Cartoni fuochi e solidarietà. Le lunghe notti dei clochard

20 Dicembre 2018

NapoliSenza fissa dimora

Sono 1559 quelli censiti, c'è un volontario ogni 2 senzatetto. Vivono tra Museo, Galleria Umberto, i portici di via Morelli e la Stazione

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Su uno dei gradini della Galleria Umberto, di fronte ai portici del teatro San Carlo, c'è una scatola di cartone sporca di maionese. Dentro, una decine di pizze. Fredde. Come i 4 gradi di questa notte.
Ore 23.17. Vito ha tra le mani il "Vangelo secondo Giovanni": il capo chino, è seduto su una coperta marrone, sotto la vetrina di una griffe. Da due mesi non ha più una casa. «Sto per strada - dice - ma fra poco qui c'è la festa al Plebiscito. Ma quando montano il palco?». È un uomo di 51 anni, originario di Pozzuoli, a cui nessuno può togliere il Capodanno in piazza. A pochi passi, in ginocchio su un giaciglio di lana multicolori, Diego, 27 anni, indossa una giacca bianca a righe: «Fino a un mese fa vivevo in un basso nelle
Case nuove, ma non ce l'ho più fatta con le spese. Sono solo, mio padre è morto e mia madre è in una casa di cura. Fino a 3-4 anni fa lavoravo nel tessile. Troppi cinesi a farci concorrenza e ho perso il lavoro. L'ho cercato al nord, ma niente. Per strada la notte è dura. I bar, come vedi, ci lasciano le pizzette».
Di fronte al Museo nazionale, sotto i portici della Galleria Principe, la solidarietà sforna latte e cornetti a ciclo continuo. In mezz'ora arrivano tre gruppi diversi di volontari, portano buste e vassoi con pasti caldi. «Qui si mangia sempre, cavolo», borbotta una donna col viso increspato dalle rughe sotto una frangetta rossa e un cappuccio nero: «Ma Napoli è una città pericolosa - si arrabbia - tante belle signore che si dicono parolacce tra loro. Mai vista gente così aggressiva. Non parliamo dei bambini, quei monelli, quante ce ne combinano».
Sono 1559 i senza tetto in città censiti dal Comune. Un'umanità che accende ogni notte il bel gesto di chi aiuta senza chiedere nulla in cambio.
Una rete di 50 gruppi che conta dagli 800 ai mille volontari, secondo i calcoli della comunità di Sant'Egidio. Significa che c'è un "angelo custode" ogni due clochard.
Numeri impressionanti, cresciuti negli ultimi anni, un coordinamento, riunioni ogni due mesi, turni e zone da coprire.
Perché nessuno deve essere lasciato solo. «Non mi chiedo perché lo faccio, certe cose si fanno e basta», spiega Nando Borrelli, artigiano orafo che parcheggia la Smart di fronte al Mann ed estrae dal cofano una
dozzina di bottiglie di latte.
«Vengo da Ponticelli - continua Borrelli - un quartiere difficile di suo. Per noi forse è più facile stendere la mano a chi sta peggio. Magari un ragazzo del Vomero, di Posillipo, a cui non manca niente nella vita, non immagina nemmeno che può esserci chi dorme su un letto di cartone. Mio padre viene tutti i venerdì sera, lui fa parte di una comunità cattolica di Calata Capodichino».
È un passaparola di parrocchie, associazioni, semplici cittadini. Pochi minuti e dalla penombra della Galleria Principe fa capolino un gruppetto di volontari della chiesa di Maria Santissima dell'Addolorata di Portici. «Vuole un caffè?», «Ha bisogno di qualcosa?». Karid, marocchino, è seduto accanto ad altri due extracomunitari: «È la prima volta che dormo qui, di solito vado alla Ferrovia, ma stasera non c'era posto. Non lavoro, sono a Napoli da quando avevo 19 anni e ora ne ho 36. Prima compravo a Napoli scarpe e borse e le rivendevo nelle città della provincia. Ma da 4 anni lavoro non c'è... Con mille euro me ne tornerei in Marocco». Sono almeno una quindicina le coperte, i cartoni, che fanno da letto ad altrettanti clochard in Galleria Principe.
Bottiglie di birra e avanzi di cibo ovunque. «Sto cercando una casa solo per me, ma ancora non è il mio tempo», racconta Nalin, 36 anni, originario dello Sri Lanka, da 12 anni a Napoli. «Faccio le pulizie in casa - racconta - Ho abitato con altre persone, ma non mi trovo bene. Sono un cristiano, ho fede: Dio mi farà vedere prima o poi la strada giusta. Mi trovo benissimo a Napoli. Non c'è lavoro, è vero. Ma io ho tutto, sono contento. Puoi avere soldi, cose, ma se non sei contento non hai niente. Nessuno ti può fare contento, lo sei dentro. Ora però basta, non ho più voglia di parlare».
Un pallone Super Santos sibila minaccioso accanto a una decina di cartoni sistemati a mo' di alcova nella Galleria Umberto: le partite di calcio convivono con il sonno dei senza tetto. Su 1559 clochard in città sono 1147 quelli che rientrano nei radar dell'istituzione: ricevono accoglienza, orientamento, accompagnamento sanitario. Tecnicamente, sono "presi in carico". I posti letto del dormitorio comunale però sono 120. A cui si aggiungono altri 350 posti del privato sociale: due nel quartiere Sanità - La Tenda e La Palma - e due delle suore di Calcutta tra Tribunali e Frullone. In totale sono meno di 400 posti letto.
«Bisogna potenziare la capacità di accoglienza notturna -ammette Laura Marmorale, assessore ai Diritti di cittadinanza Verificare se ci sono strutture disponibili. Ma se una persona ti dice che non si vuole muovere dalla strada, non possiamo certo trascinarlo con la forza. Per questo c'è anche tanto lavoro quotidiano fatto dalle unità di strada, tre operatori per turno divisi su tre turni».
Per Benedetta Ferone della comunità di Sant'Egidio «c'è bisogno dell'aiuto di tutti. Comunichiamo per telefono, segnaliamo le zone e le giornate che sono coperte, in modo da alternarsi. La cosa che diciamo è che magari è inutile andare tutti in uno stesso luogo, ma ha grande valore magari andare dove ci sono pochi senza tetto e non ci va nessuno. C'è un gruppo di Sant'Egidio per esempio che assiste una decina di senza dimora al Vomero».
La barra si alza, le auto escono dal mega parcheggio Morelli e sfrecciano sotto i portici accanto a vecchi e nuovi clochard. «Sono in Italia da 31 anni - racconta Taib, 75 anni - In Marocco facevo il segretario amministrativo al ministero dell'Interno. Ho perso il lavoro, mi sono separato e sono finito in strada. La mia ex moglie era una donna senza morale, il suo amore solo per il denaro. Napoli mi piace, ha una mentalità simile a Marrakech. Sono due città imperiali».
A piazza Garibaldi i senza dimora, quasi tutti stranieri, sono stesi lungo l'ingresso della metro. C'è chi dorme su una rete con tanto di materasso. Al centro della piazza arde un fuoco. Musa, giovane gambiano, indica la luna sopra la statua di Garibaldi e dice «quello è Dio», poi si gira verso il tabellone pubblicitario del Comune: «Questa è la tecnologia. Amico, non ho casa, lavoro. Dammi 5 euro».


[ Alessio Gemma ]