I turisti dell’umanità. C'è un'altra Italia in vacanza. Quella nel campo di Moria, Lesbo

15 Agosto 2020

Rifugiati#santegidiosummerLesbos

Studenti: professionisti. famiglie. Che hanno deciso di usare le loro ferie per portare divertimento e svago ai profughi. E sono felici così

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È così. C'è un'Italia che ostinatamente non vuole dare retta a Salvini, Meloni e simili. Un'Italia che dopo aver sofferto i mesi del lockdown, dopo aver attraversato dolori e perdite, decide di usare le proprie ferie per andare a Lesbo, al campo profughi di Moira. E stare qui, dove la situazione sanitaria era già precaria prima del Covid-19, in un campo creato per ospitare 2.800 persone ma oggi ce ne sono 15 mila e novecento. Migranti bloccati in attesa che la loro richiesta di asilo sia valutata. Tra detriti, topi, mosche e ruscelli di escrementi che circondano le tendopoli del campo. Dentro la "prigione dei bambini" in fuga dalle guerre, la Comunità di Sant'Egidio ha deciso di organizzare quella che chiama «vacanza alternativa» per dare un sollievo ai profughi bloccati sull'isola. Entro fine mese si stima arriveranno circa trecento volontari da tutta Europa, moltissimi gli italiani: insegnano lingue, organizzano cene, giocano con i minori non accompagnati, portano una luce di speranza ai richiedenti asilo oppure in attesa di ricollocamento. Lo fanno gratis, è ovvio. Lo fanno perché non c'è bisogno di parlare in certi momenti, c'è bisogno di fare, allontanarsi dallo schermo, di «spegnere i social e andare nel mondo reale», come spiega la responsabile del settore migranti della Comunità di Sant'Egidio, Daniela Pompei: «È una missione composta da diversi paesi europei che si alternano, un'esperienza che vuole dare voce a un'Europa un'alternativa portata avanti non solo da italiani ma anche da polacchi, ungheresi, cechi, spagnoli, francesi, tedeschi...». Giovani, adulti, nuclei familiari interi composti da marito, figli, nipoti,  dedicano la loro estate a turni (stancanti) per aiutare gli altri. Si svegliano la mattina presto e poi vanno a regalare un sorriso a chi ne ha bisogno: «E aiutare gli altri ti restituisce un senso diverso della vita...», aggiunge Pompei. È un sentimento trasversale questo bisogno di ritrovarsi qui dopo i mesi del lockdown e tendere una mano agli altri: attraversa diverse generazioni, dai più giovani agli anziani. Come racconta Francesco, 17 anni, studente del liceo classico, arrivato a Lesbo con i genitori: «Non è proprio volontariato», spiega, «la vedo più come un'esperienza che mi aiuta a empatizzare con la gente. Un modo di "vedere oltre"». E poi: «Ho fatto amicizie, ho conosciuto storie terribili e altre che arrivano quasi a un lieto fine. Dico "quasi" perché il lieto fine è arrivare in un posto veramente sicuro, qui continuano a rischiare la vita». Fare un'immersione dentro la realtà «puzza», aggiunge Francesco. «Entrare in un campo è una cosa totalmente diversa dal guardarlo in tivù. C'è la disperazione, c'è la gente ammassata e vestita di stracci. Poi ci sono questi ruscelli di feci che attraversano le tende dove vivono queste persone. Gente che prima non "vedevo" veramente, adesso sì. C'è una storia dietro ognuno di loro, adesso posso ascoltarle. Tristezza, disperazione, a volte odio. Ma anche bisogno di salvezza».
Francesco, come altri, qui sente che sta cambiando: «Questo viaggio non era programmato, ma quando in casa se n'è parlato ho pensato che forse era una buona idea per staccarmi dalla vita quotidiana. Sai cosa? Negli ultimi tempi avevo pensato troppo ai miei problemi, a me stesso. E invece guarda, c'è un mondo fuori con problemi seri e reali. lo ho capito solo adesso che siamo parte di una comunità. Che siamo tutti dentro la stessa situazione. E che dividerci non ha senso». Insieme ad altri volontari, Francesco ha aiutato a risistemare un frantoio decadente vicino al campo. Lo hanno trasformato in un ristorante (si chiama "Il ristorante della solidarietà"): tavoli, tovaglie, una cucina. Poi Francesco ha iniziato a servire ai tavoli e a compilare le schede con il profilo delle persone che arrivano per cenare. Le regole sono quelle del distanziamento sociale applicate in tutta Europa: un metro e mezzo di distanza tra i tavoli, mascherine, gel igienizzante all'ingresso: «Diamo la possibilità alle persone di sedersi intorno a un tavolo. Buon cibo. Sorrisi. Restituisce un po' di umanità». Circa 350 persone - per lo più famiglie con bambini molto piccoli provenienti dall’Afghanistan, dall'Iran, dalla Siria - hanno ricevuto il permesso di uscire dal campo profughi di Moria per partecipare a queste cene. Ed è una festa, sempre. Di giorno invece Francesco va alla "scuola della pace": un campo di calcio pieno di bambini, «circa 400», che studiano, giocano, cantano in coro accompagnati dal suono della sua chitarra: «Sembra una piccola cosa ma è davvero speciale: questi ragazzini prima del nostro arrivo non facevano nulla. Vivono quella noia che uccide un po' l'infanzia. Tí fa diventare grande subito, questo non fare nulla. Ti ammazza la gioia. Guardo le facce dei miei coetanei e li vedo: sembrano più adulti di me, più vecchi». E aggiunge: «Sai, prima di venire qui avevo letto "Se questo è un uomo" e molte cose di questo campo mi hanno ricordato un lager. Penso sia un po' il nostro Olocausto. Ma non lo vediamo. È l'Olocausto di un'Europa che non riesce neanche ad accogliere 15 mila persone. Non vede, non ascolta, non empatizza. Non è la mia Europa. Questo è un inferno. Come si fa a non capire che siamo tutti responsabili?».

