Il gesto del Papa che rema con noi nella resistenza contro il male

4 Aprile 2020

Andrea RiccardiPapa Francesco
Settimana Santacoronavirus

Papa Francesco è entrato ieri sera con il Tg1 nelle case degli italiani: «Se lo permettete, vorrei conversare con voi per qualche istante...». Ha parlato della pandemia, finendo con accenti alla Giovanni XXIII: «Fate un gesto di tenerezza verso chi soffre, verso i bambini, verso gli anziani. Dite loro che il Papa è vicino e prega...».

Condividi su


Il messaggio arriva in una Settimana Santa senza liturgie di popolo: mai accaduto nella storia del cristianesimo italiano. C'è spaesamento. Francesco ha ribadito che, pur in una Pasqua anomala, «la vita ha vinto la morte». Agli italiani inquieti sul futuro, ha parlato della speranza «di un tempo migliore, in cui essere migliori noi, finalmente liberati dal male e da questa pandemia». È un altro passo del Papa che, in tempo di Covid-19, ha preso in mano il dialogo Urbi et Orbi, iniziato solitario al crocifisso «miracoloso» di San Marcello (era la peste di Roma del 1522).
La Chiesa, da secoli, affronta le epidemie, guidando il popolo alla resistenza. Il popolo oggi non si può radunare. Qui l'imbarazzo. Francesco, il 27 marzo, ha parlato il linguaggio dell'«isolamento» (rompendolo) in una piazza San Pietro vuota. Solo e fragile, quasi lottando nella preghiera. Si è connesso ai predecessori nelle crisi italiane: Pio XII a San Lorenzo bombardato nel 1943; Paolo VI, malato, a San Giovanni dopo l'uccisione di Aldo Moro nel 1978; Giovanni Paolo II con la «Grande Preghiera per l'Italia» del 1994, di fronte alle minacce secessioniste. Il linguaggio religioso non è estemporaneo o opportunista, ma ha una storia e si misura con la storia di oggi.
Lo sbandamento della leadership cattolica (con varie eccezioni) nelle prime settimane dell'epidemia si spiega con la fatica a leggere la Storia. Si è finiti un po' appiattiti sulle direttive statali sulla gestione di chiese e culto. In realtà motivazioni ed esperienze spirituali hanno un effetto positivo nella resistenza al male. Peraltro, la porta aperta di una chiesa questo significa, anche se dentro ci sono solo poveri e qualcuno in silenzio. Lo sbandamento è di tutti gli italiani innanzi a una novità assoluta e globale. Francesco si è sintonizzato con prontezza. Lo mostrano gli ascolti del 27 marzo (diciassette milioni in Italia e 180 reti nel mondo).
Ha detto qualcosa che molti sentono: «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme...». Si è posto nel solco di un antico sentire italiano, che ha visto papi e vescovi in mezzo alla «barca». Un giorno del lontano marzo 1944, a Roma in mano tedesca, Pio XII radunò la gente in piazza San Pietro nel più grande meeting libero nell'Europa nazista: «La somma dei vostri affanni è tutta nostra», disse. In quegli anni, Benedetto Croce pubblicò un piccolo libro tutt'altro che confessionale, Perché non possiamo non dirci «cristiani», mal accolto dai cattolici. Indicava nel cristianesimo il fondamento della civiltà, scossa dalle barbarie. Tanto che egli, poco dopo, prese a parlare dell'«Anticristo che è in noi»: «opposto al Cristo», «distruttore del mondo, godente della distruzione». Per lui, bisognava tornare alla pietas e all'humanitas della nostra civiltà. Tempi lontani, non del tutto diversi.
Nella crisi, affiora un sentire «italiano», umanistico, sensibile alla persona, segnato da una pietas cristiana (espressa nel coraggio di tanti, professionisti o volontari, che rischiano per gli altri). Forse siamo al tramonto della politica gridata e delle certezze prepotenti. Un orgoglio, che rasenta la stupidità: «Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato», ha detto il Papa. In questa consapevolezza c'è il principio di pensieri costruttivi e di un'alleanza per un futuro.


[ Andrea Riccardi ]