L'Andreotti "segreto" nelle pagine dei Diari fra Kissinger e La Pira

27 Agosto 2020

Andrea Riccardi
Italia

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Questi Diari testimoniano, soprattutto, il "segreto" dell'azione politica di Andreotti: un'immensa tessitura di relazioni. Ogni giorno, anche a Pasqua, incontrava gente di ogni tipo per motivi istituzionali, personali, coltivando rapporti antichi o ricevendo nuove conoscenze. Era convinto che un uomo pubblico dovesse occuparsi di tutto e non rifiutarsi agli incontri e alle richieste della gente. Annotava sobriamente i contenuti dei colloqui personali e di politica interna o internazionale. Nelle sue note, non c'è mai enfasi, talvolta un po' d'ironia. Sul congresso nazionale della Dc nel 1980, annota riguardo a un intervento di Helmut Kohl piuttosto forte: «Se lo avesse fatto Suslov al congresso Pci che avremmo detto?». O definisce Emma Bonino «metà Giovanna d'Arco, metà vispa Teresa».
In queste pagine emerge il forte autocontrollo, caratteristico non solo della sua personalità, ma del suo modo di affrontare le questioni e di fare politica. Anche la scrittura dei Diari è controllata, ma nell'insieme si colgono i forti interessi dell'uomo.
Da queste pagine emerge il contatto tra Andreotti e la Santa Sede sui grandi temi di politica internazionale. Silvestrini lo consulta spesso e, dopo un viaggio del politico in Africa, va a casa sua per sentirne i risultati. C'è soprattutto una convergenza di vedute tra il politico e il "ministro degli Esteri" vaticano dal 1979 al 1988, che non si ripeterà quando gli succederà monsignor Angelo Sodano, di cui Andreotti ricordava il padre parlamentare democristiano, proveniente dalle file della Coldiretti. Andreotti è ricevuto da Giovanni Paolo II costantemente, specie prima e dopo i viaggi nella Polonia di Solidarnosc. E trattato con molto rispetto e ascoltato dal Vaticano per consigli e scambi di opinione. Il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato, va a trovarlo a casa più volte. Costanti sono i contatti diretti con il papa, che ha grande stima di lui. Non sono i problemi politici italiani, ma le questioni internazionali a essere al centro degli scambi.
Andreotti, per l'Italia, e Casaroli e Silvestrini, per il Vaticano, sono in questo periodo gli interlocutori di un processo di collaborazione che dura a lungo e si concentra sulla Polonia, sull'Est europeo e l'Urss, su Siria e Libano, su vari Paesi africani, l'America Latina, nonché gli Stati Uniti. Politici democristiani o di altro partito, alti funzionari dello Stato, diplomatici, personalità della società italiana o del mondo economico lo vanno a visitare o fanno riferimento a lui. Si notano le visite regolari al leader Dc da parte di Gianni Agnelli che, tra l'altro, lo informa sugli umori del mondo americano e gli porta «a studio» anche Henry Kissinger...
Si vede come Andreotti mantenga un rapporto aperto con Berlinguer e il Pci, dopo essere stato il presidente del Consiglio del primo governo di solidarietà nazionale. I contatti di Andreotti si muovono attraverso vari canali. Uno è l'amico di gioventù Adriano Ossicini, già cattolico-comunista e poi nella sinistra indipendente, ma mai nella Dc o nel Pci. Segue con interesse puntiglioso i rapporti tra il Pci e Mosca. Parla con gli ambasciatori sovietici a Roma e incontra i dirigenti dell'Urss. Nota con interesse l'ingresso di Gorbaciov e comincia a simpatizzare per lui. Presto si convince della portata innovativa dell'azione del nuovo leader sovietico.
Scorrendo le vicende politiche internazionali da lui vissute, si comprende come fosse un politico di frontiera in anni di guerra fredda. Aveva contatti con personalità sul delicato crinale delle diverse zone d'influenza o che si collocavano nel mondo dei nemici dell'Occidente. Pensava che bisognasse servirsi di loro o parlare con loro. Come poteva essere accettato negli Stati Uniti il suo rapporto con Gheddafi, di cui rilevava l'opposizione all`islamismo fondamentalista ma verso cui non chiudeva gli occhi per le collusioni con il terrorismo? Eppure, i Diari evidenziano come il rapporto con gli americani sia centrale, rispetto alle azioni di «frontiera», nel senso che non ci sarebbe stata una politica internazionale creativa e non conformista, senza un saldo ancoraggio agli Stati Uniti.
Zbigniew Brzezinski, consigliere del presidente Carter per la sicurezza dal 1979 al 1981, manda un messaggio ad Andreotti. Gli fa sapere che resta, per gli americani, un punto di riferimento. Vernon Walters, influente personalità statunitense, di cui era divenuto amico quand'era ministro della Difesa, lo visita costantemente. Naturalmente non tutti gli ambienti americani avevano lo stesso sentire. I repubblicani italiani, fedeli interpreti dell'atlantismo, lo criticano nel 1986, paragonando la sua politica estera al «neutralismo» di La Pira. La risposta andreottiana è interessante, perché mostra come, nonostante il carattere e l'impostazione politica diversi dal sindaco di Firenze, si sentisse vicino alla sua politica: «Rispondo che essere paragonato a La Pira è per me un onore e vi sono due modi di essere alleati degli americani, sull`attenti o amichevolmente: noi seguiamo la seconda strada».
Andreotti era convinto che il dialogo e il negoziato fossero gli strumenti decisivi, accompagnati dalla tenacia, per far uscire il mondo dalla guerra fredda. Non ci sono situazioni insanabili: l'irrigidimento e la contrapposizione le rendono ancor più complesse. Nel 1988, durante una visita in Cina, Andreotti annota che il vescovo patriottico di Pechino, non nominato dalla Santa Sede, lo prega di dire al Papa che bisogna trattare con il governo cinese. E lui era molto favorevole alla soluzione della questione cattolica in Cina, di fronte a cui il Vaticano non trovava ancora la via. Non era schierato nella difesa della cosiddetta Chiesa clandestina e nella denuncia di quella patriottica come collusa col potere comunista.
Andreotti che, da giovane, ha conosciuto l'orrore della guerra e della persecuzione contro gli ebrei, segue con pathos il primo incontro tra Giovanni Paolo II e il rabbino capo di Roma, Elio Toaff. Ritorna con il pensiero ai caduti, ebrei e cristiani, alle Fosse Ardeatine: «Degli uccisori non vi è oggi che un macabro ricordo. Le loro vittime costituiscono invece la cornice ideale per il recupero della società della convivenza».
Proprio la convivenza, perseguita con un lavoro di tessitura d'incontri, appare in queste pagine come lo sfondo ideale di un'azione, che si vuole concreta e pragmatica. Vi si legge lo sdegno di fronte all'apparire di antichi fantasmi, come quando nel 1981 una studentessa ebrea del liceo Virgilio di Roma, non lontano dalla casa del politico, viene aggredita. «Sarebbe errato - osserva - tacere la pericolosità del fatto. Il germe dell'antisemitismo, o di altre aberrazioni razziste, costituisce la tossina che storicamente ha provocato i più stravolgenti avvelenamenti di popoli e idee. I giovani, che credono di fare una bravata disegnando una svastica o picchiando una compagna di scuola israelita, vadano in silenzio a meditare alle Fosse Ardeatine, dove cristiani ed ebrei vittime della violenza lanciano un ineguagliabile e inestinguibile messaggio di pace e di reciproco rispetto». 


[ Andrea Riccardi ]