estranei, badando solo al proprio utile.Fermano la nave, gettano le ancore, calano le vele, lanciano tavole, gettano corde affinché chi sta per essere sommerso dalle onde, aggrappandosi a una di queste possa sfuggire il naufragio."

Continuava Giovanni Crisostomo: "Imita dunque anche tu i naviganti, o uomo. Anche tu navighi un mare grande e spazioso, l’estensione della vita presente: un mare pieno di animali e pirati, pieno di scogli e picchi, un mare agitato da molti marosi e tempeste. E anche in questo mare molti spesso fanno naufragio. Quando dunque vedi qualche navigante, che per qualche accidente diabolico sta per perdere il tesoro della sua salvezza, è agitato tra i flutti che sta per sommergersi, ferma la tua nave. Anche se ti affretti altrove, preoccupati della sua salvezza, trascurando le tue cose. Chi sta per annegare non può ammettere dilazione o lentezza – è sempre Giovanni Crisostomo – Accorri dunque velocemente, strappalo subito dai flutti, metti tutto in movimento per tirarlo su dal profondo della rovina. Anche se mille occupazioni ti sollecitassero, nessuna ti sembri più necessaria della salvezza di un misero, se volessi differirla, anche un poco la violenta tempesta lo perderebbe. In queste disgrazie è necessaria molta prontezza, molta prontezza e molta cura sollecita. Siamo dunque pieni di premura verso i nostri fratelli."

E concludeva: "L’amore sincero si dimostra, non mangiando insieme, non parlandosi alla buona, non lodandosi a parole, ma osservando e preoccupandosi di ciò che è utile al prossimo. Sorreggendo chi è caduto, tendendo la mano a chi giace incurante della propria salvezza e cercando il bene del prossimo più del proprio. L’amore non guarda ai propri interessi, ma prima che ai propri guarda a quelli del prossimo, per vedere attraverso quelli i propri."

Sia così, per noi e per loro, la loro speranza, la nostra speranza.