La ritorsione mascherata. Non il patibolo, ma una vera giustizia

30 Novembre 2019

Marco ImpagliazzoPena di Morte

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Il mondo contemporaneo è complesso, richiede capacità di leggere le diversità degli eventi e di coglierne la profondità. Ma tale possibilità non è di tutti e non è offerta a tutti. Per questo spesso, oggi, cultura e politica divorziano: quest'ultima ama spesso le semplificazioni gridate. Così si stimolano le passioni, si guidano le reazioni, ma non si aiuta a comprendere. Un mondo fatto di passioni e di emozioni riguarda infatti tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche la giustizia, la sicurezza e le pene. Da alcuni anni le percezioni sulla giustizia sono attraversate da ondate emozionali: processi spettacolarizzati, morbosità sui dettagli di cui la stampa è piena, magistrati o avvocati come star televisive, dibattiti accesi sulle sentenze. Il bisogno di sicurezza appare come la nuova medicina davanti allo spaesamento e alla paura.

Anche il dibattito sulla pena di morte soffre di tali eccessi, e qualcuno prova a rievocarla. Sicuramente non appare più così scandalosa come solo qualche anno fa. È per questo che occorre invece insistere sul cammino che ha portato negli ultimi anni, progressivamente, all'eliminazione della pena capitale in tanti Paesi, con successi evidenti soprattutto in Africa. È il motivo del XII Congresso internazionale dei ministri della Giustizia, che si è svolto alla Camera, con la partecipazione di rappresentanti di 22 nazioni, e questa sera, con la manifestazione davanti al Colosseo in collegamento con oltre duemila "Città per la Vita" nel mondo. La cultura di morte rischia di allargarsi: terrorismo, guerre che non sembrano avere fine, reti criminali globali, narcotraffico. Sono eventi e fenomeni che determinano condanne a morte non ufficiali (extragiudiziali), ma comunemente sempre più accettate. Ormai gli Stati non sono più gli unici attori ad avere il monopolio della violenza. Lo sono anche gli universi culturali e religiosi. È questo il nocciolo della crisi dell'islam, come nel caso del terrorismo di sedicente matrice musulmana, specie dopo l'11 settembre 2001. Quegli attentati furono presentati da Benladen come una ritorsione legittima, una condanna a morte per reciprocità: se noi soffriamo, perché voi no? Così siamo pari: un ragionamento che nasconde un'idea di retribuzione, esattamente ciò che sostengono i fautori del mantenimento della pena capitale. La pena capitale rappresenta la sintesi della disumanizzazione a cui opporsi: è una pena irreversibile, viene data dai poteri pubblici che dovrebbero difendere la vita, assomiglia a una vendetta, si basa sulla reciprocità con il male, lancia alla società un potente messaggio di legittimità della ritorsione.

L'eccesso di semplificazione dei problemi può far crescere il sostegno ad una risposta brutale e definitiva come la pena di morte. Al contrario, quando le questioni vengono presentate nella loro complessità, e nel loro inevitabile risvolto umano, il sostegno a misure drastiche come la pena capitale diventa molto più sfumato. E questo anche in Paesi mantenitori della pena di morte. Numerosi studi dimostrano che quando le persone sono informate della possibilità che la giustizia condanni ed esegua un innocente, della discriminazione che tale pena comporta a danno dei poveri e dei più deboli e dell'esempio positivo di Paesi che hanno abolito, il sostegno alla pena capitale si riduce. Vale ancora quanto detto nel 1972 da un giudice in occasione della sospensione della pena capitale negli Stati Uniti: se sufficientemente informato, «il cittadino medio riconoscerebbe che la pena di morte è irragionevole, immorale e quindi incostituzionale». L'opinione pubblica è malleabile e anche quello che sembra un attaccamento alla pena capitale può sgretolarsi facilmente: lo dimostrano la rapida caduta del sostegno alla pena di morte nei Paesi che hanno abolito e sondaggi in alcuni Paesi mantenitori (dal Giappone allo Zimbabwe) che rivelano la disponibilità ad accettare una politica più mite quando questa è scelta dal governo.
E allora perché insistere, avere ancora fede nell'umanità, nella sua capacità di mobilitarsi di fronte alle ingiustizie, come quella rappresentata dalla pena di morte? Perché il contagio del bene si comunica facendolo vedere, mostrandolo. Bisogna insistere: alla fine ci sarà una vittoria della cultura della vita. E' questa la forza dei tanti che nel mondo si battono contro la pena capitale. Già ora si vede come potrà essere un mondo più umano domani perché senza pena di morte.


[ Marco Impagliazzo ]