La marcia contro il razzismo modello di impegno civile

8 Novembre 2019

ShoahMemoriaGenova

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Hannah Arendt affermava che solo il bene ha profondità e può essere radicale, cioè che solo il bene costruisce davvero: forse è arrivato il momento di unirsi non solo attorno alle nostre paure o ai nostri rancori, ma attorno alla costruzione di nuovi spazi di solidarietà e di umanità.
La manifestazione di lunedì scorso, in cui si è ricordata la deportazione degli ebrei genovesi del novembre 1943, ha visto una partecipazione di popolo, con oltre quattromila persone che hanno sfilato per le vie della città.
Non c'erano solo la Comunità di Sant'Egidio, la Comunità Ebraica e il Centro culturale Primo Levi che da anni organizzano l'evento, ma quella sera, nel centro storico fino alla Sinagoga di via Bertora, si trovavano anche rappresentanti delle istituzioni di diverse parti politiche, giovani, adulti, anziani, italiani e "nuovi italiani", cristiani di diverse confessioni, musulmani, non credenti.
Una convergenza che fa riflettere: in un mondo come il nostro, che ci spinge a soddisfare i nostri bisogni – pure di tipo sociale e culturale –in particolarismi e nicchie individuali, è ancora possibile catalizzare l'interesse di molti, diversi tra loro, anche sulla memoria dell'antisemitismo di ieri e del razzismo che riemerge, purtroppo, anche ai nostri giorni.
La manifestazione di lunedì aveva una particolarità: è stato un evento reale. Cioè, le persone sono uscite di casa – spinte anche dalla preoccupazione per il crescere di muri, divisioni, disprezzo verso chi è percepito come diverso – e hanno scelto di incontrarsi, di camminare insieme.
È stato un modo di affermare che è possibile mobilitarsi non solo in contesti virtuali, esprimendo lo sdegno con un post su un social network, ma che, al contrario, proprio mentre l'odio sceglie di manifestarsi in modalità anonime e impersonali, ci si può ancora incontrare fisicamente, radunandosi per fare argine alla disumanizzazione e alla paura. Esiste ancora, ne siamo convinti, uno spazio in cui aprire piattaforme di dialogo tra settori differenti della società, in cui parlare e confrontarsi.
La sfida, quindi, è quella di dimettere la postura dell'individualismo, questo nostro ossessivo pensarci da soli, che sembra libertà, ma riflette il rarefarsi delle relazioni e, alla fine, una profonda fragilità individuale e sociale. Certo, non è facile e non è scontato.
Attrarre persone diverse, radunare, aprire spazi di confronto è complesso ed è un movimento controcorrente.
Eppure la folla che si è raccolta per dire no all'antisemitismo e al razzismo dice che la nostra società, più di ogni altra cosa, ha bisogno di soggetti che maturino una nuova ambizione, quella della mobilitazione. Non è sufficiente inseguire il consenso o adeguarsi alle richieste del mercato.
Cioè, non basta attrarre la gente proponendo ciò che sembra "popolare" (anche perché questo rischia di avviare processi pericolosi e non controllabili), ma bisogna assumersi la responsabilità di attivare le risorse di umanità e solidarietà delle persone, di chiamarle a raccolta, di trovare una nuova spinta unitiva attorno ai valori che risiedono nelle corde profonde della maggior parte dei nostri concittadini.
Trovare spazi di mobilitazione "meticci", in cui mescolare gente diversa, in cui incontrarsi su temi che uniscono è un ottimo esercizio (ce lo insegnano anche i "Fridays for future") soprattutto in un mondo complesso in cui i problemi richiedono sempre più un impegno trasversale alla società e alle generazioni.
Le differenze non sono un ostacolo, ma al contrario possono essere fonte di ispirazione perché stimolano sensibilità nuove.
Scegliere di camminare insieme, fianco a fianco, anche con chi non condivide appieno le nostre idee e la nostra sensibilità, aiuta a comprendere le domande che il nostro mondo pone.
Ci insegna a scoprire che si può avanzare non solo sintonizzandoci sul proprio passo ma anche seguendo il ritmo dell'altro.
Aiuta a far cadere tante tensioni che imprigionano la nostra società, che alimentano odio e incomprensione, e a scoprire che lo spazio del possibile è spesso più largo di quello che siamo portati a credere. 


[ Andrea Chiappori ]