Coronavirus, Vincenzo Paglia: «Ci salveremo con la solidarietà»

26 Aprile 2020

Vincenzo Pagliacoronavirus
Covid-19

L’arcivescovo presidente della Pontificia Accademia per la vita: «Ripartiamo dai legami umani». Esce per Piemme il suo ebook «Pandemia e fraternità»

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È appena uscito il saggio dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, Pandemia e fraternità. La forza dei legami umani riapre il futuro, (Piemme-Molecole). Intende aprire una discussione etica e culturale sulle prospettive della «ripartenza»: come perno, una recente Nota-documento della stessa Accademia.

Lei scrive: «L’emergenza suscitata dal Covid-19 si sconfigge anzitutto con gli anticorpi della solidarietà. Viviamo in tempi in cui nessun governo, nessuna società, nessun tipo di comunità scientifica deve considerarsi autoreferenziale». Non è una visione troppo ottimistica? Non pensa che, finita l’emergenza, si tornerà al «mondo di prima»?

«Non lo penso. La tentazione di esorcizzare la paura ritornando semplicemente ai riti della spensieratezza precedente, buttandoci tutto dietro le spalle, ci sarà, è comprensibile. Ma anche la spensieratezza sarà diversa: è inevitabile. Lo shock è stato forte. Pensavamo, tutti, di essere sempre più sani e più belli, sempre più invulnerabili e tonici, padroni del mondo grazie alla scienza e alla tecnologia. Solo perché mettevamo i malati e i morti, i deboli e i vulnerabili, in una quarantena invisibile, tenendoli fuori dalla rappresentazione della vita che gode semplicemente sé stessa. Ora tutti sono costretti a tenere fuori tutti: e ci ricordiamo improvvisamente di essere mortali, solo perché respiriamo. Non ci siamo presi cura della nostra tenera vulnerabilità condivisa, e ora ci viene imposto di viverla nell’abbandono: per aiutarci, siamo costretti a separarci. L’individualismo che abbiamo coltivato, ritorna come punizione: stai da solo se vuoi vivere. Ma da soli si muore. E male anche. Dopo l’emergenza non potremo evitare di affezionarci a una convivenza umana che apprezza di nuovo la bellezza della cura per la comunità, ad ogni costo».

Lei annuncia un «congedo da uno stile individualistico, inospitale e anaffettivo, dei nostri stessi legami economici, politici ed istituzionali». Ma come si può coniugare con le leggi del mercato, dove i sentimenti spesso non sono contemplati?
«Il nostro problema non sono le leggi del mercato ma il mercato delle leggi. Le famose regole della convivenza che una società si dà da sé sono sempre più merci, che si adattano ai soggetti economicamente più forti ed escludono quelli economicamente più deboli. Questa pressione invade ormai largamente anche le sfere vitali più sensibili al valore e alla ricchezza delle qualità propriamente umane: la famiglia, l’educazione, la scuola, la cultura, l’arte. E aggiungo un paradosso: l’indicatore più sensibile per la misura delle qualità spirituali di una civiltà è proprio la sanità, il luogo in cui la qualità spirituale della cura reciproca, di cui una comunità vive, è alla prova della sua verità. Lo stiamo vedendo a occhio nudo, in modo commovente e al tempo stesso drammatico, in questa tragica emergenza».

La malattia, lei scrive, è una delle dimensioni che ci accomuna tutti. Le cronache delle morti da Covid-19 lo dimostrano. La malattia è diventata più di prima un elemento della nostra vita quotidiana?
«La malattia e la vulnerabilità fanno parte della vita, della nostra esistenza, della condizione di essere “mortali”. Dobbiamo invece mettere in campo risorse per assicurare modelli di assistenza “umani”, che sostengano la dignità delle persone. Abbiamo messo ai margini anziani e poveri. Ci sentiamo meglio per questo? Abbiamo risparmiato denaro e risorse? Non credo, anzi sono sicuro di no. Noi siamo la società dello “spreco” che si comporta con gli “scarti” come con gli imballaggi di plastica: li gettiamo in mare. La mia domanda è: per uscire dalla malinconia strisciante del nostro delirio di onnipotenza frustrato, che ora diventa angoscia collettiva, esiste un modo più emozionante di uno stile sociale che punta tutte le risorse della comunità sulla scuola condivisa, sul lavoro condiviso, sulla cura condivisa a chilometro zero? La potenza economica globale non dovrebbe dare proprio lì e non in Borsa la prova più credibile delle sue promesse (che noi finanziamo)?».

Lei parla di un «mutamento dell’interconnessione in solidarietà». Pensa che resisterà alla progressiva fine dell’emergenza?
«Alla fine resterà in piedi un solo grande tema: la fraternità universale. Siamo interconnessi. Siamo fratelli e sorelle. Non è solo biologia: la razza umana. È la sostanza della biologia. Da me dipendono gli altri e viceversa. È la lezione di questi giorni. Come cittadini facciamo la nostra parte e la stiamo facendo. Poi i politici facciano la loro per disegnare società veramente solidali e perché ci siano opportunità di sviluppo economico, sociale, culturale per tutti. E gli scienziati non cedano al sovranismo, alla pressione della politica o del mercato, mettendosi loro stessi sul piedistallo dell’unica verità per questo tempo. Bruciare incenso e adorazione alla statua dell’imperatore, chiunque sia, non è mai una buona pratica».


Anche nella Nota della Pontificia Accademia torna spesso il concetto di «ecologia integrale» caro a Papa Francesco. Quindi non solo la salvaguardia dell’ecosistema…

«Prendersi cura è la “nuova frontiera” della Chiesa di domani. E nel “prendersi cura” non ci sono solo gli altri ma c’è anche l’ambiente e l’habitat. La natura, la città, la società umana devono convivere più felicemente, all’altezza delle odierne trasformazioni. Non ha ancora incominciato seriamente ad accadere. Il mondo non va abitato invano, consumandolo spensieratamente. E va consegnato migliore alle generazioni che vengono: l’indifferenza etica per la trasmissione della vita, in cui si sta insediando la nostra cultura secolare, è la nostra vergogna epocale. La testimonianza della fede non è guidata dall’interesse a compiacere una ideologia ecologistica o un comunitarismo di maniera. La voce del Papa non deve essere equivocata, su questo punto. La fede cristiana è chiamata in modo speciale a sostenere la bellezza del legame fra le generazioni, presidio affettivo di amicizia sociale e di fraternità civile. La trasmissione della vita dello spirito e l’iniziazione alla sua misteriosa promessa è il comandamento “Zero” della creazione, che precede ogni altro».

Il libro, la collana e l’autore
Il saggio di monsignor Vincenzo Paglia, Pandemia e fraternità. La foza dei legami umani riapre il futuro, è pubblicato da Piemme (pp. 68, euro 2,99). Il testo fa parte della serie di instant book Molecole, realizzata da Piemme, una collana di ebook di autori diversi che da vari punti di vista riflettono su temi legati all’emergenza Covid-19, in vendita a 2,99 euro. Vincenzo Paglia (1945), arcivescovo, già vescovo di Terni, è presidente della Pontificia Accademia per la vita e consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio, nell’ambito della quale è impegnato nell’associazione «Uomini e religioni» che organizza incontri ecumenici e interreligiosi. È autore di saggi di carattere religioso e sociale.

Articolo del Corriere della Sera
 


[ Paolo Conti ]