Responsabilità, solidarietà, empatia, ascolto, consapevolezza sono le parole d'ordine di questi turisti dell'umanità. Parole che maneggiano con cura per spiegare il processo che li ha spinti ad arrivare qui: «Ho camminato per giorni dentro queste strade ed è l'inferno», racconta Antonella, ingegnere gestionale romana di 28 anni, «ma non potevo fare altrimenti. Durante il lockdown ho sentito davvero il bisogno di riconnettermi con il mondo. Ho sempre pensato, in quei mesi: e se una cosa del genere fosse arrivata in un posto come Lesbo? Eccomi qui, a distanza di tempo: preparo i pasti per centinaia di persone, distribuisco gli alimenti. Sono arrivata la mattina di lunedì, ho lasciato la valigia in albergo e siamo andati ad allestire la cucina». L'incontro che le cambia la «prospettiva di vita», dice, è stato quello con il sorriso di Amir, un bambino afghano di dieci anni: «Dopo essere venuto alla Scuola della pace mi ha scritto un biglietto: era un invito nella tenda dove vive insieme ai genitori. C'era scritto come raggiungerlo e tra parentesi ha aggiunto: "we never have mask". Insomma sanno che è in corso una pandemia, ma nessuno li protegge. Sono arrivata li con altri volontari. Quello che ho visto non lo scorderò mai. Erano tre tende minuscole, una attaccata all'altra. Loro sono in quattro, dentro questo spazio angusto, da più di un anno. La madre insegna inglese a lui e agli altri bambini, un segno di speranza per dire che la vita non finisce».

Il tempo su quest'isola cambia lo sguardo sul mondo, cambia la vita di chi lo attraversa. Interpella le coscienze: «Questi bambini sperano ancora», dice Antonella. «Noi siamo giovani adulti di un’Europa diventata globale e ci sentiamo un popolo a tutti gli effetti. Ed è una responsabilità nostra far vedere un'Europa che ha un'anima. Ho visto cose disumane. Cose che sembrano di un altro mondo eppure così vicine e così terribili. Come si fa?». Aggiunge Stefania, 63 anni festeggiati proprio qui a Lesbo, assistente sociale piena di energie e carica di sorrisi: «La cura dovrebbe riguardare ciascuno di noi, nessuno escluso». E poi: «Ho preso delle ferie e sono venuta qui. Mi sono ritrovata a cucinare per 600 persone, io che in Italia vivo da sola», sorride. Tra i fornelli e i tavoli dice: «C'è un grande bisogno di stare in comunità, di normalità. Soprattutto di non sentirsi abbandonati». La comunità è anche quella che si riunisce tra i volontari di Sant'Egidio: «Ho condiviso questa esperienza con persone che vengono dalla Spagna, dalla Germania, dalla Polonia, persone di tutte l'età. Questo è il volto dell'Europa, diverso da quello dei porti chiusi: umano e solidale».

E poi ci sono i giovani migranti: «Somigliano ai nostri figli, ai nostri nipoti. Ho conosciuti ragazzi pieni di energia e forza che bivaccano qui senza fare niente». «Niente», ripete. «Ieri parlavo con un giovane congolese di 19 anni, l'età di mio nipote. E qui da un anno, cercava un futuro ed è rimasto incastrato dentro questo spazio, dove il tempo sembra non passare mai. Parla del presente, dentro questo limbo il futuro non si può immaginare. Eppure, sono persone che potrebbero dare molto». A quest'altezza della vita, Stefania dice di essere «cresciuta» tra le tendopoli. «È così. Sono cambiata e mi pongo ogni notte una questione semplice: qui ci sono 15 mila persone. Non si potrebbero ricollocare in Europa? Davvero non ce la facciamo? Porto con me gli occhi di tanti bambini, di tanti giovani e un grande senso di ingiustizia. Anche se confesso: ho ritrovato la bellezza della speranza. Siamo tantissimi europei, parliamo lingue diverse, certo abbiamo visioni differenti ma ci siamo ritrovati dentro questo bisogno di restituire umanità. C'è una grande armonia ed è possibile stare insieme. Basta volerlo fare. Perché ci salviamo solo insieme». È sera mentre Stefania pronuncia queste parole. Dentro il ristorante, i migranti scattano delle foto tra tavole imbandite e fiori. Sono attimi di normalità. È l'unica immagine "bella" che possono mandare ai propri familiari per dire «sto bene, me la caverò, non vi preoccupate», prima di ritornare in quella prigione putrescente e a cielo aperto di nome Moira.


[ Simone Alliva ]