Nell'inferno delle prigioni "caverna". La sfida vinta da Sant'Egidio: l'acqua per i detenuti di quattro strutture

1 Agosto 2018

CarcereMalawi

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In Malawi le piaghe da decubito possono venire per come si dorme in prigione. L’uno ammassato all’altro, sdraiati su un fianco perché, pur per terra, non c’è posto per tutti. Ogni tanto una guardia urla un ordine e tutti devono voltarsi sull’altro lato. «Più che celle – spiega Paola Germano della Comunità di Sant’Egidio – sono caverne senza spazio, luce e aria. Le condizioni carcerarie sono molto critiche in Italia, ma diventano drammatiche in Malawi, uno dei paesi più poveri al mondo secondo l’Onu». Sant’Egidio – con oltre 10mila membri nel piccolo Stato africano – è presente in 15 carceri malawiane da 14 anni. Dietro le sbarre manca tutto: letti, cibo, medicine, coperte. Non c’è acqua per bere, per lavarsi, per cucinare e mantenere le condizioni igieniche minime. Per questo la Comunità ha costruito il sistema idrico di quattro prigioni: sabato 14 luglio c’è stata l’inaugurazione di 6 rubinetti, docce e gabinetti in quella di Mulanje, al confine con il Mozambico e alla falde della grande montagna che molti ritengono piena di spiriti. Grande festa anche tra le case intorno: l’acqua arriverà anche a loro. Un coro misto di detenuti e abitanti “oltre le sbarre” cantava: «Community, unity».

«Il primo nostro impegno – racconta Paola Germano – è visitare i carcerati, costruendo un rapporto di amicizia e ponti tra dentro e fuori. Conosciamo oltre 10mila detenuti». In Malawi e in altri Stati africani vi è un forte disinteresse per gli arrestati: «I casi – continua – vengono dimenticati e si invecchia dietro le sbarre. Con i nostri legal clinic ci occupiamo di persone di cui nessuno ricorda neanche le ragioni della carcerazione». Sono 3.500 quelle che Sant’Egidio ha liberato negli ultimi dodici mesi, compreso un anziano di 80 anni, detenuto con il nipote di 13: accusati di un furto mai dimostrato, erano reclusi da un decennio, magri scheletrici. «Si mangia – dice Germano – una specie di polenta solo una volta al giorno, per chi non ha parenti che portano del cibo la sopravvivenza è veramente dura». Spesso si finisce in carcere per anni per piccoli furti per mangiare o ragioni assurde: «Molti ragazzi di strada vengono arrestati perché non hanno la carta di identità, che è a pagamento». In Malawi non esiste un registro anagrafico statale, per questo il programma “Bravo!” di Sant’Egidio iscrive i bambini all’anagrafe.
Molti dei diecimila membri di Sant’Egidio sono giovani: «Da loro viene la speranza per cambiare un paese in cui tutte le infrastrutture si reggono su due generatori, la carestia è endemica e le inondazioni per problemi ambientali sono cicliche».

Intanto dalla collinetta di Mulanje due volte alla settimana si sentono canti religiosi. Dall’amicizia con i membri della Comunità che visitano i detenuti, infatti, è scaturita la richiesta di preghiera e di speranza: all’interno del carcere è nato un gruppo di Sant’Egidio, formato da un centinaio di prigionieri e da alcune guardie. Racconta Germano: «Aiutano i prigionieri più deboli, fanno la preghiera due volte alla settimana. Il Vangelo è per tutti».


[ Stefano Pasta ]