Firmato l'accordo di pace tra governo e gruppi armati

6 Febbraio 2019

PaceCentrafricaMario Giro

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La resistenza alla pace sembra essere terminata in Centrafrica. Dopo 10 giorni di trattative, a Khartum (Sudan), si è raggiunto un accordo tra il Governo ed i rappresentanti di 14 gruppi armati per l'immediato «cessate il fuoco». Almeno per il momento, si mette la parola fine ad una guerra dimenticata nel cuore dell'Africa che, dal 2012 ad oggi, è costata la vita a migliaia di persone ed ha costretto alla fuga oltre un milione di civili. Un successo rivendicato dall'Unione Africana, finalmente capace di imporre la sua autorevolezza, e dalle Nazioni Unite, la cui «Missione di Pace» è stata, però, macchiata dalle presunte violenze sessuali commesse da alcuni Caschi Blu nei confronti di minori. Grande merito va, invece, alla Comunità di Sant'Egidio che, per prima, a giugno 2017, era riuscita a far firmare a Roma un accordo di pace tra tutte le parti in causa.
Un conflitto infinito
Negli ultimi 8 anni si è combattuto un conflitto sporco, etichettato come etnico-religioso, dove cristiani e musulmani sono stati, ancora una volta, messi sul banco degli imputati come carnefici invece che vittime. Dietro allo scudo della fede, le milizie filomusulmane Seleka (che significa «Alleanza» in lingua locale) ed i ribelli Anti-Balaka, cristiani, hanno lottato per la gestione del territorio e dei minerali. Una guerra priva di solide ideologie che ha portato alla frammentazione degli schieramenti in un sottobosco di sigle in grado di spartirsi il vasto territorio.
Criminali comuni trasformati in «Signori della Guerra», capaci di autofinanziarsi con la vendita illegale di oro e diamanti estratti nel nord del Paese. Figure poliedriche in grado di trasformarsi dal giorno alla sera da uomini sanguinari a politici di lungo corso. Bisognerà capire se la promessa di cariche pubbliche e di una probabile amnistia che li salvi dalla Corte Penale Internazionale sono sufficienti a garantire stabilità e pace non solo nella capitale Bangui, ma soprattutto nelle regioni settentrionali.
Un altro scoglio da risolvere riguarda l'embargo sulle armi che, secondo 
Mario Giro, ex vice-ministro degli Esteri e mediatore di Sant'Egidio nel conflitto centrafricano, «verrà tolto progressivamente per ricostituire l'esercito nazionale». Forze armate che, come le forze di polizia, rappresentano un tassello delicato per la futura stabilità del Paese. «Tutti i gruppi etnici dovranno essere reinseriti all'interno dell'esercito» afferma Mauro Garofalo, responsabile delle Relazioni Internazionali di Sant'Egidio presente all'accordo di pace di Khartum. A sorpresa il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha accettato la richiesta della Russia di formare il nuovo esercito centrafricano.


[ Lorenzo Simoncelli ]