La tragedia non si arresta: altri 11.400 morti dal 2013. Chiesa e ong: subito i corridoi

4 Ottobre 2016

LampedusaMIGRANTIcorridoi umanitari

Ieri 10 vittime

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Nel giorno della memoria la nuova ferita si apre a sera. Tra le quasi 6mila persone soccorse in mare nelle ultime 24 ore - un numero da capogiro, destinato ad abbattersi sul già fragile sistema di accoglienza nostrano - ci sono anche 9 cadaveri. Sette giacevano sul fondo dello stesso barcone. E' l'ennesima tragedia, ma anche l'ennesimo segnale. E a fine giornata giunge la notizia che oggi arriverà al porto commerciale di Augusta, in provincia di Siracusa, la nave della Marina militare Borsini con a bordo 741 migranti. Tra gli stranieri, che sono stati tratti in salvo al largo del Canale di Sicilia, c'è anche un cadavere non ancora identificato.
«Da quel 3 ottobre nulla è cambiato», ripetevano ieri a Lampedusa. Anzi, a sentire i numeri dell'Acnur, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, le cose da allora vanno anche peggio, col 2016 che si prepara a diventare l'anno più letale per il Mediterraneo. «Dal 2013 abbiamo contato altri 11.400 morti e, solo quest'anno, sono 3.498 le persone che in questo mare hanno perso la vita nel disperato tentativo di trovare salvezza in Europa» ha spiegato la portavoce Carlotta Sami a Lampedusa.
Una tragedia immane e inarrestabile, come il flusso di esseri umani che quel mare-mostro è disposto a sfidare nonostante il pericolo: oltre 300.000 persone, sempre quest'anno, il 28% dei quali bambini. Con 600 vittime soltanto tra i piccoli, secondo i calcoli di Save the children: cento in più rispetto al 2015. «Alternative legali e sicure esistono - è l'appello della Sami - e vanno sviluppate: ricongiungimento familiare, reinsediamento, corridoi umanitari, visti per motivi di studio o lavoro: possibilità concrete affinché le persone in fuga da guerre, violenze e persecuzioni, possano arrivare in un luogo sicuro senza rischiare la vita, ancora una volta».
È la linea della Chiesa da sempre, ribadita ieri da Fondazione Migrantes (Cei) e dalla Comunità di Sant'Egidio: servono vie legali di ingresso per i migranti che sono in fuga, serve assicurare la piena tutela del diritto d'asilo per i rifugiati. «La prima preoccupazione - sostiene il direttore generale di Migrantes don Giancarlo Perego - deve essere quella di salvare le persone e di accompagnarle in sicurezza e, al tempo stesso, cercare strade alternative a quelle di morte segnate dai trafficanti di esseri umani e dai terroristi, che "inquinano" questi viaggi della speranza».
La soluzione «non sono certamente i muri, ma al contrario le risposte di umanità e accoglienza» rimarca la Comunità di Sant'Egidio, che negli ultimi mesi ha avviato concretamente l'opzione dei corridoi umanitari insieme alla Federazione delle Chiese Evangeliche e alla Tavola Valdese: 300 profughi siriani già arrivati dal Libano con regolari voli di linea (non sui barconi) e altre centinaia che giungeranno prossimamente.
Non solo "vie di mobilità" legali, ma anche la necessità di fermare i conflitti, dalla Libia alla Siria, al Sudan, «con un lavoro di diplomazia della pace ed estinguendo il commercio delle armi» viene ribadito dalle ong, a cominciare dal presidente di Focsiv Gianfranco Cattai. «Bisogna investire, per il diritto a rimanere sulla propria terra e a vivere con dignità delle popolazioni del Sud, in politiche volte alla cooperazione ed alle relazioni economiche giuste - continua Cattai - e in azioni che blocchino le fughe dei capitali nei paradisi offshore, le evasioni e le elusioni fiscali delle imprese, le speculazioni finanziarie, l'accaparramento e lo sfruttamento insostenibile di terre, acqua e risorse naturali, le privatizzazione dei bei comuni, che impoveriscono le popolazioni più vulnerabili spingendole a migrare».
E ancora, se i numeri sono quelli di un'emergenza umanitaria, una risposta compatta è quella che andrebbe data da parte dell'Unione europea e che ancora manca: «L'Italia continua a prodigarsi in una straordinaria azione di soccorso, ma l'accoglienza non può coinvolgere soltanto un esiguo numero di Paesi europei - ha ricordato la presidente della Camera Laura Boldrini -. C'è bisogno che tutti gli Stati dell'Unione condividano la propria quota di responsabilità, come condividono le risorse che dall'Ue arrivano. I morti di Lampedusa chiedono all'Europa di non dimenticare le proprie responsabilità».


[ Viviana Daloiso ]