Mai rassegnati alla barbarie. Editoriale di Marco Impagliazzo su Avvenire

8 Maggio 2022

Ucraina
Marco Impagliazzo

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È triste che l'Europa sia insanguinata da un nuovo conflitto proprio nei giorni in cui si celebra l'anniversario della conclusione della Seconda guerra mondiale. Ed è terribile pensare che tale scontro rischia di sfuggire a ogni controllo. La «guerra mondiale a pezzi» di cui papa Francesco ha parlato sembra saldarsi. Si parla di un possibile allargamento delle ostilità, si disegnano scenari che amplificano la posta in gioco o ipotizzano distruzioni su larga scala. Assistiamo a una progressiva militarizzazione delle coscienze, con leader politici e rappresentanti dei media che si schierano, provocano e insultano in un crescendo che si autoalimenta.
Le timide trattative degli inizi si sono incagliate, le voci di pace vengono silenziate o denigrate. Si alza, certo, quella di Francesco, ma anch'essa viene derubricata a testimonianza, mentre invece è una delle poche acute e coraggiose, che ha chiaro fin da subito l'enormità dell'azzardo, che denuncia con forza la pazzia di questi settantatré giorni - «Mi chiedo se ci sia la volontà di evitare una continua escalation militare e verbale» - e il baratro verso cui si procede con cieca incoscienza.
Si parla troppo, e con troppa leggerezza, a oriente e in occidente, di una terza guerra mondiale. Si resta raggelati a leggere delle simulazioni sui giornali, a vederle spiegate in tv e a scorrere i commenti sui social, dove l'ignoranza, il sonnambulismo, il tifo da stadio e un furore assurdo travolgono ogni ragionamento, ogni prudenza.
Il pensiero va al maggio 1915, quando improvvisamente si diffuse in Italia un desiderio febbrile di partecipare al conflitto, di buttarsi nella mischia, considerando la guerra unico modo per liberarsi del "cattivo" di turno. Ma questo non è il mondo di cento anni fa, il pianeta è pieno di armi immensamente più pericolose, e, come stiamo scoprendo, al timone non ci sono uomini così avveduti. Siamo su una polveriera e ogni miccia è fortemente pericolosa.
Soffiare sul fuoco di un nuovo conflitto globale è la cosa più insensata che l'umanità possa fare. La pace più imperfetta è meglio di una catastrofe certa. E già accostarsi con superficialità e sconsideratezza a un'ipotesi che dovrebbe restare nella sfera dell'"indicibile", dell'"inconcepibile", segnala un problema. L'irrazionalità ha contagiato un mondo intero? Dovrebbe spaventarci di più questo danzare sull'orlo del burrone, l'evocazione di un demone che non dobbiamo illuderci di poter mai controllare.
Eppure, come ha twittato Edgar Morin, in tanti scelgono «il ricorso alla semplificazione e il rifiuto della complessità», si incamminano imperterriti «verso la guerra generale e la caduta nell'abisso». Manca la coscienza di quel che potrebbe significare uno scontro atomico, manca il ricordo di quel che è stato il dramma della guerra.
Ha scritto il cardinale Zuppi «È sparita la consapevolezza di due guerre mondiali. È già il tempo dell'amnesia, e i nazionalismi sono amnesia». Ma i nazionalismi vengono esaltati, si recuperano toni dimenticati per celebrare questo o quell'eroismo - e però «gli eroi sono quelli che non uccidono», ha detto bene Marco Tarquinio. Ma il clima è quello di una crociata, il bene contro il male, disegnando una contrapposizione che rischia di impedire quel compromesso indispensabile in ogni mediazione di pace. È quasi soltanto la Chiesa, «esperta in umanità», a custodire la memoria, a cercare di far valere il buonsenso.
Sul nostro pianeta è facile iniziare una guerra. Difficile è portarla a conclusione. Come in Medio Oriente o in Africa, i conflitti non si vincono e non si placano. Il rischio è la guerra in atto - la prima dal 1945 a mettere in gioco l'esistenza di una superpotenza - si avviti all'estremo, colpo contro colpo, in un imbarbarirsi dal quale sarà difficile tirarsi fuori.
Si tratta di reagire a tutto questo, innanzitutto con le parole. Di non assistere passivamente all'innalzarsi di una gigantesca spada di Damocle sopra il nostro capo. Si tratta di ripetere ed attualizzare quell'appello che il 25 ottobre 1962 Giovanni XXIII rivolgeva ai contendenti e al mondo per scongiurare la crisi dei missili di Cuba: «Noi ricordiamo i gravi doveri di coloro che hanno la responsabilità del potere. E aggiungiamo: che ascoltino il grido angoscioso che, da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: Pace! Pace!».


[ Marco Impagliazzo ]