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30 Settembre 2013 09:00 | Sala della Pace

Speranza e pace: le religioni in Giappone



Kansho Kayaki


Buddismo Tendai, Giappone
Mi chiamo Kansho KAYAKI, presidente del Consiglio Religioso del Buddismo Tendai.
Sono veramente felice di poter partecipare alla Preghiera interreligiosa di pace anche quest'anno. Inoltre ringrazio di cuore i membri della Comunità di Sant'Egidio che mi hanno dato l'opportunità di poter parlare oggi in questa sede.
Il tema che mi è affidato in questa sessione è: la speranza di pace e il coraggio delle religioni.
Oggi osservando la crudeltà del conflitto interno che affligge la Siria, che ogni giorno ci viene trasmesso attraverso i mass media, ci si stringe il cuore. Inoltre anche in Egitto, Iraq, Afganistan, ecc., le giornate sono segnate dagli atti di terrorismo e violenza, rattristandoci profondamente.
Se facciamo scorrere a ritroso la nostra memoria, anche dopo la fine della II guerra mondiale, abbiamo assistito allo scoppio dei conflitti in varie aree del mondo, con conseguenti situazioni disastrose, nonostante il desiderio di pace sentito dalla moltitudine di persone. Attraverso le guerre fratricide scoppiate, a causa dei combattimenti armati, molte persone hanno perso la vita o sono rimaste ferite, e una grande moltitudine di persone, lasciato il proprio Paese, furono costrette a girovagare ed hanno vissuto e vivono per lunghissimo tempo in terre straniere come rifugiati. Fino a quando dovremmo aspettare, affinché si instauri il mondo di pace?
Nell'agosto del 1987 i rappresentanti del mondo religioso giapponese si sono riuniti, superando diversità di contenuti dogmatici e posizioni, e venne costituito il "Consiglio dei rappresentanti religiosi giapponesi", e, invitando leader religiosi mondiali, siamo riusciti ad organizzare "Summit Religioso del Monte Hiei", e in tale incontro noi tutti insieme abbiamo offerto la preghiera di pace. Si trattò del primo avvenimento del genere nella storia religiosa del Giappone. 
Nel messaggio del Monte Hiei si affermava: "Abbiamo deciso di continuare quello spirito aperto che abbiamo sperimentato all'Incontro di preghiera interreligiosa di pace tenutosi ad Assisi, in cui erano convenuti i rappresentanti delle varie religioni mondiali" e quel messaggio proseguiva così: "Prima di tutto la pace non significa solamente l'assenza di guerre, bensì lo stato di armonia in cui gli esseri umani si confidano volendosi bene reciprocamente, deve essere l'avvento della realizzazione della vera comunità umana.
Ma, prima di tutto occorre dire che dove mancano la giustizia e la compassione non può esistere la pace. Siamo persuasi che la nostra missione è troppo grande e la nostre forze sono troppo piccole. Pertanto noi dovremmo iniziare, innalzando le preghiere. Noi riconosciamo e siamo convinti che le nostre preghiere sincere saranno ascoltate e i nostri desideri ardenti saranno accolti da quell'"Immensa Potenza" che ci trascende". Si trattò di un appello indirizzato a tutto il mondo, formulato dal desiderio ardente di pace, scaturito dal cuore di coloro che rappresentano le religioni giapponesi.
Guardando vari conflitti in atto in questo momento, notiamo che esistono opinioni secondo cui questi contrasti e odi siano sostenuti dalle religioni. Questo dipende anche dal modo di trasmettere le notizie dei conflitti, in cui viene accentuato l'aspetto dei contrasti esistenti tra varie religioni o sette religiose. Esiste perfino il pensiero semplicistico secondo cui "nella presunzione di credere di essere nel giusto delle religioni si trova la causa delle guerre". Noi siamo afflitti che proprio le religioni siano annoverate tra le cause di atti di terrorismo o dei conflitti.
