« Ora basta coi morti nelle Rsa»

Coronavirus: i più fragili
La denuncia della Comunità di Sant'Egidio sulla mancanza di tutele per gli anziani, abbandonati: «È stato fatto troppo poco durante l'estate». La sfida di ripensare l'assistenza domiciliare: ecco come

Proteggere gli anziani isolandoli e tagliandoli fuori dal mondo forse li salverà dal Covid-19. Ma rischia di farli morire ugualmente. «Nella solitudine si muore di più», dice Marco Impagliazzo.
Il presidente della Comunità di Sant'Egidio lancia l'allarme sulla condizione degli anziani in questo tempo di pandemia. E chiede il superamento del sistema delle Rsa e delle case di riposo. «La Comunità di Sant'Egidio è fortemente preoccupata - dice il presidente Impagliazzo nel corso della conferenza "Mai più soli" - per ciò che sta avvenendo anche in questa seconda ondata della pandemia in tante strutture residenziali, dove vivono gli anziani e più in generale le persone fragili. C'è un isolamento che tocca la vita di queste persone ormai da mesi. Ci sono istituti chiusi da marzo, chiusi alle visite di familiari e parenti, di volontari e amici». Insomma: «È stato fatto troppo poco, quasi nulla durante l'estate perché queste strutture si adeguassero a una esigenza che è quella degli anziani di ricevere visite, trovare una compagnia umana».
«Le Residenze sanitarie assistenziali per anziani - è la prima proposta della Comunità - vanno adeguate perché sia possibile ristabilire se non le visite, almeno la possibilità di videochiamate. È falso che sia stata realizzata questa possibilità». Il contatto con l'esterno, i familiari, i volontari è vitale per le persone avanti negli anni: «Ne va della loro salute psichica e fisica. Tanti anziani muoiono per l'abbandono in cui vivono. Le visite oggi sono teoricamente possibili, a certe condizioni, ma di fatto ci sono sempre mille ragioni perché non abbiano luogo». 
Sant'Egidio ha un`esperienza di decenni di vicinanza agli anziani più soli e fragili: «Noi vogliamo dare voce a tutti quegli anziani i cui diritti sono in questo momento negati in Italia. Abbiamo, giustamente, parlato tanto della scuola; parliamo anche un po' di loro». A governo, regioni, comuni, «dobbiamo dire che quanto successo nella prima fase della pandemia non deve accadere: circa il 50 per cento dei decessi degli anziani è avvenuto nei luoghi dell'assistenza residenziale a lungo termine. Una percentuale impressionante che ci dice che bisogna superare la patologia dell'isolamento». È l'occasione allora «di trasformare questa emergenza in occasione per ripensare tutto il sistema di vicinanza, assistenza e cura che dobbiamo ai nostri anziani, per andare verso nuove reti familiari per chi è solo».
L'assistenza domiciliare integrata «va allargata», perché oggi «fingiamo che esista, ma di fatto prevede solo 16 ore l'anno per un anziano bisognoso». Una soluzione percorribile allora è l'adozione in tutta Italia da parte del welfare pubblico del programma "Viva gli anziani" messo a punto dalla comunità di Sant'Egidio. Impagliazzo denuncia i limiti del sistema di assistenza della terza età. «Nel Lazio, in Liguria e in Piemonte è stato attuato il programma di monitoraggio delle reti "Viva gli anziani", il cui fine è quello di evitare tutti quei ricoveri senza motivo per cui queste persone finiscono nelle strutture ospedaliere. E in quelle regioni la mortalità tra anziani nei mesi duri del lockdown è stata più bassa del 20 per cento», spiega Impagliazzo. «Chiediamo dunque che questo programma sia diffuso in tutta Italia. Che venga raccolto dai decisori politici e culturali. Il messaggio di questo programma è imperniato sull'amicizia e la vicinanza verso le persone anziane, sulla trasformazione della residenzialità. Offriamo tutto il nostro know how».
Oggi nelle politiche sociali per la terza età, di fatto, il pubblico è assente: «La vera assistenza agli anziani la fanno le badanti», pagate dalle pensioni degli assistiti o dagli stessi figli, «quasi un milione di persone che il governo bene ha fatto a regolarizzare». Sant'Egidio però chiede che l'emersione di queste lavoratrici «sia semplificata e diventi realtà». Le pratiche si arenano spesso per colpa di uffici pubblici chiusi per il coronavirus, creando «ostacoli al rilascio dei permessi di soggiorno». Uno degli scogli più difficili da superare è quello del rilascio del certificato di idoneità alloggiativa che deve essere certificata dalle Asl: «È ora di passare all'autocertificazione, che ha valore legale ed è ampiamente diffusa in molte pratiche. Anche perché di questi tempi è impensabile che le Asl possano andare casa per casa a certificare l'idoneità».


[ Luca Liverani ]