I cuori delle donne arrivate da lontano “cuciti” da ago e filo con l’arte della sartoria

8 Ottobre 2020

ImmigrazioneIntegrazione

Ideato da una volontaria di Sant’Egidio, “Peacework” insegna un mestiere alle straniere e consente loro di stare insieme

Condividi su


Hala passa il palmo della mano su un ampio scialle di lana innervato di sfumature rosso corallo. Lo dispiega sul tavolo con cura, mostrando orgogliosa le rifiniture più minute: «Ci ho messo due mesi per finirlo. Era quasi completato, ma non era perfetto. Così ho ricominciato, ho rifatto tutto il lavoro da capo. Ora lo guardo, e mi sento soddisfatta».Hala viene dalla Siria, è una delle decine di donne che hanno imparato a destreggiarsi con aghi e fili grazie al Peacework, il laboratorio di sartoria lanciato dalla Comunità di Sant’Egidio. Uno spazio di creatività solidale aperto alle donne che vengono da paesi come Turchia, Iraq, Algeria che, altrimenti, faticherebbero a trovare un momento di comunanza femminile.

L’idea è stata lanciata qualche anno fa da Maria Rosaria Amari, volontaria di Sant’Egidio, che ha deciso di portare il suo talento con la macchina da cucire al servizio della socializzazione per donne straniere. «Mia nonna riempiva noi nipoti delle copertine che cuciva. All’epoca, però, non sapevo apprezzare il lavoro manuale. Lo vedevo lontano da me, proiettata com’ero solo su quello intellettuale», racconta Maria Rosaria, avvocato nella vita, che ha scoperto solo nell’età adulta la quiete data dai fili che scorrono tra i polpastrelli. «Ho pensato che la mia riscoperta passione potesse essere un ponte per creare relazioni con chi viene da fuori».
Mentre parla, la circondano le sue allieve, donne che nello spazio del Peacework hanno trovato amicizie e occasioni per esercitarsi un po’ con l’italiano. «Da subito abbiamo capito che la sartoria aveva una forte valenza coesiva. È come se i fili ci ricollegassero a una tradizione ancestrale, che ci accomuna e ci aiuta ad annullare le distanze. Nelle ore del Peacework, ognuno trasmette qualcosa a qualcun altro. È uno scambio che non finisce mai».
Punto dopo punto, cucitura dopo cucitura, decine di universi femminili diversi si mescolano negli spazi della Sant’Egidio, arredati per l’occasione con macchine da cucire, rocchetti di fili colorati, armadi dove trovano spazio gli abiti creati, così belli che pare di girare per una boutique di lusso.

A dare il suo contributo al progetto è anche Pina Surace, ottant’anni sulle piccole spalle, calabrese e sarta da una vita. Il suo nome riverbera spesso in quelle quattro mura, esclamato da voci straniere che la chiamano per un aiuto: «Nel mio cuore ho sempre avuto la voglia di dare quello che so», confessa Pina, mentre si aggira per i locali del Peacework mostrando decine di abiti creati sotto il suo occhio vigile ed esperto: «La vita mi ha dato tanto e volevo restituire indietro tutti i trucchi della sartoria appresi in tanti anni di lavoro. Mi sarebbe spiaciuto morire portando con me tutta quella conoscenza senza tramandarla. In queste donne vedo le figlie che Dio ha voluto darmi e a cui posso insegnare quello che so fare meglio».
Pina racconta con un entusiasmo difficile da imbrigliare. Poco lontano un’altra donna turca, Aisha, la ascolta parlare, accenna un sorriso. E ammette: «Non avevo altre conoscenze femminili oltre alle mie cognate. Il Peacework mi ha dato l’occasione di conoscere quello che c’era fuori da casa mia, di scoprire la città in cui vivo».


 


[ Linda Caglioni ]