La solidarietà non va in vacanza

10 Agosto 2019

GreciaprofughiSolidarietà

Non ci sono stabilimenti con ombrelloni, né ristoranti vista mare o villaggi turistici. «Eppure si torna a casa con la voglia di ripartire subito», raccontano alcuni dei 150 volontari, quasi tutti romani, che hanno deciso di trascorrere le ferie estive all'insegna della solidarietà, nei campi profughi delle isole greche di Lesbo e Samo, dove arrivano ogni giorno centinaia di migranti

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Non ci sono stabilimenti con ombrelloni, né ristoranti vista mare o villaggi turistici con tutti i comfort. Si vive a contatto con persone che hanno viaggiato per anni alla ricerca di una vita migliore e che ora dormono in tendopoli sovraffollate, in cui mancano spesso anche i servizi essenziali. «Eppure si torna a casa con la voglia di ripartire subito», raccontano alcuni dei 150 volontari, quasi tutti romani, che hanno deciso di trascorrere le ferie estive all'insegna della solidarietà, nei campi profughi delle isole greche di Lesbo e Samo, dove, in questo periodo dell'anno, arrivano ogni giorno centinaia di migranti. La Comunità di Sant’Egidio, infatti, ha organizzato delle "vacanze alternative", che hanno l'obiettivo di cercare di riportare la speranza tra chi si trova in una sorta di limbo dopo essere fuggito da guerre, persecuzioni o condizioni di vita insostenibili. I volontari partono in gruppi di 25, accompagnati da alcuni mediatori culturali, e trascorrono dieci giorni nei campi profughi, svolgendo attività diverse. Ognuno secondo le proprie competenze. Dai corsi di inglese per gli adulti, alla cucina, fino ai laboratori per bambini e adolescenti. Che, a Lesbo, rappresentano un terzo dei quasi 9mila migranti. E poi ancora: gite per scoprire le bellezze delle isole greche e feste per allontanare la malinconia. Da Roma arrivano persone di tutte le età: dalle famiglie con figli, ai ragazzi di 16 anni che, alle vacanze al mare, preferiscono i campi profughi e portano con loro anche i compagni di classe. L'iniziativa proseguirà fino a fine agosto.


Gite e momenti di relax perché non vedessero solo gli hotspot
«Vogliamo dimostrare che esiste anche un'altra Europa oltre a quella delle porte chiuse. Basta poco per fare la differenza». Daniela Pompei, 60 anni, conosce bene la situazione in cui vivono i migranti a Samo e a Lesbo, dove ha scelto di trascorrere le sue "vacanze": «Abbiamo cercato di migliorare il più possibile la vita di queste persone, che sono costrette a restare negli hotspot anche per due anni. Tra loro ci sono bambini cardiopatici e anziani in carrozzina.
Abbiamo organizzato tavolate anche da 500 coperti, laboratori per i più piccoli e poi gite in pullman per visitare gli antichi monasteri o il museo di pittura dell'isola. Volevamo che i migranti vedessero qualcosa di diverso di Lesbo, oltre ai campi profughi in cui sono costretti a vivere». Tanto lavoro, ma anche qualche momento di relax: «Ci siamo organizzati in turni, in modo che ognuno di noi avesse un po` di tempo per andare in spiaggia».

"Quelle mamme con i bambini ai corsi di inglese"
«Ho visto bambini che giocavano nel fango, sotto il sole, e che dormivano in tende di plastica. È stato un colpo al cuore». Valeria Gutterez, 46 anni, insegnante di inglese alle scuole superiori, è rientrata da pochi giorni a Roma. Negli occhi ha ancora impressi i volti degli ospiti del campo di Moria, a Lesbo. «Ogni giorno leggiamo di migranti che vengono lasciati in mezzo al mare, in condizioni di estremo disagio - spiega - Per me era impensabile far finta che queste persone non esistessero e andarmene al mare a rilassarmi. Sentivo il bisogno di fare qualcosa, di riportare, nel mio piccolo, un po' di giustizia in quest'Europa spesso indifferente». Considerata la sua professione, per Valeria è stato naturale occuparsi della scuola di inglese curata dalla comunità di Sant'Egidio: «La speranza è che, una volta acquisita una certa padronanza della lingua, i migranti riescano a integrarsi meglio in Europa. I corsi sono destinati agli adulti, ma spesso a lezione venivano anche delle mamme con bambini di otto o nove anni, che insistevano per partecipare. E, ovviamente, non ho potuto dir loro di no». C'è una cosa, in particolare, che ha colpito Valeria nei giorni trascorsi a Moria: «La grande dignità delle persone. Quando organizzavamo cene e serate danzanti, si vestivano con cura, per essere eleganti. Spesso li guardavo e pensavo "Io, al posto loro, non ce l'avrei fatta"».

"Ogni giorno era come preparare il pranzo di Natale"
«Accoglienza, profumi, e piatti tipici. Era come organizzare il pranzo di Natale ogni giorno». Da impiegata di banca nella Capitale a cuoca nel campo profughi di Moria. Daniela Rampa, 54 anni, è riuscita a conciliare la sua passione per la cucina alla voglia di aiutare gli altri. «È facile parlare di immigrazione mentre si sta comodamente seduti sul divano di casa - spiega - Un altro conto è guardare negli occhi chi è arrivato alle porte dell'Europa con un bagaglio carico di sofferenze e abusi». Partita per Lesbo con il primo gruppo di volontari, Daniela si è occupata, insieme ad altri, di allestire la cucina: «Abbiamo messo in piedi il "Ristorante dell'amicizia", vicino ai campi e aperto dal lunedì al venerdì - racconta - Ho sempre creduto che, attraverso il cibo, fosse possibile trasmettere emozioni e lenire le sofferenze. Per questo abbiamo cercato di ricreare, a ogni pasto, l'atmosfera che si respira nelle tavole il 25 dicembre. Preparavamo acqua fresca aromatizzata con zenzero e menta per accogliere i nostri ospiti. E poi antipasti con la salsa tzatziki e piatti speziati come il pollo al curry. Abbiamo organizzato anche delle serate dedicate alla cucina italiana, con pasta al ragù e caponata di melanzane. E poi tante serate danzanti. Pensare di aver trasmesso, anche solo per un momento, un po' di serenità a quelle persone mi fa venir voglia di ripartire subito».


[ Giulia Argenti ]