E poi al Summit Interreligioso del Mt. Hiei tenutosi nell'agosto 2007, coincidente col suo 20° anniversario, venne resa pubblica la seguente dichiarazione: "Dai contrasti e dagli odi non nascono vie alla soluzione dei problemi. Siamo convinti fermamente che solo la comprensione reciproca, frutto del dialogo e la riconciliazione, e il perdono basato sull'amore e la compassione, apportano alla fine la pace"
Questo spirito si nota chiaramente anche nel suggerimento proposto dai rappresentanti religiosi nel caso degli ostaggi presi in Afganistan. Ecco la dichiarazione comune: "Dagli atti irrispettosi delle vite umane, usati come mezzo per risolvere i conflitti, nascono solo odi e devastazioni, creando un caos maggiore. Questi atti non diventeranno mai modi di soluzione dei problemi. Noi crediamo piuttosto che la liberazione degli ostaggi fatta in tempi stretti aprirà una via di luce che sfocerà alla fine nella soluzione dei problemi".
Ma purtroppo, fino ad oggi, questa triste catena di odi e rivendicazioni persiste, senza mai accennare a scomparire. Nel medio-oriente la prospettiva di riconciliazione sembra molto lontana e il mondo sembra che sia perpetuamente minacciato dai terrorismi. 
Dovremmo insistere a dire che la pace non significa semplicemente l'assenza di guerre. L'ingiustizia, l'incomprensione e l'indifferenza all'interno delle società richiamano gli odi e approfondiscono i contrasti e le opposizioni. E sotto la superficie dei conflitti giacciono sempre la povertà e l'oppressione. La disparità economica determina una condizione di discriminazione e "sotto la veste religiosa" emergono i contrasti e le opposizioni. È il compito di noi religiosi impegnarci a costruire una società umana in cui tutti gli uomini del mondo possano vivere liberamente, volendosi bene a vicenda
Vale a dire, cioè, che dobbiamo rendere il mondo un luogo in cui tutti possano vivere con sicurezza, senza guerre, senza povertà e senza oppressioni di sorta.
Credo che, per raggiungere tale obiettivo, dovremmo unirci e continuare a sperare la realizzazione della Pace, approfondendo la reciproca comprensione attraverso il dialogo, superando gli ostacoli dogmatici e dei punti di vista o le posizioni particolari. Questo significa esattamente proseguire lo spirito di quell'Incontro della preghiera di pace iniziatosi ad Assisi nel 1986, grazie all'iniziativa del Papa Giovanni Paolo II di convocare i rappresentanti religiosi del mondo, per pregare insieme.
Gli impegni che ci siamo sobbarcati sono gravosi. Siamo ormai nella fase in cui dovremmo guardare attorno di nuovo con serietà e individuare in quali situazioni si trova il mondo, e pensare seriamente come dovremmo comportarci per poter instaurare la vera Pace.
Il Buddha dice "Per tutti la vita è preziosa e va amorevolmente custodita. Non si deve uccidere nessuno, sapendo che siamo tutti uguali. Non si deve costringere l'uomo ad uccidere l'altro" (DarumaPada 130). Con questa parola nel cuore, noi religiosi dovremmo dedicarci, con serietà e con coraggio, a contribuire alla realizzazione della pace nel mondo. 
Noi che abitiamo in Giappone abbiamo subito, due anni fa, la prova della grande calamità che ha colpito la regione settentrionale del Giappone, e attualmente ci stiamo sforzando per poterci rialzare dalle immani esperienze dolorose. Dopo tale avvenimento disastroso di terremoto e tsunami, abbiamo ricevuto tanti segni di calorosa solidarietà dalle persone di tutto il mondo. Abbiamo ricevuto i segni di solidarietà dai Paesi ricchi, poveri, da quelli tormentati dai conflitti, e soprattutto superando le barriere religiose. Abbiamo sentito che queste persone hanno praticato quella parola del Buddha "Per tutti la vita è preziosa e va amorevolmente custodita", perché avevano sentito quasi come sulla propria pelle i nostri dolori.
È arrivato il momento in cui tutti dovremmo alzarci, per salvare con coraggio "noi stessi", e per realizzare la pace. Facciamo insieme il primo passo, per incamminarci su quella via!
Grazie dell'ascolto.
 

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