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Avvenire - Ed. Lazio Sette

22 Januar 2017

Parla Dawood Yousefi, arrivato in Italia nascosto sotto un camion e oggi educatore presso una casa famiglia per minori non accompagnati e mediatore culturale in una scuola

«L'integrazione, interesse di tutti»

 
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Si chiama Dawood Yousefi, ha 31 anni e da 14 vive a Roma. È un richiedente asilo afghano, un musulmano sciita di etnia hazara. Lavora come educatore presso una casa famiglia per minori non accompagnati e come mediatore culturale in una scuola per bambini disabili. Nel tempo libero si dedica al volontariato, sia al centro Genti di pace della Comunità di Sant'Egidio sia alla scuola di lingua italiana dell'ospedale San Gallicano.
Che cosa l'ha spinta a partire?
Non uccidere e non essere ucciso. A 17 anni avevo il sogno di studiare e di costruire il mio futuro, ma nel mio paese non era possibile. Non è stata una scelta facile lasciare il luogo in cui sono nato, i miei genitori, i miei ricordi d'infanzia. Non è facile, ma neanche impossibile.
Che cosa ricorda del suo viaggio?
Tante difficoltà ma anche tanta solidarietà. Il viaggio è durato 11 mesi. Nel passaggio tra l'Iran e la Turchia ho visto soldati che sparavano, scheletri di persone e

animali morti. Per sopravvivere a volte mangiavamo le foglie delle piante e l'erba, giusto per sopravvivere. Mi ricordo il freddo, la stanchezza. Camminavamo per ore e ore. Dopo 50 ore in mare siamo arrivati all'isola di Lero. Nel tragitto ho perso anche un amico. Ricordo però anche tante persone che ci hanno aiutato, donandoci vestiti, cibo e, soprattutto, la loro amicizia.
Come è arrivato in Italia?
Sono arrivato a Bari, nascosto sotto un camion partito dal porto di Patrasso, in Grecia. Dopo un viaggio di 35 ore sono giunto in Italia. Ho aspettato che il camion si allontanasse un po', poi ho iniziato a battere forte con una pietra che avevo vicino, sperando che il camionista capisse che c'era qualcuno sotto e si fermasse. Certi viaggi colpiscono. C'è chi perde i familiari, chi finisce per strada e chi viene tentato dalle strade sbagliate, senza cercare di integrarsi.
Qual è stato il primo impatto con il nostro paese?
Ho vissuto per strada per i primi tre o quattro mesi. Ero stanco e non riuscivo a capire cosa volevo: se rimanere qui o andare in altri paesi del nord Europa. Per strada ho

conosciuto la Comunità di Sant'Egidio. Ogni martedì i volontari portano i panini alle stazioni e loro mi hanno incoraggiato a frequentare la scuola di lingua italiana. Perché tutto inizia dalla conoscenza della lingua, la chiave che apre le altre porte. Piano piano sono riuscito anche a trovare un lavoro.
L'immigrazione viene percepita come un problema in Italia e in Europa. Cosa ne pensa?
L'immigrazione è un fenomeno che non riguarda solo l'Europa, ma tutto il mondo. Nessuno fermerà le migrazioni: ci sono state, ci sono e ci saranno sempre. Gesù era un immigrato, Maometto era un immigrato. Non possiamo fermarle, ma possiamo lavorare per migliorarle. Evitando magari di escludere gli immigrati, inviati nelle periferie. Da un lato i giovani europei dovrebbero avere più occasioni di conoscere e parlare dell'Islam e delle migrazioni. Dall'altro gli immigrati dovrebbero essere invitati a imparare la lingua italiana e a entrare in contatto con una cultura diversa dalla loro. Perché una vera integrazione non interessa solo una delle due parti.


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