A Roma torna la mensa per gli ultimi. La solidarietà è di nuovo in presenza

16 Settembre 2021

Senza fissa dimoraMensa

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È festa due volte oggi a via Dandolo. La mensa a Trastevere della Comunità di Sant'Egidio ha riaperto i battenti dopo 14 mesi di chiusura causa pandemia. I pasti in realtà ha sempre continuato a distribuirli - in modalità "da asporto" - ai suoi abituali ospiti: senza dimora, stranieri, anziani poveri.

Ma finalmente il cancello ha riaperto e in fila, distanziati e con la mascherina, gli "amici" di Sant'Egidio tornano a sedersi a tavola, a mangiare con le posate, a chiacchierare con chi gli vuole bene. Non più di due per tavolo, a distanza di sicurezza. E, soprattutto, vaccinati. Sì, perché qui si entra solo col Green pass o col certificato vaccinale.

La gran parte si sono vaccinati all'hub di Sant'Egidio, che dal 6 luglio è riuscito a coinvolgere nella campagna oltre 6mila persone "dimenticate" dal Servizio sanitario e dalla burocrazia. Fuori dal cancello c'è una breve fila, i volontari controllano chi può entrare - chi non può o non vuole riceve comunque il suo pasto da portare via - e distribuiscono le mascherine. La fila scorre nel cortile sotto la pergola, poi ci sono i due saloni apparecchiati -150 posti a pieno regime - che affacciano sulla cucina. I volontari servono a tavola un menù da giorno di festa: lasagna, pollo arrosto, caponata, banana e crostata. Qui gli ospiti e i volontari si conoscono, oggi è giornata di saluti e chiacchiere.

C'è Renato, distinto come sempre, argentino con origini sarde. Dopo aver dormito a lungo per strada, è stato ospitato nella chiesetta del Buon Pastore, riaperta dopo decenni per offrire un tetto ai senza dimora come lui. Ora condivide uno degli appartamentini che Sant'Egidio ha preso in affitto per 25 come lui, grazie al progetto Housing first finanziato della Cisco, la multinazionale specializzata in reti di comunicazione. Una soluzione costruita con attenti percorsi di accompagnamento dei volontari, per arrivare al lavoro e all'autonomia degli ospiti.
Altri 70 stanno negli alberghi che hanno stipulato con la Comunità una convenzione. Per solidarietà e un po' per necessità, vista la crisi del turismo.

C'è Alain, camerunense, fisico da rugbista e maglietta verde giallo-rossa della nazionale di calcio, con un grande crocifisso al collo. Chiede ancora lasagna: «È la quarta razione - sospira la volontaria - ma solo perché oggi è festa». E c'è Bajab, libico, finito per strada dopo la separazione dalla moglie italiana, che si guarda intorno confuso e felice: «E la prima volta che vengo qui, è tutto buono e sono così gentili...».

Oggi c'è anche Marco Impagliazzo. Il presidente della Comunità di Sant'Egidio distribuisce saluti e sorrisi. «Sì, è un giorno di festa. Queste persone spiega Impagliazzo - possono tornare a mangiare sedute a tavola, non più in strada. Per riposarsi e parlare tra loro e con noi, respirando un'atmosfera di casa e di famiglia. Ma è stato un giorno di festa anche per il Green pass di queste persone, che permette a tante donne e uomini fragili di rientrare nella società civile, nella vita comunitaria della città. Siamo riusciti a far emergere, per vaccinarli, tanti che probabilmente sarebbero rimasti fuori dalla campagna. Un bene per loro e per tutti».

L'hub vaccinale di Sant'Egidio, ospitato nei locali del vicino Ospedale San Gallicano, si avvale dell'opera di personale sanitario della Comunità di Sant'Egidio affiancato da un'unità della Croce Rossa Italiana pronta a intervenire in caso di eventuali malori. Un'idea che la Comunità ha concordato col generale Francesco Paolo Figliuolo, preoccupato dalla difficoltà di vaccinare persone emarginate, senza dimora, spesso nemmeno iscritte al Servizio sanitario nazionale.
«È aperto due pomeriggi a settimana e fa anche 350 vaccini per volta. Quando arriveremo a 10mila faremo un'altra festa», dice sorridendo Impagliazzo.


[ Liverani Luca ]