L'opera della Comunità di Sant'Egidio per l'accoglienza dei profughi afghani. Fare rete per ridare speranza

13 Settembre 2021

AfghanistanAccoglienzaDaniela Pompei

Condividi su


La tragedia di quanto sta accadendo in questo periodo in Afghanistan è sotto gli occhi di tutti: le immagini dell'aeroporto di Kabul, i morti, la popolazione in fuga, i bambini affidati a sconosciuti, il destino delle donne tornate a essere dominio dei talebani, le famiglie disperse o divise dai voli umanitari stanno oltrepassando lo schermo delle nostre televisioni divenendo realtà tangibile, giungendo al cuore di tutti; non ha importanza l'essere cristiani o meno perché mai come oggi la partecipazione è tanta e abbraccia ogni credo.

Non è un caso che proprio alla Comunità di Sant'Egidio, a Roma, stiano arrivando da tutta Italia chiamate di gente che vuole offrire supporto di ogni genere per aiutare quelle persone che l'informazione e le immagini hanno ormai reso "familiari", quei volti colmi di disperazione che vanno oltre l'appartenenza a Paesi, etnie, religioni, e tutti devono accomunare: «C'è lo sdegno e il desiderio di partecipazione di noi cristiani come di soggetti assolutamente distanti da qualsiasi collegamento con alcuna forma di religione o associazione di volontariato», spiega Daniela Pompei, responsabile di tutto ciò che riguarda migrazione e integrazione della Comunità di Sant'Egidio in Italia e in Europa. «Abbiamo soggetti che vogliono mettere a disposizione appartamenti interi oppure accoglierli in casa, offerte di assistenza e volontariato per organizzare tutta la complessa rete di sostegno, di giovani e meno giovani. Così come - prosegue - sta andando molto bene la raccolta di abiti, cibo e giocattoli per i più piccoli o le donazioni in denaro fatte attraverso le indicazioni che si trovano sul nostro sito».

Presente all'arrivo dei voli, su richiesta delle autorità e dei militari italiani, la Comunità di Sant'Egidio è stata parte attiva in questa emergenza umanitaria avendo potuto segnalare alle istituzioni preposte i nominativi con i quali, negli anni in Afghanistan, hanno avuto contatti e che ora erano divenuti scomodi. Persone che si erano esposte per salvaguardare i diritti umani, che avevano ricoperto un ruolo nel precedente governo, giornalisti, volontari, personale addetto agli ospedali, oppure con legami già esistenti in Italia e in attesa di ricongiungimento: «Erano ovviamente presenti anche altre associazioni, alcune di esse ci avevano a loro volta segnalato dei nomi, come la Fondazione Veronesi. Ci sono state affidate - evidenzia Daniela Pompei - centodieci persone, comprese alcune famiglie, che stiamo accogliendo in nostre strutture, come in ulteriori soluzioni messe a disposizione da organismi con i quali già collaboriamo nell'ambito dei corridoi umanitari, da parrocchie e da chi desidera offrirsi e aprirsi all'accoglienza».
Sessantanove persone sono state dislocate fra Roma e Lazio ma ve ne sono altre «per le quali stiamo cercando eventuali legami con le loro famiglie, alcune in Italia da anni o all'estero. Inoltre, per quelle che sono state separate durante la confusione delle giornate che hanno preceduto le partenze, dopo verifiche con i nostri contatti afghani in Italia, ne comunichiamo l'identità al ministero dell'Interno e al ministero degli Affari Esteri in modo che possano rintracciarle e cercare per vie legali di farle uscire dall'Afghanistan o dagli stati limitrofi nei quali sono scappate».

La macchina dell'accoglienza messa in campo dalla Comunità di Sant'Egidio - che nei giorni scorsi ha ricevuto dalle comunità afghane messaggi di ringraziamento per come sono state portate avanti le difficili e complesse operazioni - mira a far emergere le tante, diverse storie che si celano dietro ogni singolo individuo accolto o per il quale si sta lavorando in Afghanistan e nelle nazioni confinanti: «A esempio», riprende la responsabile, «ci stanno scrivendo molti afghani che avevano già chiesto il nulla osta per far arrivare in Italia mogli e figli che ora sono rimasti bloccati lì; per loro chiediamo alle ambasciate italiane in Pakistan, Iran e Kazakistan, stati dove potrebbero essere riparati, che mettano in moto le procedure per il ricongiungimento».

Le storie sono diverse fra loro, accomunate però dall'urgenza: fra le tante quella di un giovane afghano che vive regolarmente in Italia e che rientrato nel suo Paese per prendere i due figli minorenni del fratello ucciso, dei quali è tutore, è invece rimasto bloccato lì. Poi ci sono gli aspetti organizzativi e burocratici da risolvere, documenti, assistenza sanitaria, corsi di lingua, iscrizione a scuola dei minori, accesso al vaccino: alcuni, per esempio, sono stati vaccinati all'arrivo mentre altri avevano fatto quello cinese, non riconosciuto dall'Italia. C'è inoltre la difficoltà logistica per alcuni, già da noi regolarmente residenti, di accogliere improvvisamente il loro nucleo composto da sette-otto individui: «Lo slancio della gente è molto bello; vorrei però spiegare che non si riesce ad accogliere nessuno, per almeno diversi mesi, se non si ha, o si avvia, una rete di collaborazioni e aiuti - conclude Daniela Pompei - che si può tessere sollecitando gli amici, la parrocchia o le associazioni».

 


[ Susanna Paparatti ]