Marzia, i vecchi e la poesia della fragilità

8 Dicembre 2017

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Marzia Bosco non parla, ma scrive lampi e tuoni di poesia. In realtà, sembra che abbia parlato fino alla prima media, poi ha smesso, forse per qualche trauma. Le hanno diagnosticato una forma di autismo, però alimenta in sé la più infuocata passione per la parola scritta. Ai Laboratori degli Artisti con disabilità cerca libri, giornali, riviste: legge e poi li maltratta, facendoli a pezzetti. (Giornalisti, scrittori e cultori del Logos dovrebbero inchinarsi e mettersi in ginocchio dinanzi a Marzia e ai vertiginosi suoi lacerti cartacei). Con sospetto tempismo e golosa opportunità elettorale i vecchi, o se si preferisce gli anziani, sembrano comunque tornati al centro dell'agenda italiana. Pensioni, promesse, cure dentistiche gratuite, rimborsi spese per il veterinario. Puntuale, Berlusconi se n'è riuscito con la solfa dell'allungamento della vita e ha lanciato l'ideona di un ministero per la Terza Età.
Neanche a farlo apposta, quest'anno il tema prescelto per la mostra degli artisti disabili della Comunità di 
Sant'Egidio era "La forza degli anni", sugli anziani, la storia, la sapienza,
la memoria, il valore della fragilità, l'importanza decisiva di riconoscerla in ciascuno per innescare processi di aiuto e virtuosa interdipendenza (a Palazzo Velli Expo, piazza S. Egidio 10 a Roma; dalle 10,30 alle 22, fino a domani).
Nella discussione preliminare si è posta la domanda: cosa pensate dell'istituto, delle case di riposo, in pratica dell'ospizio? In silenzio, Marzia ha risposto nel modo assoluto, ripetuto e potente che si vede qui sotto: «Non è giusto devono stare a
casa», «Fuori tutti», «nati fuori» - e sembra un sogno questa eventuale evasione benedetta dalla luce del giorno. Marianna Caprioletti ha ritratto una Venere e delle ninfe attempate; Marco Magliocchetti ha piazzato una chiave sotto una campana di vetro con spaghi e ceralacca «per chiudere ciò che chiude»; altri artisti si sono concentrati su anziani che hanno cambiato il mondo, da Mandela a Madre Teresa; altri ancora hanno immaginato città ragionevolmente intessute di fili di lana e solidarietà.
Fin troppo facile e persino inutile contrapporre il vigore lirico e la fantastica tenerezza di tali creazioni agli ulteriori prevedibili stimoli e all'ardua ruffianeria del mercato elettorale. Meglio, ancora una volta, la poesia di chi rispetto alla debolezza della vecchiaia si sente, come Fabio, "già allenato". Scrive Giorgina: «Io ci sto a diventare anche io anziana». Adriana: «Io penso che senza vecchiaia non c`è futuro/ se uno muore prima e non riesce a invecchiare/ si perde un sacco di cose belle». Senza anziani, secondo Hirseyo, «come in un mondo ipertecnologico/dove già i destini sono decisi/ per i vinti la morte/ per i vincitori la noia grande».


[ Filippo Ceccarelli ]