Nuovi italiani: i numeri reali e le regole che ancora mancano

6 Novembre 2019

Immigrazione

Parlare di «invasione» è insensato, osteggiare l'inclusione è autolesionista

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Non si smette di parlare di "invasione", anche se la presenza straniera in Italia non aumenta. E da anni. La pubblicazione del nuovo Dossier Statistico Immigrazione del Centro studi e ricerche Idos lo conferma, fa giustizia delle fake news che circolano sul pianeta immigrazione, e chiarisce una volta di più, anche a chi stenta ad ascoltare e a capire, come l'impatto di una cultura della paura e della chiusura su un tema tanto complesso e delicato si riveli controproducente. La popolazione straniera regolare in Italia non è in espansione. È stabile, da sei anni a questa parte. Nel 2018 è cresciuta del 2,2%, fino a toccare quota 5.255.500 residenti, ovvero l'8,7% della popolazione totale, ma l'aumento annuale, 111.000 presenze, è dovuto principalmente ai 65.500 bambini nati da coppie straniere già inseritesi nel nostro tessuto sociale. Calano anche queste nascite comunque - ed è un problema per il nostro inverno demografico -, per il progressivo assimilarsi dell'orizzonte mentale e comportamentale delle famiglie dei nuovi residenti alle tendenze demografiche in atto tra gli italiani per tradizione. Quel che aumenta invece - per quanto è possibile calcolarlo - è il numero degli irregolari. Da una stima di 530.000 stranieri non in regola a inizio 2018 si passerebbe due anni più tardi a quella di 670.000 persone prive di documenti di soggiorno. È accaduto infatti, come era purtroppo prevedibile, che l'abolizione dei permessi per protezione umanitaria e la maggiore difficoltà di accedere ad altri status, conseguenza del primo decreto sicurezza del governo giallo-verde, hanno spinto ai margini della legalità, e dunque alla "invisibilità", un significativo numero di persone prima inserite in percorsi di inclusione. La "visibilità" di chi è in Italia dovrebbe starci più a cuore. Perché è indice di maggiore sicurezza; e premessa di ritorni economici importanti.

Sarebbe del resto il caso di allargare il discorso e riaprire il capitolo, necessario da affrontare benché impopolare, dei canali regolari di ingresso per i non comunitari che intendano lavorare stabilmente nel nostro Paese. Chiunque è a contatto con il mondo dell'assistenza domiciliare conosce bene la difficoltà di reperire personale in regola, e non è un mistero che una parte cospicua delle presenze irregolari stimate attualmente sia tra le badanti che aiutano genitori o nonni. Del resto, analoghe considerazioni potrebbero farsi per settori vitali della nostra economia. Il fatto è che sono anni, dal ravvedimento operoso promosso nel 2012 dall'allora ministro dell'Integrazione Andrea Riccardi, che non si fa un serio tentativo di emersione della manodopera straniera pur presente in Italia, preferendo una "politica dello struzzo" che forse ancora per un po' porterà voti, ma comporta anche l'allargarsi di un "nero" che fa male alle casse dello Stato e alla vivibilità del nostro vissuto quotidiano, in una logica di corto respiro, senza alcun vantaggio reale, né economico, né securitario. Se vogliamo ragionare di vantaggi, torniamo ai numeri. L'inserimento degli immigrati nel mondo del lavoro continua a essere estremamente positivo. Gli occupati sono 2.455.000 (il 10,6% del totale nazionale), le imprese 602.180 (il 9,9% del dato complessivo). Le mansioni svolte da stranieri sono in prevalenza di fascia medio-bassa, ma il numero crescente di chi prova a investire, creare posti di lavoro, sognare in grande, tra coloro che pure non sono nati in Italia, mostra un "piccolo popolo" di nuovi italiani che dovremmo ringraziare, e non allontanare; di cittadini (magari ancora senza cittadinanza formale) che investe sempre più su un maggiore benessere per sé e per tutto il Paese; di un vero e proprio valore aggiunto che dovrebbe far gioire ogni "tifoso" del Bel Paese. Un dossier statistico non è sempre di facile lettura. Certo non ha il potere di smontare immediatamente pregiudizi e associazioni d'idee figli di un provincialismo di vecchia data e di una strumentalizzazione più recente, alimentata dal confronto politico e dall'imperversare dei social. «A segnali di sempre più grande stabilizzazione e radicamento da parte della popolazione straniera in Italia, continuano a fare da contrappunto dinamiche e politiche di esclusione e discriminazione che disconoscono il carattere strutturale dell'immigrazione nella società italiana», scrive il dossier Idos. Ma i numeri sono lì e, alla lunga, più forti di ogni manipolazione. I luoghi comuni si rivelano per l'ennesima volta sganciati da ogni parvenza di realtà. Il Paese ha due grandi problemi: il calo demografico e gli squilibri della finanza pubblica. Non fosse per tante altre buone ragioni, e per evitare che il nostro vivere sociale precipiti nella conflittualità e nella disumanità, basterebbero i due temi di cui sopra a far riflettere su quanto sia miope una politica che non apre a un'immigrazione regolata, e per prima cosa a una regolarizzazione degli immigrati che già vivono e onestamente lavorano in Italia, anche in maniera nascosta.


[ Marco Impagliazzo ]