Speranza d'Africa: i sogni di pace nella testimonianza dei vescovi a un convegno della Comunità di Sant`Egidio

2 Febbraio 2020

AfricaChiesa

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La Chiesa ha una grande responsabilità in Africa, quella di chiamare all'unità e alla pace un mondo attraversato da troppi conflitti, malato di nazionalismo e di etnicismo. I cristiani hanno un grande talento da spendere, ma occorre che vincano rassegnazione e paura, accogliendo l'invito di Papa Francesco a vivere "in uscita".

È attorno a questi temi che si è svolta la prima giornata del convegno, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio, «La Chiesa: un popolo tra le nazioni», che vede raccolti a Roma, fino a oggi sabato 1 febbraio, numerosi vescovi africani di diversi paesi.

Aprendo l'incontro, Andrea Riccardi ha disegnato la geografia di quel "cambiamento d'epoca", evocato di recente dal Papa, che chiede alla Chiesa e a tutte le diocesi di «non guardare solo al proprio piccolo campo» ma a quello più vasto di un mondo segnato da troppe divisioni. È il frutto - secondo lo storico e fondatore della Comunità di Sant'Egidio - di «una globalizzazione che ha saputo unificare l'economia e la finanza ma in cui molte forme di unione sono, al contrario, entrate in crisi o indebolite», da quella europea all'Onu, solo per fare due esempi che riguardano la comunità internazionale. Una divisione che è figlia del male e che ha portato a tanti, dolorosi conflitti e al terrorismo, fino a disegnare quella terza guerra mondiale "a pezzi" di cui parla Francesco e che tocca dolorosamente anche l'Africa. Basta pensare a paesi come la Repubblica Democratica del Congo o a quelli della fascia saheliana, colpiti in modo drammatico da continui attentati, come il Burkina Faso, il Niger o la Nigeria. In questo scenario la Chiesa «parla di pace fino allo sfinimento» perché - osserva ancora Riccardi «Gesù è venuto a realizzare l'unità tra gli uomini e le donne e a comporre l'unità dei popoli». Chiamati a operare «il miracolo delle guarigioni dalle divisioni», i cristiani devono mettere in guardia anche da un nazionalismo che si nutre di vittimismo e che è diverso dall'amore per la propria patria: «La mia casa non può mai diventare una fortezza contro le altre case».

Oggi la Chiesa è quindi "un popolo tra le nazioni", chiamata a vivere questa grande forza di unità e di amore. In tal senso, il vescovo si interessa non solo dei cattolici che abitano il suo territorio «perché porta il titolo di tutta la città o regione che gli è stata affidata». Occorre «non accontentarsi dei propri fedeli ma vivere la Chiesa in uscita non nascondendo sotto terra il talento che ci è stato affidato ma spendendolo per tutti». Una preoccupazione materna che «fa paura al potere del male», come testimoniano tanti cristiani uccisi anche se (o proprio perché) non fanno nulla di male, martiri del nostro tempo in Africa, come monsignor Jean-Marie Benoît Balla, vescovo di Bafia, in Camerun, assassinato misteriosamente nella notte fra il 30 e il 31 maggio 2017, o i religiosi sequestrati, come padre Pier Luigi Maccalli in Niger.

Un altro lavoro di unità a cui è chiamata la Chiesa in Africa è il dialogo con le altre religioni, in particolare l'islam, secondo lo "spirito di Assisi" e lo storico "Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune", firmato da Papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb.

Il dibattito assembleare ha registrato non solo commenti, ma anche testimonianze toccanti che riguardano da vicino la vita, le difficoltà, ma anche le speranze dei vescovi in terra africana. Come quella di monsignor Matthew Man-oso Ndagoso, arcivescovo di Kaduna, in Nigeria: «Sono trentacinque anni che la mia diocesi è l'epicentro di conflitti etnici, religiosi e politici. Ci sono tanti giovani che hanno visto uccidere i loro genitori e si sono assuefatti al clima di guerra. Eppure siamo condannati al dialogo. Vi rinunciamo troppo spesso ma non vedo altre soluzioni per uscire dalla violenza, in una parte del paese in cui convivono diverse religioni e risiedono tanti musulmani».

Anche monsignor Joachim Hermenegilde Ouédraogo, vescovo di Koudougou, in Burkina Faso, parla di «violenza che non si sa come affrontare», ma anche delle energie di pace che possono spendere i cristiani: «Il clima è pesante, tanto che sono sorte milizie che intendono farsi giustizia da sé. Dobbiamo credere di più alla forza della preghiera e costruire una rete di pace. Il programma "Bravo" per la registrazione anagrafica è un esempio di come si possono salvare molti giovani che non avrebbero oggi un`identità».

Monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu, in Uganda, ha ricordato l'importanza del recente accordo di pace per il Sud Sudan, firmato a Roma nella sede della Comunità di Sant'Egidio, «perché ridà speranza a tutta la regione e mostra come i cristiani, a partire dai vescovi, debbano sentire compassione per tutti».

Anche Jean Mbarga e Samuel Kleda, arcivescovi rispettivamente di Yaoundé e Douala, in Camerun, hanno parlato della necessità di «appropriarsi del talento del dialogo» ma anche del bisogno di vivere il "radicalismo evangelico" di cui parla Papa Francesco, «missione profetica a cui non si può rinunciare».


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