I tanti profughi delle guerre dimenticate

29 Maggio 2022

Marco ImpagliazzoSiriaprofughicorridoi umanitari

C'è una guerra che dura da più di undici anni nel Mediterraneo, oggi largamente dimenticata, ma le cui conseguenze continuano a essere tragiche per migliaia di persone, quella in Siria. Anche qui combattono i russi. Anche qui il numero dei profughi è impressionante.

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In questi tre lunghi mesi di guerra in Ucraina, abbiamo visto e sentito vicini tanti profughi ucraini, in fuga dalla guerra, perché apparentemente simili a noi. Con il vantaggio di averne una qualche conoscenza grazie ai tanti lavoratori, in larga maggioranza lavoratrici, presenti da anni in Italia. Nessuno, giustamente, ha gridato all'invasione quando sono giunti in oltre centomila in Italia scappando dalle bombe. Ma ci sono realtà meno visibili, ma ugualmente rilevanti per la società italiana.
Ad esempio quella dei rifugiati siriani, fuggiti da una guerra non meno cruenta, che ha fatto oltre 500mila vittime (600mila se si considerano anche gli scomparsi), dove Mosca ha ugualmente giocato e continua a giocare un ruolo importante. E dove ha ugualmente bombardato.
Non serve solo per ricordare le altre realtà di quel terzo conflitto mondiale "a pezzi" di cui parla così spesso Papa Francesco, piuttosto per segnalare un fenomeno che viene considerato, a torto, "residuale" per gli immigrati di tante nazionalità, compresa quella siriana: l'integrazione. Si pensa infatti troppo spesso che alcuni popoli, per le loro tradizioni, la loro cultura o la loro religione, abbiano meno possibilità di altri di vivere come si deve nel nostro paese. Ma la conoscenza delle persone e delle situazioni smentisce tanti pregiudizi e rivela aspetti nascosti della nostra realtà-paese quando non anche della nostra vita quotidiana.
L'Italia sta diventando un po' alla volta, per tanti stranieri, la propria casa, vissuta non più come ospiti ma come cittadini, prima ancora di avere la cittadinanza. Mi riferisco ai nuovi arrivati e non solo a coloro che vi aspirano e ne avrebbero diritto - perché in Italia da anni - se si cambiasse una legge sulla cittadinanza a dir poco arcaica.
È la storia di Moussa, venuto con i corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant'Egidio e dalle Chiese evangeliche. Venerdì mattina c'era anche lui a Fiumicino, ma dalla parte opposta: non con gli altri profughi, suoi connazionali, una quarantina di siriani appena arrivati in aereo dal Libano, salvati da un limbo in cui rischiavano di restare per chissà quanto ancora, tentati ogni giorno dai viaggi in barcone nel Mediterraneo. Lui era insieme ai volontari che attendevano all'aeroporto per accogliere quelle persone e accompagnarle nelle loro nuove abitazioni, per tradurre dall'arabo ciò che dicevano e fare gli onori di casa.
Perché Moussa, arrivato in Italia quattro anni fa con gli stessi corridoi umanitari, ormai parla la nostra lingua, fa il saldatore in un'officina di estrazione petrolifera e ha una casa in affitto a Mantova, dove è pronto a ospitare suo fratello appena giunto da Beirut insieme agli altri quaranta. Quella di Moussa è la vicenda di tanti siriani fuggiti dall'"altra" guerra "russa" e presenti nelle nostre città.
Alcuni sono diventati persino un po' famosi. E il caso di Afisa. Lui fa il barbiere, in pieno centro di Roma, dietro Montecitorio, accanto ai palazzi del potere. Arrivato in Italia cinque anni fa, lavora così bene che nella sua bottega vanno ormai anche i politici e altri personaggi conosciuti. Si potrebbe parlare anche di un'altra sua connazionale, Nour, che venne con un corridoio umanitario "speciale" (dal campo profughi di Lesbo con l'aereo di Papa Francesco) nell'aprile del 2016 e ora fa la biologa all'ospedale Bambin Gesù.
E' un sistema che funziona, quello dei corridoi umanitari, per giunta totalmente autofinanziato dalla società civile: se qualcuno ti dà una mano all'inizio, tutto diventa più facile, tanto che l'integrazione diventa possibile in tempi rapidi anche per gli ultimi arrivati. Con progressi rilevanti da registrare: ormai, oltre agli italiani, ad offrire le loro case per l'ospitalità sono anche gli stessi ex profughi, una volta sistemati.
Sono segni di un successo? Piuttosto di una normalità virtuosa, che occorre però conoscere e far conoscere anche a favore di quella maggiore coesione sociale che cerchiamo faticosamente di comporre dopo la dolorosa esperienza della pandemia ed ora della guerra in Ucraina.


[ Marco Impagliazzo ]