Gazzetta d'Alba

Riccardi: «Partiamo dagli ultimi»

22 Novembre 2018

Andrea Riccardi
Giovanni Paolo IIGiovani

I ragazzi soffrono una competizione continua: occorre rimetterli al centro

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Per l'ultimo appuntamento del Corso di formazione sociale curato dall'Ufficio della pastorale sociale e del lavoro della diocesi, dedicato quest'anno a san Giovanni Paolo II, è intervenuto, venerdì scorso, Andrea Riccardi. Nel 1968, appena diciottenne, ha fondato a Roma la comunità di Sant'Egidio, che da un primo nucleo di studenti si è diffusa in tutta Italia e in molti altri Paesi con iniziative in favore delle persone che vivono in condizioni di povertà ed emarginazione. Studioso dell'evoluzione della Chiesa e per anni docente di storia contemporanea, Riccardi è stato ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione nel Governo di Mario Monti. Considerato uno dei maggiori biografi di papa Wojtyla ha parlato del "Polacco europeo: vescovo, poeta e drammaturgo, filosofo e teologo. Linee per una storia tra due millenni".
Riccardi, perché Giovanni Paolo II ha lasciato un'impronta indelebile?
«Dal punto di vista storico, anche se la sua figura si collega a eventi ormai lontani nel tempo, come la Guerra fredda, l'Unione sovietica e in generale l'idea di un mondo più piccolo, Giovanni Paolo II è molto vicino alla realtà che viviamo: è il Papa del concilio Vaticano II, che è parte integrante del suo pontificato. Per quanto riguarda il suo rapporto con le persone, è stato Papa per 27 anni, ha viaggiato moltissimo e ha incontrato un'infinità di fedeli: sembrava eterno e per tutti è rimasto il Papa per eccellenza, soprattutto per i giovani adulti di oggi, che sono cresciuti con la sua immagine. Come uomo,
aveva un grande carisma ed era ricco di contraddizioni: intellettuale e allo stesso tempo uomo del popolo, severo sulla dottrina ma anche di ampie vedute, colpiva per la sua ricchezza umana. Non era autoritario, ma sapeva dirigere incoraggiando, senza mai condannare».
Quest'anno ricorrono i cinquant'anni della fondazione della comunità di Sant'Egidio, nata negli anni del massimo impegno civile da parte dei giovani: quanto i ragazzi di oggi sono diversi da quelli del '68?
«La comunità è nata negli anni della crisi, del movimento studentesco e delle grandi discussioni sulla politica. A un certo punto, in terza liceo, ci siamo posti una domanda: in tutto questo, dove sono i poveri? Così abbiamo iniziato a cercarli nei quartieri più emarginati di Roma e ci siamo trovati di fronte a una realtà allo sbando. In quel momento abbiamo realizzato che, se c'erano tante persone bisognose, qualcosa andava cambiato nel mondo e forse solo noi ragazzi potevamo farcela, non con l'ideologia ma con il Vangelo. Rispetto al '68, credo che i ragazzi di oggi siano schiacciati dagli adulti e in più soffrono le conseguenze di un clima di competizione continua. Proprio come gli anziani, sono una parte della società marginalizzata: oggi bisognerebbe rimetterli al centro, perché rappresentano una ricchezza».
Anche oggi non mancano le diseguaglianze nella nostra società: come arrivare a un cambiamento?
«Come cattolici e soprattutto come persone di buona volontà, dobbiamo riscoprire la volontà di metterci insieme e costruire una società diversa. Partendo dagli ultimi».


[ Francesca Pinaffo ]