La società miope non vuol vedere l’avanzata della camorra

12 Aprile 2019

Napoli

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Un uomo viene ucciso mentre accompagna il nipotino a scuola tenendolo per mano. Viene investito da una raffica di colpi di arma da fuoco mentre il bambino resta miracolosamente illeso. Intorno ci sono gli altri alunni che stanno entrando in classe accompagnati dai loro genitori che restano esterrefatti e impietriti per poi fuggire e portare in salvo i loro figli. Questa scena di una gravità inaudita è avvenuta a Napoli nel quartiere di San Giovanni a Teduccio. Ebbene, di fronte a un fatto così drammatico e violento ci si sarebbe aspettata una grande reazione da parte della città. Ma dopo un accenno di indignazione sui social, qualche presenza di circostanza di qualche politico, resta solo qualche polemica. E niente più. Tutti sono rimasti chiusi nelle proprie case come se nulla fosse successo, come se l’agguato al rione Villa fosse un avvenimento estraneo al corpo della città. O forse si pensa che a Napoli non esiste una emergenza criminalità.
Gli abitanti del quartiere vivono tra rassegnazione e attesa. Assuefazione e sfiducia di fronte all’inerzia delle istituzioni, all’abbandono di questa periferia urbana, un tempo vivace zona produttiva piena di importanti fabbriche che davano lavoro a migliaia di persone. E poi c’è chi aspetta un segnale di cambiamento promesso, ma soprattutto le future mosse dei due clan rivali che si contrappongono. Dopo il braccio di ferro delle stese che rappresentavano una sfida e una prova di forza verso gli avversari, con l’omicidio di martedì si teme che scoppi la guerra.
Oggi a San Giovanni non ci sono più gli operai, né le sedi sindacali e di partito che fungevano da punti di aggregazione e di discussione.  Molte fabbriche sono dismesse e restano solo gli scheletri, edifici dall’aspetto spettrale a testimonianza della desertificazione industriale.E’ la camorra che fa campare tante famiglie con le attività illegali: lo spaccio della droga, il racket, i negozi commerciali aperti per riciclare denaro illecito, dove alcuni residenti lavorano come commessi.
Di fronte a questo vuoto le speranze degli abitanti di San Giovanni sono affidate alla Chiesa e alla scuola. I preti della zona si sono interrogati su cosa fare di fronte al degrado e alla violenza che si respira nel quartiere. Una esperienza collettiva dove non c’è un sacerdote leader, un “prete anticamorra”, ma è tutta la comunità sacerdotale che si muove assieme. I sacerdoti sono diventati gli interlocutori che danno voce alle attese della gente presso le istituzioni. Ma la risposta è sempre la stessa: mancano i soldi. Per pulire i giardini dall’incuria come per garantire qualche pattuglia di vigili urbani. E anche quando hanno chiesto che si facessero degli eventi culturali a costo zero all’interno dei circuiti già collaudati, per dare un po' di risalto a questa zona periferica, il responso è stato sempre negativo.
Dopo l’azione coraggiosa della preside della scuola dove è avvenuto l’agguato mortale, che nello scorso aprile organizzò una marcia per chiedere attenzione e sicurezza, non è successo più nulla. Gli alunni raccontano di finestre delle loro abitazioni andate in frantumi per i colpi di pistola, di proiettili conficcati nei balconi, di motorini che passano con gli occupanti che sparano all’impazzata. Questa denuncia rappresenta una domanda a cui non possiamo non dare una risposta. C’è una coscienza pubblica collettiva da ricostruire, un senso di giustizia che deve rappresentare un patrimonio comune, come ha sottolineato ieri Piero Sorrentino sulle pagine di questo giornale.  Non possiamo lasciare soli i preti, i docenti e gli abitanti della zona orientale. La città non può disinteressarsi di quello che avviene nella sua periferia. Né si possono invocare soluzioni taumaturgiche come cento poliziotti in più, l’esercito o altre cose di questo genere. Come ha giustamente detto il questore De Iesu oltre le divise c’è bisogno di un esercito di operatori sociali per cercare di sottrarre spazi alla devianza e alla criminalità.
Negli anni ’80 dopo l’omicidio di Mimmo Beneventano,  consigliere comunale di Ottaviano, fu organizzata nella cittadina vesuviana una grande marcia a cui parteciparono migliaia di persone, soprattutto studenti. Quell’evento rappresentò una grande presa di coscienza contro la camorra. A guidare il corteo c’erano don Riboldi, Luciano Lama e Antonio Bassolino. Un vescovo, il leader del più grande sindacato italiano e colui che sarebbe diventato sindaco di Napoli. Oggi la città attende nuovi interpreti che sappiano mobilitare e appassionare cittadini rassegnati e impauriti dalla violenza criminale.

 


[ Antonio Mattone ]