Cibo, medicine, pace: i fronti di Sant'Egidio in Africa

4 Gennaio 2022

PaceAfricaMarco ImpagliazzoMario Giro

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C'è chi, nonostante il Covid e le mille difficoltà che comporta per gli spostamenti nel mondo, continua a battersi per la pace in territori lontani dalla ribalta mediatica internazionale. La Comunità di Sant'Egidio è impegnata in Africa, in questo periodo, soprattutto su tre fronti: la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan e il Nord del Mozambico, Paese in cui la Comunità riuscì a realizzare lo storico accordo di pace nell'ottobre 1992 dopo 17 anni di guerra civile.
Il 1 gennaio 2022 la Comunità si è ritrovata in piazza San Pietro per la 55° Giornata Mondiale della Pace per ricordare «tutte le terre nel Nord e nel Sud del mondo che attendono la fine della guerra e del terrorismo» e papa Francesco all'Angelus li ha salutati («sono bravi questi di sant'Egidio, sono bravi..., grazie per il vostro impegno»).
Spiega Marco Impagliazzo, presidente della Comunità: «Dall'inizio della pandemia abbiamo sentito che era ancora più urgente lavorare per la pace in Africa, oltre che per le vaccinazioni. Perché il Covid 19 rischiava di far dimenticare al mondo un contagio ancora più grave, quello delle troppe guerre irrisolte. Una «pandemia di conflitti» che ci chiamava ad arginarla moltiplicando l'impegno cominciato tanti anni fa con il Mozambico e cresciuto nel tempo».
Un impegno che richiede metodo, come spiega Mario Giro, membro della Comunità da anni attivo in Africa, autore del recente libro «Guerre nere» (Guerini e associati), già sottosegretario e viceministro degli Esteri tra il maggio 2013 e il giugno 2018: «Noi pensiamo che le guerre vadano risolte, soprattutto quelle lontane dagli orizzonti dell'informazione, le più pericolose non solo per le aree interessate ma, in generale,
per gli equilibri internazionali. Si tratta di guerre spesso interminabili, che magari covano sotto la cenere per anni e poi esplodono, provocando trasmigrazioni di massa e immensi problemi sanitari, economici e anche di sicurezza». Perché, sostiene Giro, certi vuoti sono spesso riempiti da una protesta che si trasforma in eversione. Come nel Nord del Mozambico: «Un'area abbandonata da quindici anni, lasciata nelle mani di imprese occidentali che sfruttano i giacimenti del territorio. Il vuoto della politica e della legge lascia la popolazione in balia di traffici illegali e di una ribellione che ha trovato nel jihadismo uno strumento per reagire. Gli sfollati sono 800 mila. Interveniamo con aiuti umanitari, generi alimentari, medicine, sostegno alla costruzione di case con i materiali locali e dialoghiamo con gli imam locali per sostenere la struttura sociale, l'Islam di base è travolto dal "prodotto" politico-religioso dello jihadismo, estraneo alla tradizione locale».
In quanto alla Repubblica centrafricana, a fine settembré 2021 i principali interlocutori politico-religiosi hanno sottoscritto a Roma, su invito della Comunità, una «Dichiarazione di Roma» con un solenne appello a deporre le armi e ad arrivare a un definitivo cessate il fuoco. Spiega Giro: «Anche in quell'area, nonostante la pandemia, continuiamo a distribuire alimenti e medicinali, inclusi ora anche le vaccinazioni. Con lo stesso spirito, e la stessa determinazione, operiamo in Sud Sudan che ha affrontato due lunghe guerre civili».
Risale al gennaio 2020 l'altra Dichiarazione di Roma, sottoscritta sempre grazie alla Comunità, in cui governo e movimenti di opposizione si sono impegnati a rispettare la cessazione delle ostilità. Ma la situazione resta complessa. Conclude Giro: «Noi restiamo lì perché le guerre non si risolvono da sole. La pace richiede un lavoro lungo, soprattutto costante».
 
 

 


[ Paolo Conti ]